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San Siro muto: il calcio italiano senza le sue curve

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San Siro senza cori né striscioni: l’inchiesta “Doppia Curva” ha travolto ultras di Milan e Inter. Black list, divieti e telecamere svuotano le curve, trasformando lo stadio in un’arena silenziosa. Sicurezza o repressione? Il calcio italiano rischia di perdere la sua anima.

La fine del tifo organizzato? Il caso delle curve di Milan e Inter

Negli ultimi mesi, San Siro è diventato il teatro di una trasformazione epocale nel calcio italiano. Le curve di Inter e Milan, storicamente il cuore pulsante del tifo rossonero e nerazzurro, sono sotto la lente d’ingrandimentod ella giustizia e non solo.

L’inchiesta “Doppia Curva” della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano ha scoperchiato un sistema criminale che coinvolgeva ultras di entrambe le tifoserie, con reati che spaziano dall’estorsione al bagarinaggio, dalla gestione abusiva di parcheggi alla vendita di cibo e gadget, fino a sospette infiltrazioni mafiose, soprattutto nella Curva Nord dell’Inter. Le condanne, con pene fino a 10 anni per figure di spicco come Andrea Beretta e Luca Lucci, hanno spinto le società calcistiche a prendere misure drastiche: black list per impedire abbonamenti a tifosi “non graditi”, divieto di striscioni e coreografie, blocco della cessione degli abbonamenti in curva e, presto, l’introduzione di telecamere con riconoscimento facciale ai tornelli del Meazza.

Ma queste misure, che sembrano voler “ripulire” le curve, stanno davvero risolvendo il problema o stanno solo trasformando San Siro in un’arena silenziosa?

Un Meazza senza voce: il caso Milan-Bari

La partita di Coppa Italia del 17 agosto 2025, Milan-Bari, ha mostrato l’impatto di queste scelte. La Curva Sud rossonera, in protesta contro la black list e il divieto di striscioni, ha rinunciato al tifo organizzato, lasciando lo stadio in un silenzio spettrale, rotto solo dai cori dei tifosi baresi. Un’atmosfera che molti hanno definito “terrificante”, lontana anni luce dall’energia che San Siro ha sempre rappresentato.

La Curva Sud ha denunciato una “repressione senza logica”, evidenziando come la black list includa anche tifosi incensurati, come familiari di ultras o semplici frequentatori del settore.

L’Inter, dopo un iniziale dietrofront sullo sblocco di alcuni abbonamenti in seguito alle proteste della Curva Nord, sembra aver adottato un approccio meno rigido, ma la direzione è chiara: entrambe le società vogliono ridurre il potere delle curve.

Le contraddizioni del Milan

Particolarmente emblematico è il caso del Milan. La società rossonera, sotto la gestione RedBird, sta accelerando verso una “bonifica” della Curva Sud, ma alcune misure appaiono contraddittorie. Ad esempio, un tifoso inserito nella black list non può abbonarsi in Curva Sud, ma può tranquillamente acquistare un abbonamento in altri settori dello stadio o un biglietto singolo per una partita.

Se l’obiettivo è tenere fuori i “delinquenti”, questa logica non regge: un comportamento criminale non cambia in base al settore in cui si siede uno spettatore. Se sei un delinquente in curva, lo sei anche in tribuna.

Inoltre, il divieto di striscioni con scritte come “Old Clan” o immagini di Herbert Kilpin, fondatore del Milan, è difficilmente comprensibile. Vietare un omaggio alla storia del club sembra più un eccesso di zelo che una misura di sicurezza, e tradisce una certa ignoranza della tradizione rossonera da parte di chi prende queste decisioni.

Perché sta succedendo?

Le ragioni di questa stretta sono molteplici. L’inchiesta “Doppia Curva” ha messo Inter e Milan di fronte a un ultimatum: dimostrare alle autorità di essere in grado di prevenire attività criminali legate al tifo organizzato.

