L’interista esistenzialista: il derby, cinque pere e via. E ora è già tempo di Champions

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Un derby senza storia, o con la solita storia degli ultimi tempi. O con una storia tutta sua. Restano i cinque palloni alle spalle di Maignan e la testa di Inzaghi che vola già alla prossima sfida di Champions con gli ostici baschi della Real Sociedad.

Il derby, cinque pere e via

Il football, è noto a tutti, è uno sport che si gioca soprattutto con i piedi. Soprattutto, appunto. Perché, seppur in maniera minore, si gioca anche con con altre parti del corpo.

Una palla puoi governarla con il petto, con una spalla, con la pancia. Puoi farlo male, o maledettamente bene, ma bastasse questo a fare di un gruppo una vera squadra! Una squadra che giocasse solo con i piedi si vedrebbe presto soverchiata da qualsiasi avversaria.

Migliorerebbe solo di un po’ la situazione se questa si affidasse anche alla corsa, alla voglia di stare in campo, alla tenuta alla distanza. Al cuore, all’appartenenza, alla passione. Venderebbe cara la pelle, ma immancabilmente soccomberebbe davanti ad un’altra dal gioco appena organizzato.

La vera discriminante, nel calcio moderno, è la testa. Non quella intesa a colpire la palla e a stabilire chi è il vero padrone dell’aire, ma quello che è dentro la testa. Quella in cui ogni allenatore ha custodito il proprio credo, la propria filosofia calcistica, le proprie conoscenze, la propria esperienza.

Con quella e attraverso quella, instillerà ad ogni componente la sua compagine, la lucidità per saper sempre cosa fare, l’intelligenza che ti guida nel posto giusto, l’applicazione certosina di schemi e tattiche, finanche il saper domare l’impeto che inquina la razionalità. Insegnerà alla squadra a muoversi e ragionare come un’unica entità, ma senza mortificare l’estro delle individualità.

Nel derby di ieri sera, si è potuto constatare come la condensazione di tutti questi principi fosse presente solo in una sola delle due squadre presentatesi sul prato di San Siro per disputare la quarta giornata del campionato di serie A.

Da una parte il Milan, troppo cambiato nei suoi componenti rispetto alla scorsa annata per essere già rodato e – appunto – ragionare da squadra.

Dall’altra c’era l’Inter, cambiata poco rispetto al passato se non per gli estremi, una punta e un attaccante. L’intelaiatura rimasta invariata, giusto quella che l’aveva condotta a risultati apprezzabilissimi nell’annata precedente.

Le differenze si sono palesate in maniera persino drammatiche dal punto di vista rossonero. Il cantiere aperto disposto da Pioli ha subito mostrato la completa mancanza di collegamenti tra i reparti. Il possesso palla insistito ma inutile perché mai volto a cercare la profondità ha spesso visto i ragazzi in rossonero fermi, a braccia aperte, come a mostrare impotenza.

Nelle dichiarazioni post-match un inebetito Pioli lo ha detto a chiare lettere: “l’Inter è stata più furba”. Certo, la sua valutazione era intesa nell’accezione negativa del termine, ma ci sta: non capita tutti i giorni di prendere cinque gol in un derby.

Il tecnico rossonero sta perdendo a vista d’occhio la sua proverbiale capacità di abbarbicarsi a lisce pareti scoscese e quindi quel “furba” riferito al suo avversario è il massimo della diplomazia e sportività di cui oggi è capace. Se il suo pensiero fosse governato da una maggiore onestà, potrebbe dire – semplicemente – che l’Inter ha vinto, pardon stravinto, di intelletto, di tattica: con la testa, appunto.

Nel suo cervello Inzaghi dispone le proprie pedine in ragione di quelle che sono di fronte, senza snaturare il proprio modo di intendere la gara. Ma sa anche che – nel caso – si può adottare l’elasticità di chi si piega per assecondare le folate dell’avversario senza spezzarsi, incassarla e poi incanalarle in flussi che siano congeniali alla gara che ha in mente. Che è esattamente quello che ha fatto, dando mandato ai suoi di difendere bassissimi, limitare il pressing per rimanere compatti, lasciare il palleggio al Milan.

L’intento non era suicida, giusto per chiarire a chi stava storcendo il naso davanti all’atteggiamento dell’Inter. Anzi: l’idea era quella di togliere metri ai due scattisti che il Milan tiene costantemente in rampa di lancio. “Per disinnescare la corsa di Leao e Hernandez non si deve affrontarli a campo aperto ma piuttosto asfissiarli togliendogli metri vitali”, questo era l’assunto inzaghiano.

Va anche detto che Theo troppa corda non poteva darla al suo compagno di fascia, dato che da quelle parti c’era da tenere a bada uno che gli spazi aperti se li mangia a colazione, Dumfries.

Con dieci uomini sotto la palla, l’Inter si è messa in paziente attesa: prima per capire che aria tirasse, vista la creatura sconosciuta che aveva di fronte, poi per approfittare degli spazi che essa avrebbe prima o poi inevitabilmente lasciato.

