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sabato 4 Dicembre 2021
TecnèCinemaLe carceri nel cinema italiano, dalla denuncia alla farsa

Le carceri nel cinema italiano, dalla denuncia alla farsa

Un GIP (ebbene sì, ci sono inquirenti che fanno il loro dovere) emette ordinanza di custodia cautelare per decine di agenti di polizia penitenziaria e per l’intera catena di comando a seguito delle note vicende registrate dalle telecamere in un penitenziario campano. Ma ciò che è accaduto in carcere costituisce un’eccezione oppure una consuetudine? Proviamo a capirlo attraverso i racconti delle carceri nel cinema italiano.

Santa Maria Capua Vetere, deprecabile episodio o prassi consolidata? Lo sguardo alle carceri nel cinema italiano.

Il ributtante pestaggio dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ha destato scandalo e stupore in quella parte di cittadinanza (la stragrande maggioranza, purtroppo) convinta che in galera, a parte il trascurabile dettaglio costituito dalla privazione della libertà personale, i galeotti godano oziosamente di vitto e alloggio gratuiti a carico dello Stato (finanche gli stranieri, che notoriamente fuggono dal Sahel o dalla Siria e si imbarcano a rischio della vita su natanti improvvisati perché hanno visto i dépliant dell’Ucciardone e di Sollicciano) e abbiano “anche la televisione a colori”, come denunciavano i benpensanti negli anni ’80.

Mi fermo qui, e mi perdonerete se non riesco a formulare alcun mot d’esprit sull’incommentabile riflesso condizionato di Salvini che è corso a dichiarare la sua solidarietà alla categoria cui appartengono i bastonatori (presunti tali fino a sentenza, sia chiaro, nonostante i video ci paiano inequivocabili almeno quanto lo sono sembrati al GIP).

I prison movie come strumento di denuncia

Il cinema un tempo serviva a fare cultura, a generare riflessioni, a “dare un messaggio” (locuzione ormai bandita dal clima generalizzato di becera antipolitica), ma sul tema della detenzione giudiziaria ci siamo pigramente appoggiati a Hollywood, la cui prolificità sul tema deriva da diversi fattori che rendono il sistema detentivo americano assai spettacolare.

Il primo è che laggiù essere condannati al carcere è facilissimo, anche per comportamenti che nella civiltà giuridica europea meritano poco più di un rimbrotto formale: e per un reato lieve, se sei ben inserito nella comunità (e preferibilmente di epidermide chiara), forse te la cavi con i servizi sociali; ma se appartieni agli strati sociali più bassi, finisci dentro.

Inoltre le pene detentive effettivamente irrogate sono molto lunghe, e diversi Stati adottano una three strikes law (tre condanne per reati gravi comportano automaticamente l’ergastolo). Infine, il carcere a vita è realmente “fine pena mai”, niente permessi, semilibertà, sconti di pena, niente di niente.

Quindi, a dispetto della generale inferiorità culturale di quel popolo (chi volesse confutare questa mia affermazione, o fratelli, dovrà prima visionare almeno 50 ore di programmi generalisti di tv USA e 4 partite di baseball, dopo di che sono certo che rimpiangerà Drive In e Guido Varriale), essi sanno da sempre che in carcere si sta malissimo ed è pieno di aguzzini.

Nel panorama cinematografico di casa nostra c’è qualche pellicola che merita una riflessione, ve le segnalo senza pretesa di competenza specifica sulla materia, bensì solo perché quello della detenzione è un argomento del quale non si discute mai abbastanza.

L’occhio è per così dire l’evoluzione biologica di una lacrima e autoritratto Auschwitz (1970?) di Alberto Grifi

Grifi, regista militante, fu detenuto per due anni a Regina Coeli a causa di una storia oscura (probabilmente una macchinazione ai suoi danni, o quanto meno una ritorsione) che potete leggere a questo link.

Un compagno di carcere gli consegnò un lungo scritto, che viene letto integralmente in questo film-saggio: nella testimonianza si descrivono i pestaggi ad opera dalla Celere nel carcere di San Vittore a seguito di una sommossa, poi i rivoltosi vengono trasferiti nel carcere di Mamone (NU) dove sono sistematicamente e sadicamente percossi, umiliati e torturati dai secondini e persino dal medico, il tutto con l’approvazione esplicita del direttore e nell’indifferenza del cappellano.

L’occhio è per così dire l’evoluzione biologica di una lacrima e autoritratto Auschwitz

 

Michele alla ricerca della felicità (1978) di Alberto Grifi

Un cortometraggio (23’ scarsi) girato con pochi mezzi, artigianale nel senso migliore del termine, scabro, l’oscenità del carcere viene descritta con cruda obiettività (eccezion fatta per i grotteschi baffi posticci di un secondino, sui quali possiamo sorvolare in ossequio alla bontà delle intenzioni).

