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CCCP in DDDR, quello che doveva accadere è accaduto

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Il buon Gino Delle Donne, di ritorno dalla Astra Kulturhaus di Berlino, ha raccontato alla sua maniera per Tonyface* la reunion live dei CCCP – Fedeli alla Linea, la band di Ferretti e Zamboni mai così in hype – come dicono i contemporanei – nemmeno quando erano all’apice dell’attività negli anni ’80.

CCCP IN DDDR, io c’ero

Quando Tony mi ha chiesto di scrivere un pezzo per il blog circa la reunion dei CCCP a Berlino stavo precisamente partendo da Linate e, sinceramente, ho accettato con non pochi dubbi circa il come avrei assolto al compito.

Non sono un critico musicale e nemmeno un profondo conoscitore di ogni risvolto – in pensieri, parole, opere e omissioni, pubbliche e/o private – del gruppo e dei suoi componenti.

Non ho neppure un approccio da tifoso rispetto a niente, figurarsi la musica della quale sono solo un ascoltatore che si autodefinisce attento, probabilmente con eccessiva presunzione.

Oggi, tornato da pochi giorni, sono convinto che raccontare esclusivamente dei concerti all’Astra Kulturhaus sia limitativo e non possa rendere i motivi del come e del perché una band italiana abbia spinto circa cinquemila persone (il conto è presto fatto: la sala contiene circa 1500 unità da moltiplicare per i tre concerti sold out di pressoché solo pubblico italiano) ad una transumanza, per quanto ne sappia io, mai avvenuta nel panorama artistico, quanto meno nazionale.
Per questo motivo mi prendo la libertà di fare una lunga ma, ritengo, necessaria premessa.

All’epoca non avevo seguito i live del gruppo perché nel 1983 ero da poco rientrato da un lungo soggiorno in Venezuela e nel 1984 nasceva mia figlia, quindi incombenze ben più pressanti e prioritarie mi hanno distolto ob torto collo da concerti e da tante altre cose.
Nonostante tutto ho seguito i CCCP da “remoto” e li apprezzavo perchè trovavo in loro peculiarità che non riconoscevo in altre formazioni, per quanto amate o apprezzate.

Molti anni dopo ho avuto modo di incontrare più volte e chiacchierare con Massimo Zamboni mentre Giovanni lo avevo seguito nei suoi concerti da solista in A cuor contento e alle performances equestri del Teatro Barbarico.

Poi, qualcuno sa perché, più di recente, ho avuto la fortuna di incrociare tutti e quattro, Massimo, Giovanni, Annarella e Danilo (Fatur), in occasioni private nel ruolo defilato di silenzioso spettatore delle fasi di allestimento di Felicitazioni! – l’incredibile mostra ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia (apertura straordinariamente prolungata fino alla fine di Marzo) – e del Gran Galà Punkettone al Teatro Valli.

Sebbene molti abbiano avanzato dietrologie di imperdonabile (!) programmazione mercantile tutto, dal mio punto di osservazione, è avvenuto a seguito di una concatenazione di eventi che ha originato un enorme effetto domino.

Tutto nasce quando a qualcuno balza alla mente che stava scoccando il quarantennale di Ortodossia, il primo EP dei CCCP, che in qualche modo sarebbe stato bello celebrare.

Segue poi l’incontro con dei pazzi incoscienti che si mettono in testa di produrre un documentario indipendente su Le Idi di Marzo, l’evento organizzato da giovani militanti del Pci ancora più pazzi e incoscienti nel 1988 a Melpignano – unico comune rosso in un Salento monocolore democristiano – con gruppi italiani e russi e del successivo tour del 1989 a Mosca e Leningrado (non ancora San Pietroburgo), in piena perestrojka e pochi mesi prima del crollo del Muro di Berlino.

Il documentario è quel Kissing Gorbaciov che pochi giorni fa era tra i cinque finalisti ai Nastri d’Argento del cinema italiano e, agli inizi di febbraio, dopo 10 settimane di proiezioni in giro per l’Italia, organizzate all’insegna della più sincera autarchia DIY, era l’unico documentario in classifica tra i primi 50 film.

