www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Juventus-Inter è quello che ci si aspettava, con i bianconeri ad aggredire a tutto campo e fare mucchio compatto a centrocampo, i nerazzurri a fare quello normalmente sanno fare: tenere palla, tentare di stanare i rivali ricorrendo al palleggio basso. Tutto come previsto ma a giri inferiori, si direbbe se fossimo in Formula 1.
Juventus-Inter, a ognuno il suo ma…
Messe finalmente in cantina le beghe delle qualificazioni per i prossimi europei di la cui sublimazione per noi tifosi della Nazionale è arrivata con l’eliminazione da parte dei nostri dalle “corazzate” Macedonia e Ucraina. So’ soddisfazioni.
Non si era giocato solo in Europa, durante quella settimana. Le stesse beghe si erano dipanate anche in Sud America, con le qualificazioni per i Mondiali di Canada, Messico e USA del 2026. Se per quelle nostrane ci aveva rimesso le penne Bastoni, a causa di quelle d’oltremare si è aggiunto anche Sanchez (ma guarda un po’!) giusto perché di punte l’Inter ne ha già a josa.
Indolore invece la tornata della nazionale per la Juventus che ha dovuto patire solo il rientro anticipato in sede di Locatelli, per motivi precauzionali, ma poi disponibile già per il turno successivo di campionato. A pensar male eccetera.
E quindi, riprendano le danze, le sane ostilità di colore, il “tutti contro tutti” che ci appassionano tanto.
Ripresa col botto: Juventus-Inter: c’era altro da aggiungere per presentare la più classica tra le classiche? Oggi più che mai, con le due a guidare la classifica di serie A, con due punti a far la differenza tra prima e seconda, giusto un fiato.
Cosa ci si doveva aspettare? Il risaputo: i bianconeri ad aggredire a tutto campo i nerazzurri, fare mucchio compatto a centrocampo concedendo tuttalpiù qualche centimetro quadrato di campo sulle fasce.
Poi pressing feroce fin dentro casa loro per non far ragionare i ragionieri delle zone intermedie, non favorire le uscite da dietro col giro palla con cui l’Inter si procaccia le superiorità numeriche lì dove conta avercele. Fissato il programma e facendo ognuno il suo, non sarebbe restato che aspettare il momento giusto, sotto forma di una distrazione o errore altrui.
Che è esattamente il modo in cui la Juve poi segna: è bastato che Vlahovic saltasse addosso a Dumfries per fargli perdere il controllo della sfera, già maltrattata con un maldestro stop di petto. Mandare poi in uno contro uno Chiesa a puntare un preoccupatissimo – a ragione – Darmian è stata naturale conseguenza.
Cosa poteva fare di più il buon Matteo (vedi che qualche Matteo valido ancora esiste?) se non convogliare lo scomodo incursore sull’esterno, in modo da poter limitare i danni? La teoria del calcio, confortata da vari manuali di allenatori che ne sanno di gran lunga più di me, racconta che quella è la cosa più giusta da fare e che se la fai, nulla di male ti accadrà.
Solo che poi c’è quel solito problema del correre all’inverso che ti fa perdere di vista l’avversario. Succede perché vedi che la tua area è sguarnita ed è proprio lì che ti guida l’istinto. Chiesa che conosce bene certi meccanismi, invece di cercare alla cieca un uomo nel cuore dell’area, la palla la spedisce invece all’indietro dove, libero come l’aria, Vlahovic può piazzare il mirino nell’angolo basso della porta difesa da Sommer.
Il gol che incassa l’Inter è un bagno di umiltà non richiesto perché la partita che stava fin lì facendo, era già umile di suo. Eppure aveva fatto quello normalmente sa fare: tenere palla, tentare di stanare la Juventus ricorrendo al palleggio basso, bassissimo quando si era trattato di scaricare su Sommer. Vedi a volte come ci vuol poco ad essere messi in discussione?
Dopo il vantaggio Juventino non si è spremuta più di tanto, perseverando nel suo sterile menare il can per l’aia, non riuscendo mai a vedere la porta di Szczesny.
Messa la partita sui binari giusti secondo quelli che sono i dettami di Allegri, alla Juve sarebbe bastato mettersi guardinga e, confidando su un pacchetto difensivo a prova di dinamite, lasciar scorrere i minuti fino allo scoramento avversario, ridotto alla più totale sterilità. Che è poi quello che è successo in ben quattro volte su tredici partite disputate solo nell’attuale campionato.