 

Regina Coeli (2000) di Nico D’Alessandria

Il film non è certamente fra i migliori del regista (noto ai più per il capolavoro neoespressionista L’imperatore di Roma), ma si segnala per l’originalità della storia d’amore fra una volontaria che opera in carcere e un detenuto, il quale la ricambia forse per interesse. Finisce male, o forse bene, come sempre dipende dai punti di vista.

Io lo vidi il 23.12.2018 al Cinema Trevi – Centro Sperimentale di Cinematografia in una retrospettiva dedicata al regista, credo che sia difficile reperimento ma vi auguro di visionarlo prima o poi.

Sciuscià (1946) di Vittorio De Sica

È considerato uno dei capolavori del neorealismo. Per i pochi che non ne conoscano il contenuto: amicizia fra ragazzi che vivono di espedienti, furto e arresto, inganno da parte delle autorità, tradimento, carcere minorile, fuga, morte.

(A dirla tutta, sull’argomento è meglio il brasiliano Pixote – La legge del più debole (1989) di Hèctor Babenco. Tende decisamente al realismo: il che, trattando di carceri minorili brasiliane e di vita di strada in quel disgraziato Paese, lo rende praticamente un film dell’orrore).

 

Mery per sempre (1989) di Marco Risi

Mery è un travestito che si prostituisce, per avere ferito un suo cliente finisce al Malaspina (carcere minorile di Palermo, nel film chiamato Rosaspina, non sia mai il direttore s’offendesse). L’ambiente è ovviamente uno schifo, sia perché i minori detenuti non sono certo degli stinchi di santo, sia per l’oppressività dell’istituzione e lo sgradevole autoritarismo dei suoi rozzi rappresentanti. Il professore interpretato da Michele Placido cerca di smuovere qualcosa, ci riesce solo parzialmente.

Resta un decoroso film impegnato, come si diceva un tempo, anche se siamo distanti dal Brubaker di Stuart Rosenberg con Robert Redford.

 

Detenuto in attesa di giudizio (1971) di Nanni Loy

Forse anche per la presenza di Alberto Sordi come protagonista, il film dà spazio principalmente alla grande paura borghese di finire in carcere da innocente (chi invece è colpevole, quella vita di merda almeno un po’ se la merita, sembra essere il suggerimento subliminale). Pure se le ricostruzioni dell’ambiente penitenziario soffrono della incoercibile caricaturalità sopra le righe che connota la commedia all’italiana, è da vedere.

 

Basta che non si sappia in giro (1976) di Nanni Loy

Film a episodi, il secondo si intitola Il superiore e narra di un secondino (Nino Manfredi) che durante una rivolta viene preso in ostaggio dai detenuti i quali minacciano di sodomizzarlo se non verranno ascoltati dal Ministro di Grazia e Giustizia. La denuncia sociale si intreccia col pruriginoso-ridanciano, ma va visto almeno per il personaggio del direttore inetto e protervo reso ottimamente da Lino Banfi, e anche per la gustosa interpretazione di Vittorio Mezzogiorno (uno dei rivoltosi che reiteratamente evoca a Manfredi l’attuando gesto dimostrativo canticchiando tricche tricche larilà).

 

Farfallon (1974) di Riccardo Pazzaglia

Parodiaccia di Papillon. Nonostante l’affetto per Franco Franchi, che mio papà conobbe quando questi si esibiva con una miserabile compagnia di guitti nella Sicilia dell’immediato dopoguerra, e per Ciccio Ingrassia, col quale ci incontravamo talora in un ristorante siciliano vicino a Porta Pia (si chiamava Il Mafioso, non esiste più da molti anni), non mi sento di consigliarne la visione, anche se è pieno di bravissimi e godibilissimi attori e caratteristi: Vittorio Marsiglia (strepitoso nei panni di un infermiere gay), Nino Terzo, Mario Carotenuto, Antonio Allocca, Fiorenzo Fiorentini.

N.B. A 48’ Franco, che è stato trasferito in un carcere modello, esita a passare fra due ali di secondini, Ciccio lo esorta a non avere timore e quando infine egli transita viene accarezzato con dei fiori dal lungo stelo. Successivamente Ciccio commenta con l’illuminata direttrice “Credeva che gli volessero fare il santantonio”: se si arriva a menzionarla espressamente in un film farsesco, è evidente che la pratica della bastonatura caudina è diffusa da tempo immemorabile nelle nostre case circondariali.

 

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A.C. Whistle
Giurista e poeta

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