Per questo, a forza di dai e dai, è tornata la voglia ai CCCP di raccontarsi e grazie ai bauli e all’instancabile lavoro di Annarella (“esecutrice testamentaria” del gruppo, sono le parole scherzose di Giovanni per riconoscerle l’enorme lavoro e responsabilità) ha preso corpo la mostra di Reggio Emilia, (oggi, ad un mese dalla chiusura, ha sfondato il muro di più di 40.000 biglietti staccati) della quale il Gran Galà Punkettone doveva essere una festa di arte varia con giusto due o tre pezzi eseguiti dal gruppo.

Come sappiamo, a grande richiesta, le serate sono state due.
Così come anche a Berlino doveva tenersi un solo concerto che sono diventati tre a forza di sold out.

Dopo la mostra, che ho visitato tre volte, ho avuto conferma di tante cose che mi frullavano per la testa: una su tutte è che i CCCP non sono mai stati un gruppo meramente musicale ma piuttosto un Collettivo dove i concerti mettevano in scena una varietà di performance la cui somma andava a costruire un immaginario che usa e usava tutti gli artifici e i linguaggi della postmodernità che irrompeva ovunque in quei primi anni ‘80.

I CCCP, credo personalmente e senza nessuna voglia di convincere nessuno o aprire sterili dibattiti, non sono stati “the great r’n’r swindle”, come si autodefinivano i Sex Pistols, ma ritengo siano stati per larga parte “the great r’n’r misunderstanding” visti i tanti fans che, all’epoca e all’oggi, si sono soffermati alla superficie iconografica di un gruppo che diceva, faceva e rappresentava tanto di più (e più in profondità), usando come strumento e pretesto i simboli di un mondo in declino.

Conferme ulteriori sarebbero venute poi da queste tre giornate berlinesi, “Là dove tutto è cominciato”, come diceva Giovanni Lindo Ferretti presentando mesi fa i concerti nella capitale tedesca.

L’Astra Kulturhaus è un vecchio fabbricato un tempo Casa della Cultura delle ferrovie di stato della DDR, a ridosso dei binari della stazione di Warschauer Strasse a Friedrichshain in piena Berlino Est.

Tutta l’area e i tanti ex magazzini sono oggi il Raw, una vivacissima enclave alternativa e antagonista che non si sa per quanto ancora potrà resistere all’assedio delle gru e delle impalcature di quell’enorme cantiere edilizio che è la Berlino del post-Muro. Il Muro che per altro, a poche centinaia di metri, è ancora per lunghi tratti in piedi sulla sponda della Spree.

Avevamo i biglietti per CCCP in DDR del 25 febbraio, quello che doveva essere la prima e unica data ma che poi è diventata la seconda delle tre. La terza D aggiunta all’acronimo della Germania Est non è un giochetto ma un’aggiunta estremamente pertinente per Deutsche Demokratische DISMANTLED Republik.

Dismantled, Smantellata…e basta guardarsi intorno per cogliere quanto sia davvero esatta quella terza D per scattare un’istantanea del settore ex filo-sovietico della città.

Il giorno prima altri amici avevano partecipato al concerto, sui social girava di ogni, soprattutto si parlava dei fischi che avevano seppellito Scanzi.

Chi non era a Berlino aggiungeva anche questo alla lista dei motivi per cui non si doveva più vedere i CCCP, anche alcuni di quelli che erano all’Astra assumevano posizioni da duro e puro antiferrettiane urlando “Salvini!” e altre stronzate presto smorzate dal resto della platea.

Una delle cose che hanno particolarmente colpito, non solo me, era la quantità di giovani mischiata ad un pubblico più anagraficamente compatibile con la storia del gruppo, che all’epoca lo avessero visto o meno.

Fin dall’inizio del concerto è apparsa subito chiara una cosa: sul palco non c’erano ologrammi dei CCCP – Fedeli alla linea o una cover band di loro stessi e tanto meno eravamo ad una rievocazione celebrativa e nostalgica di un gruppo amato quarant’anni prima.