Curiosamente, il gol di Mkhitarian è invece arrivato a difesa schierata. In affannosa rincorsa all’indietro sorpresa dall’uscita di forza di Thuram, ma comunque schierata. La testa, ecco che il concetto ritorna: il francese una volta raggiunto il fondo resiste alla tentazione di “crossare” ad occhi chiusi perché percepisce che la difesa del Milan si è schiacciata a ridosso della porta.

Quindi cerca prima Lautaro senza riuscire a fargli pervenire la palla e poi, quando questa gli ritorna dopo il salvataggio di Krunic, ancora passa in rassegna i compagni presenti in area e infine sceglie di servire il più libero, Dimarco. Quello del laterale è senz’altro un tiro sbilenco, destinato a spegnersi sul fondo, ma per sua fortuna incoccia nelle gambe di Mkhitarian. Fortuna ho detto? Non è fortuna, è cognizione di causa.

Se si riguarda il filmato al “ralenty” si può apprezzare come, ancora prima che la parabola di Thuram raggiunga Dimarco, l’armeno ha buttato un’occhiata qua e un’occhiata là, e ha quindi preso posizione giusto tra Kjaer e Krunic. “E’ da qui che la palla passerà” gli avrà suggerito la sua immensa esperienza.

Lui, obbedendo a quella percezione, è stato premiato. La palla che gli è arrivata docile sui piedi l’ha poi indirizzata nell’angolo. Che fosse stata calciata troppo vicino alla porta perché Maignan potesse opporsi, è solo una circostanza, la questione verte tutta sulla intuizione e il genio in salsa franco-armena.

Quello che è successo dopo è la conferma di tutte le premesse che ho elencato nell’incipit: da una parte una squadra raccogliticcia, senza un vero piano e per di più in svantaggio, dall’altra una organizzatissima intenzionata a giocare al gatto col topo. Quando fai certi giochi può anche capitare che qualcosa possa andare storto, ma se la posta è alta, vale sempre la pena. E in effetti il Milan, dagli e dagli qualcosa porta a casa, oltre al possesso palla. Giusto una percussione da sinistra, perché è solo da lì che possono crearsi i pericoli per l’Inter, fissa un tête-à-tête

tra Theo e Sommer ma il francese tira male, anche perché disturbato da Darmian e il massimo che riesce a fare è indirizzare la palla sul fondo, a mezzo metro dal palo.

Ma torniamo a parlare di genitalità. Dopo l’ennesimo muro con palla conquistata dalla difesa interista, è proprio genialità quella che guida Lautaro a vedere un cono di luce per far passare un filtrante “di prima” giusto sulla corsa di Dumfries.

L’olandese è in un momento di grazia ma forse non è lucidissimo quando deve calcolare i giri giusti da imprimere alla palla perché possa raggiungere in comodità Thuram. Un po’ per sua indole, un po’ perché sente sulla nuca il rumore dei passi stretti di Theo, fatto sta che quel traversone gli riesce lungo. Poco male, al resto penserà il francese, resuscitando quell’occasione che troppo prematuramente la difesa milanista ha sentenziato come clinicamente morta.

Convinti di averla sfangata commettono così anche l’errore di calare l’attenzione sul portatore di palla, ritenendo che da quella posizione non possa fare male. Thuram ringrazia, e il suo puntare Thiaw per poi scaraventare la palla all’incrocio dei pali diventa un’elegia all’eleganza di Eto’o, alla potenza di Lukaku, alla precisione di Ronaldo, tutta insieme. E’ il gol del due a zero.

La partita del Milan finisce quindi al 37esimo del primo tempo? Sostanzialmente si, con solo un apparente risveglio al 57esimo quando finalmente la catena di sinistra riesce a fare le cose per bene. Mai distrarsi con quelli lì. Darmian si autoderoga dalla norma e lascia che Leao gli sfili alle spalle. Questa volta il tête-à-tête viene consumato, e il Milan si ritrova in corsa, inaspettatamente, 2 a 1. Ma nei fatti, la sua partita il Milan la fa solo dal 57esimo al 68esimo minuto.

Perché nel frattempo è arrivato il 65esimo minuto a mandare all’aria i piani del Diavolo. E’ quella l’ora X che decide l’intero incontro. La “release” 2023/24 dell’Inter ha nella panchina la sua arma segreta. Nel calcio di oggi spesso le partite si decidono con le giocate di chi subentra, al punto di rendere le riserve persino più importanti dei titolari.

La scorsa stagione, e ancora di più la prima, era opinione comune che il mister Simone Inzaghi fosse particolarmente avvezzo a sbagliare le sostituzioni. Ebbene, nell’attuale, i “sentito dire” dovranno trovar posto in qualche polveroso scantinato. Risolto l’arcano: fino a giugno scorso se toglieva Barella al massimo poteva mettere Gagliardini; se toglieva Dimarco entrava Gosens, se usciva Darmian il suo posto lo prendeva Bellanova. Sorvolando, per pura pietà, sui componenti offensivi, che vedevano nel solo Correa il corrispettivo di Dzeko, Lukaku e Lautaro.

