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mercoledì, Agosto 17, 2022

30 anni di Assalti Frontali: batti il tuo tempo sempre

Gli Assalti Frontali, veri e propri pilastri del rap italiano da oltre 30 anni, un unicum nella storia artistica del nostro paese. Li abbiamo incontrati tempo fa al parco della Mistica, portando insieme la nostra solitarietà alla Cooperativa Capodarco, alle prese con la propria sopravvivenza.

Il punto di partenza per la nostra chiacchierata era stata la quinta ristampa di Storie di Assalti Frontali – Conflitti che producono banditi, il primo libro scritto da Luca, Militant A, che racconta gli esordi del gruppo che coincidono con la nascita del rap nel nostro paese.

30 anni di Assalti Frontali

30 anni di carriera che coincidono con 30 anni di rap italiano e in italiano. Prima c’è stato un disco per celebrare una carriera lunga e importante, un lavoro che non è una compilation, ma un album di fotografie, in grado di raccontare momenti diversi della carriera di questa storica crew. Così come la ristampa del libro. E da qui parte la nostra chicchierata con Militant A e POL G.

Diceva Pavese che il bello nella vita è “iniziare”…

Militant: Infatti tutto è iniziato con i miei sogni, quelli di un ragazzo cresciuto a San Lorenzo che, una volta terminati gli studi, comincia a viaggiare. Sono stato a New York, New Orleans, Brixton, Kingston e ho visto con i miei occhi i pionieri dell’hip hop nelle strade, una musica nata come una comunità, che portava una sorta di sogno rivoluzionario.

E infatti nel libro racconti benissimo tutto questo. Come nel disco antologico.

Nell’antologia c’è un libretto con delle foto, che raccontano bene tutti gli anni che abbiamo vissuto e in particolare il punto di svolta, a fine anni ottanta, con l’occupazione delle università e il movimento della Pantera. Durante le occupazioni si ascoltava e si faceva rap fino alla data simbolo del 3 febbraio 1990 quando, durante una manifestazione con 20 mila persone a Roma, ci chiesero di salire sul palco a cantare. Tutta Italia parlò della nostra esibizione, il rap era diventato un nuovo linguaggio della musica e tanti volevano cimentarsi.

E quindi anche voi, col passaggio dalla Onda Rossa Posse agli Assalti

Sciogliemmo il gruppo Onda Rosse Posse, che era legato alla radio, iniziammo il percorso come Assalti Frontali. Si era partiti dai centri sociali per andare oltre: l’hip hop in quel momento era diventato l’occasione per prendere la parola.

Il video

 

Il Rap può cambiare il mondo?

Guarda, penso semplicemente al nostro piccolo mondo, per esempio alla protesta per il lago sotterraneo di Roma nel 2014 – la vicenda dell’Ex Snia – quando si voleva distruggere un elemento naturale unico per costruire dei grattacieli. Ci opponemmo e vincemmo la nostra battaglia. Quindi mi piace ricordare questo avvenimento. Magari la musica non lo modificherà questo mondo, ma può scuotere le coscienze e cambiare la nostra realtà.

Parliamo ora con Pol G di presente e magari anche di trap. Partiamo dalle basi. Intendo proprio le basi strumentali del rap…

Pol G: Guarda, le basi oggi sono scollegate dal discorso delle libraries o della ricerca.
L’unico elemento di continuità col passato è dato dalle macchine, come ad esempio la Roland 808 e il suo clap. Uno strumento che è proprio collegato agli inizi dell’hip hop e a un impianto più elettronico e con meno sample, qualcosa che in qualche misura racconta un legame tra gli albori dell’hip hop, tipo Afrika Bambataa, e la trap.

Chiaramente oggi tutto è usato in maniera diversa, con meno BPM, e rinforzato da un uso diverso delle metriche nuove. La grande differenza invece è che la trap è proprio come il mercato di adesso: globale. Quindi ripete la formula ritenuta vincente fino a saturare ogni spazio (per esempio l’uso delll’autotune) mentre il rap classico cercava l’originalità e la personalità. Eravamo sicuramente meno cinici rispetto al presente.

Che intendevi prima per matrice universale? (Ne parlavamo in privato, prima dell’intervista)

Siamo nel globale e un americano può essere influenzato da roba italiana e viceversa. I suoni appartengono a tutti e le influenze sono molto diverse. All’inizio chi faceva hip hop sapeva che la cultura di riferimento era generalmente quella black americana e magari un austriaco di Vienna poteva sentirsi goffo. Ora invece la fruizione della musica è molto diversa. Ad esempio, l’ascolto dell’album intero è stato sostituito dall’ascolto insistito del singolo brano, che permette di andare in profondità e conoscere tutti i segreti di una canzone. Tanto è vero che su Tik Tok, che ho studiato un po’, ci sono ragazzi veramente in gamba che si studiano i pezzi e le coreografie per giorni interi. 

Torniamo al potere della parola…

Militant: Oggi le persone non sono ascoltate, la loro parola non viene sollecitata e per questo, soprattutto i ragazzi, non comunicano quello che hanno dentro. Io durante i miei laboratori cerco di far sentire finalmente la loro voce in una dimensione collettiva. Come si fa? Non lo so… ogni volta è diverso, io vado a istinto. La prima sfida è sempre quella di creare un gruppo aperto e per farlo c’è bisogno di empatia e di fiducia, sono questi gli ingredienti essenziali per mettersi in gioco e aprire il proprio cuore.

Domandone finale: cos’è il rap?

Per me il rap è conquistare spazi, creare comunità, ottenere un lago, un parco, la musica può farlo perché parla a tutti ed entra nel cuore. L’emozione scuote e forma la cultura che trasforma la tua vita, ti orienta e indirizza nelle scelte.

La scuola, il Libano, i quartieri dove abito, il lago della Snia, Casale Monferrato, sono uniti perché è tutto un grande laboratorio: quello della vita che io racconto con il rap.

30 anni di Assalti Frontali batti il tuo tempo sempre
Militant A & Pol G

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