Eravamo di fronte ad un meraviglioso e, per molti, un inatteso “dove eravamo rimasti?”. Del resto le parole di Giovanni, in apertura dello spettacolo d’arte varia chiamato CCCP in DDDR, dicono già tutto: “Cantavamo “Kebab traume in der Mauer Standt”, non mangio kebab da decenni e non sogno o non ricordo, il mio è un sonno da sfinimento.
Smantellato il Muro, l’oltrecortina, il dopoguerra la città intorno è una città del nord come le altre.

Cantavamo “Wir sind die Turken for morgen”, roba da forza lavoro a basso costo ma sepolto Ataurk è la Sublime Porta lo skyline d’Istanbul, mica roba nostra. Nella mia Berlino il Reichstag è un palazzotto vetusto fuori mano in fondo al parco e sul parco davanti al tramonto pascola un branco di cervi.

Dietro c’è il Muro e una torretta per guardare oltre. Sic transeat gloria mundi, passami quella canna”. Da lì in poi, da Depressione Caspica al finale con Kebab Traume dei Daf è stato tutto perfetto.

Zamboni sempre una garanzia nel grattugiare la chitarra, Giovanni… beh, Giovanni è sempre Giovanni, anzi, ancora di più. L’attualizzazione del testo di Radio Kabul con l’inserimento di “si sta all’erta come un russo del Donbass, come un armeno nel Nagorno Kharabakh”.

Perfetta Annarella, la Benemerita soubrette, con i suoi interventi, i suoi mille cambi d’abito e l’instancabile sbandierare i feticci di un’ostalgie del filosovietismo germanico e nostrano. Perfetto l’artista del popolo Fatur, con le sue performance “faturiste” degne di un posto nel panorama dell’Arte Povera.

Perfetta la potenza musicale, anche grazie all’inserimento di buona parte degli ex Ustmamò, altri montanari reggiani, Ezio Bonicelli al violino, la chitarra di Simone Filippi, il basso di Luca Rossi e le percussioni di Simone Beneventi e Gabriele Genta.

Provocatoriamente arrivo a dire che è stato perfetto persino Scanzi, compreso o incompreso corpo estraneo (come lo fu né più né meno l’Amanda Lear di Tomorrow), provocazione punk decisamente deliberata fin dalle serate reggiane del Gran Galà Punkettone al Teatro Valli.

Che poi cos’ha detto di così fischiabile il televisivo – temo sia questa la sua colpa, ma è probabilmente proprio questo il motivo della provocatoria chiamata sul palco dei CCCP – Scanzi?

Come a Reggio Emilia (là applaudito) ha fatto il suo monologo da fan del gruppo, ricordo elegiaco da cameretta adolescenziale in prima persona singolare.

Niente di così scandaloso e chi lo fischiava sembrava più che fischiasse un sé stesso allo specchio.

Però ci ha pensato Ferretti a chiarire sui fischi “Quanto odio, lui è qui proprio perché vi sta sui coglioni. Noi portiamo il disordine, non sono come tu mi vuoi”.
Ma tutto questo, alla fine, è un dettaglio anche un po’ noioso che parla più del parterre che del palco.

Oppure è solo una mia cinica e disincantata opinione da anti-tifoserie ottenebrate che lascia il tempo che trova, quindi fingiamo che non lo abbia detto.

Su tutto, però, resta indimenticabile la vera chiusura di una serata perfetta: a palco vuoto e luci accese si è alzato spontaneo dal pubblico un singalong di Madre, che ben presto ha coinvolto pressochè tutto il pubblico.
Roba da far alzare quattro dita di pelle d’oca anche ai più aridi (tipo me).

Se i CSI, evoluzione successiva di Ferretti e Zamboni, cantavano “Percorsi incomprensibili tracciano alfine la nostra vita irriducibili, irriducibili, irriducibili…Ciò che deve accadere accade…” a Berlino, coi CCCP, quello che doveva accadere è accaduto.
Ed è stato bellissimo.

* Per gentile concessione di Gino Delle Donne da https://tonyface.blogspot.com/

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Gino Delledonne
Gino Delledonne
Architetto e docente di “Metodi di valorizzazione paesistica” presso il Master in Management del Turismo Culturale dell’Università di Roma Tor Vergata. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche tra le quali Diario e Archivio. Collabora inoltre con Bookciak Magazine

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