Le società si sono costituite parte civile nei processi, rompendo il patto di non belligeranza che per anni aveva permesso agli ultras di controllare attività lucrative come biglietti, parcheggi e merchandising.

La FIGC ha inflitto multe (70.000 euro all’Inter, 30.000 al Milan) e sanzionato tesserati come Simone Inzaghi per violazioni del codice di giustizia sportiva, aumentando la pressione sui club.

Ma c’è di più. Le società, soprattutto il Milan, sembrano voler trasformare San Siro in un’esperienza di intrattenimento per un pubblico globale, sul modello della Premier League. L’obiettivo è attrarre turisti e spettatori occasionali, per i quali lo stadio è un’attrazione da consumare, non un luogo di passione viscerale.

Questo spiega il silenzio di Milan-Bari: senza le curve, San Siro rischia di diventare un “teatro” per turisti, dove l’atmosfera passionale lascia spazio a un prodotto commerciale. La proprietà americana del Milan, in particolare, sembra voler marginalizzare il tifo organizzato, compresi i Milan Club, per creare un Meazza più controllato e redditizio.

Le curve: amate e odiate

Le curve, però, non trovano grande solidarietà tra gli altri tifosi. Per molti, la Curva Sud e la Curva Nord sono sinonimo di violenza, spaccio e attività criminali che poco hanno a che fare con il calcio. Le inchieste hanno confermato ciò che molti sospettavano: le curve sono spesso un “territorio extra legem” dove vige la legge del più forte.

Questo rende difficile per gli ultras trovare il sostegno del pubblico “normale”, che vede il tifo organizzato come un elemento di disturbo più che come il cuore della passione calcistica. La protesta della Curva Nord, che minaccia azioni legali per discriminazione, potrebbe avere un impatto limitato proprio per questa percezione diffusa.

Un modello per altre città?

La situazione di Milano potrebbe diventare un precedente per altre realtà italiane. Inchieste simili hanno già toccato tifoserie di Juventus, Napoli e Roma, evidenziando problemi analoghi. Club di altre città potrebbero adottare misure come black list, divieti di striscioni e tecnologie di sorveglianza per “ripulire” le curve, soprattutto se spinti da pressioni istituzionali o dalla volontà di attrarre investitori stranieri.

Tuttavia, il tifo organizzato in Italia è una tradizione culturale radicata, e città come Napoli, Roma o Genova, dove le curve sono parte dell’identità dei club, potrebbero opporre una resistenza maggiore rispetto a Milano.Il rischio, però, è doppio. Da un lato, un calcio senza curve rischia di perdere la sua anima, trasformando gli stadi in luoghi asettici e privi di passione, come già visto in alcuni contesti europei.

Dall’altro, senza un intervento strutturale dello Stato, con forze dell’ordine ai tornelli e una revisione dei sistemi di gestione degli stadi, la criminalità potrebbe trovare nuove strade per infiltrarsi. L’esperto di diritto sportivo Felice Raimondo sottolinea che i club da soli non possono “bonificare” le curve: serve un’azione coordinata con le istituzioni.

San Siro senza cori, striscioni e coreografie è un’immagine che fa male al cuore di ogni tifoso. Le misure contro le curve di Inter e Milan rispondono a esigenze di legalità e sicurezza, ma appaiono spesso contraddittorie e mal calibrate, come il divieto di omaggi storici o l’incoerenza sui biglietti.

La direzione sembra chiara: un calcio più commerciale, pensato per turisti e spettatori globali, a scapito della passione che ha reso il calcio italiano unico. Ma senza le curve, il Meazza rischia di diventare un guscio vuoto, e lo stesso potrebbe accadere altrove.

La sfida è trovare un equilibrio: garantire sicurezza e legalità senza sacrificare l’anima del tifo. Perché un San Siro silenzioso non è solo una sconfitta per gli ultras, ma per tutti coloro che amano il calcio.

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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