Acqua passata rispetto a quando osservavamo col magone le uscita di Barella, che quasi sempre coincidevano con l’inizio di sofferenze inenarrabili fatte di barricate, punti buttati nel cesso, gollonzi subiti a braccia sui fianchi.

Oggi chi subentra risponde ai nomi di Frattesi, di Marcos Augusto, di Arnautovic, di Cuadrado. Gente che più che mettere la squadra in condizioni di sopravvivenza le regala invece la spinta di turbine ad alta pressione. Sferzate di energia pura che oltre a spingere forte il motore, ributtano dall’altra parte la lancetta che indica la quantità di carburante a disposizione.

Così le speranze di riacciuffare la partita, per il Milan durano giusto 11 minuti, quelli che bastano all’Inter per organizzare l’ennesima ripartenza. E’ Darmian stavolta a promuovere la profondità, forse perché si sente un po’ in colpa. Anticipa facile Theo e dopo un triangolo con Calhanoglu spedisce la palla a Lautaro. All’attaccante oggi è toccato fare l’assist-man, per il gol se ne riparlerà più avanti. Coraggio, a volte succede.

L’argentino però non si scompone, aspetta che arrivi il solito Mkhitarian e lo serve, con tutta la difesa milanista in ambasce, indecisa su quale sia la falla da chiudere con più urgenza. Il fato è benevolo con l’armeno che colpisce bene la palla ma una deviazione di Thiaw renderà quel tiro imprendibile. Tre a uno.

Il Milan fa l’errore di sbracare, sbilanciandosi ancor più, forse perché Pioli è momentaneamente così miope da credere ancora alla rimonta e non dice ai suoi di desistere da quell’atteggiamento suicida. Strano che non se ne accorga perché è evidente che l’Inter con gli spazi che gli vengono lasciati possa addirittura tracimare.

I gol che prenderà (il quarto e il quinto) sono frutto di puro scoramento (e scollamento) collettivo. Così Theo non controlla il suo intervento in area perché non si accorge di Lautaro che gli passa dietro e lo atterra, cagionando il rigore che Calhanoglu segnerà. Infine si concederà senza neanche opporre una minima resistenza ad un’ennesima folata interista conclusasi con il gol di Frattesi.

Troppo brutto questo Milan per essere vero. Forse troppo stravolto (tra il team dello scorso anno e quello attuale) per non dover pagar dazio in termini di amalgama. Quando si cambia nel giro di un paio di mesi l’intero impianto di centrocampo può volerci molto tempo prima che i nuovi meccanismi prendano a funzionare.

Si salva, tra i rossoneri, solo Pulisic che ha piedi raffinati e qualche idea di gioco valida. Male Reijnders che si limita ad un palleggio elementare e non fa nessuna azione di schermatura; Loftus-Cheek ha troppa stazza per essere ala pura: vorrebbe essere un regista di fascia, ma dalla sua parte l’Inter surfa che è una bellezza, quasi come se lui non ci fosse.

Nell’Inter tutti abbondantemente sopra la media. Darmian prende un mezzo punto in meno per la disattenzione sul gol di Leao ma poi quel mezzo punto se lo riprende per l’avvio dell’azione del terzo gol. Thuram straripante, è il riassunto di Dzeko e Lukaku in una sola persona. Ma di quei due ha molta più tecnica. Difesa attenta soprattutto nel breve, con il Milan poco propenso a crossare, i tentativi rossoneri di superare lo sbarramento sono stati soprattutto dei “dai e vai” stretti.

Davvero pochi però i palloni che sono riusciti a sfilare tra i calzettoni nerazzurri. I pochi palloni alti sono stati sistematicamente intercettati da Acerbi e Bastoni, e poi da De Vrij. Calhanoglu è stato sostanza e fosforo, Barella essenziale, quasi metafisico.

L’Inter si prende il primo posto in solitudine, non si può chiamare una fuga, per ovvi motivi, ma un avvertimento lo è di sicuro. La squadra c’è, ha le idee chiare, il gioco fluisce su canali liberi.

Quando si vincono quattro partite di seguito segnando tredici gol e subendone uno solo, si corre il rischio di svalutare i propri avversari e convincersi che si è vinto più per demeriti altrui che per meriti propri. Ma se si voglia valutare con serena sobrietà l’andamento della squadra, si potrebbe tranquillamente ammettere che Monza e Cagliari erano avversari più che abbordabili.

Con lo stesso metro però, che Fiorentina e Milan se non rappresentavano un banco di prova incontrovertibile, erano comunque avversari impegnativi. Non si dovrà aspettare troppo per avere qualche nuovo indizio: già da lunedì prossimo si parlerà di Champions League e Real Sociedad.

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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