L’addio a Wayne Kramer, 75 anni, chitarrista degli MC5, abbreviazione di Motor City 5, cioè i cinque di Detroit, gruppo di punta nell’area della sinistra radicale americana degli anni ’60, quando la musica era una componente fondamentale della tensione ribelle nella società che si trasformava.
L’introduzione parlata di Kick Out the Jams, il loro primo album del 1969, è folgorante. Condensa tutto quello che c’è da sapere sul gruppo in pochi secondi:
“Fratelli e sorelle! Voglio vedere un mare di mani là fuori! Voglio vedere un mare di mani! Voglio che tutti facciano un po’ di rumore! Voglio sentire un po’ di rivoluzione là fuori, fratelli! Voglio sentire un po’ di rivoluzione! Fratelli e sorelle, è giunto il momento che ognuno di voi decida se essere il problema o la soluzione! (Proprio così!) Dovete scegliere, fratelli, dovete scegliere! Ci vogliono cinque secondi, cinque secondi per decidere, cinque secondi per realizzare il vostro scopo qui sul pianeta! Ci vogliono cinque secondi per capire che è ora di muoversi, è ora di darsi da fare! Fratelli, è tempo di testimoniare e voglio sapere: siete pronti a testimoniare? Siete pronti? Vi do una testimonianza: gli MC5!”.
Detroit, Wayne Kramer e gli MC5
Vittorio Sgarbi (questa si che è una citazione punk), una volta, nel tessere gli elogi di un giovane pittore, lo esortò a restare ignorante e puro e a non farsi condizionare dal passato dell’arte, dal “peso della storia” (Nietzsche). Per dire, il senso di alcuni fenomeni artistici, anche in ambito musicale, la loro genuinità è nella primitività, come dimostrano il punk ma anche il free style dei rappers.
Nella serie “Vynil”, di Martin Scorsese e Mick Jagger, troppo presto interrotta (ma forse con effetto involontariamente benefico: oggi è culto assoluto), una casa discografica emersa col rock degli anni ’60 ma ora in crisi, risale la china grazie a un pugno di giovanissimi e arrabbiati punk che poco sanno di chi li ha preceduti né gli interessa.
È la loro connessione con la strada e i nuovi desideri a renderli attraenti anche nel loro rifiuto della storia. Ma il loro punto di forza, l’essere un diamante grezzo, presto si rivela un limite, la scarsa tecnica non aiuta, e gli si deve affiancare un buon chitarrista.
La band continua però a risultare monotona, partorendo solo un paio di canzoni. Ciò costringe il discografico (un Richie Finestra interpretato dal bravissimo Bobby Cannavale, nipote del nostro compianto Enzo) a imporgli di rileggere un vecchio blues.
Sarà un successo. Per dire, certe storie hanno bisogno di un salto di qualità che le proietti oltre una dimensione subculturale (senza alcuna accezione dispregiativa, Dick Hedbige docet) senza che, beninteso, perdano la loro vitalità.
Gli MC5 furono il punk prima del punk, nel ’68 dei tumulti e delle Pantere Bianche di cui furono animatori. Ma nel loro sound c’è ancora la storia, il blues, la negritudine selvaggia che poteva attecchire e svilupparsi in quella Detroit, leader dell’industria automobilistica, che pure aveva fornito un volto accessibile alla black music col Motown soul di Stevie Wonder e Jackson 5. MC5 erano, insieme, la rivoluzione e la storia del rock and roll, a partire quantomeno dal blues urbano.
Qualche giorno fa se ne è andato Wayne Kramer, che dei cinque della Motor City fu il chitarrista, e allora mi viene di nuovo in mente “Vynil”, lo strepitoso finale in cui Richie Finestra lancia la sua nuova folle etichetta nel nome di quella storia (con un discorso bellissimo in cui ripercorre la storia di un pezzo di musica popolare del secolo scorso attraverso gli occhi di un bambino che assiste alle violenze del padre sulla madre, prima, e di un giovane che cresce in un mondo che cambia profondamente, poi, citando il rhythm and blues degli anni ’40 e ’50 di Louis Jordan e il rock and roll di Elvis Presley) mentre sotto parte un urlo accompagnato da chitarre elettriche impazzite.
Un urlo che è un vero manifesto di ribellione e insubordinazione. Un urlo che ancora oggi ci scuote dentro: kick out the jams, motherfuckers!
MC5 – Kick out the jam
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