Invece la Juventus fa l’errore di continuare ad aggredire altissima l’Inter che una sola volta, riesce ad eludere in velocità il pressing avversario inanellando tre passaggi in verticali consecutivi, ed è quella buona. Sommer per Dumfries, Dumfries per Barella, Barella per Thuram, tutto spostato sulla fascia destra.
Benchè il francese vada in sollucchero quando si tratta di fare a sportellate, vedersi arrivare tangenzialmente quel tir con lo stemma Bremer sul cofano, non deve essere stato allegro.
Ma intanto ha tenuto botta, guadagnato ancora qualche decina di metri e poi spedito al centro un fendente rasoterra. Lautaro ha fatto il suo mestiere, prima ha richiamato indietro Gatti poi gli è passato davanti arrivando per primo su quell’invitante pallone.
Lo ha accarezzato e mandato alle spalle di Szczesny. Non c’è modo di immaginare gli improperi carichi di originali neologismi teologici che può aver coniato l’Allegri per commentare la dabbenaggine dei suoi, capaci di prendere gol in contropiede pur essendo in avanti col punteggio.
E chi osa più? La Juventus, traumatizzata dal ferale evento, ha smesso di fare la Juventus e quel pressing muscolare messo in opera fino ad un minuto prima, è andato definitivamente ramengo. I raddoppi a mangiare in testa i tre tenori di centrocampo, diradati fino all’osso.
Nel secondo tempo l’Inter è scesa in campo con il chiaro intento di mortificare l’ardore e il ritmo della Juventus, confortata dalla convinzione che – alla fine – un pareggio a Torino tanto schifo non potesse fare. E quindi, di nuovo, ha praticato quel possesso di palla comodo fino alla trequarti propedeutico più ad una sana erosione dei minuti di gioco che ad una effettiva ricerca dell’imbucata giusta.
Imbucata che infatti non si è mai realizzata, complice la difesa della Juve così abbottonata com’era. E quindi, nuovo giro, nuova corsa a rifare girare la palla, quand’anche con i soliti appoggi su Sommer, a costo di far smadonnare i supporters. Ma quelli si sa, vorrebbero un gol ogni volta che i loro beniamini superano il centrocampo.
Alla Juve non è restato che abbozzare in attesa di vaghi eventi. Eventi che però non si verificheranno né da una parte, né dall’altra.
Proprio a voler grattare la morchia in fondo al barile, quello che si registrerà, durante un inutile secondo tempo, avaro di spunti e occasioni e brutto come un film più riuscito di Muccino, sono i fischi a Cuadrado e i cinque minuti che ci ha messo a farsi ammonire.
Il ritorno di Arnautovic, il tentativo di Inzaghi di dare elettricità al finale con l’ingresso di Frattesi, Calhanoglu che benchè esca a soli sette minuti dal termine per far spazio ad Asslani, rimane comunque poco convinto della scelta del suo coach.
Sull’altro versante non si vada troppo in là: la partita della Juventus finisce definitivamente all’ottantesimo minuto, con l’uscita in simultanea di Vlahovic e Chiesa, gli unici capaci di creare qualche ansia all’Inter.
Al novantesimo più spiccioli, quando Guida fischia per tre volte, la cronaca della partita si racchiude tutta nei soli due gol e di un’occasione sprecata da Thuram in piena area di rigore Juventina.
Rimanendo sull’argomento matematica, si contano quattro tiri in porta dell’Inter contro uno solo della Juventus, quello buono; 64 percento di vano possesso palla per gli ospiti, 34 per i padroni di casa. Valori miserevoli, tanto di qua, quanto di là.
In classifica, l’Inter mantiene il vantaggio di due punti sulla Juventus, prima gara di un mini tour de force che prevede mercoledì prossimo l’incontro di CL con il Benfica e la domenica a seguire la trasferta di Napoli: c’è poco da ridere.
A proposito di Napoli, si registri il ritorno alla vittoria, con Mazzarri che già dopo novanta minuti è diventato un eroe in città. I suoi hanno espugnato Bergamo, vincendo si grazie ad un regalo dell’Atalanta, ma anche mostrando una essenzialità che Garcia aveva messo da parte troppo frettolosamente nell’intento di far dimenticare chi quella squadra l’aveva fatta grande con le sue filosofie di gioco, Spalletti.
È un errore che gli allenatori fanno spesso, quello di tentare di cancellare il ricordo dei loro illustri predecessori: chi avesse voglia e tempo vada a leggersi “il maledetto United” di David Peace e avrà conferma di un andazzo che – tutt’altro che solo nostrano – proviene da molto lontano, nel tempo e nella distanza.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
VAI AL LINK – Kulturjam Shop
Leggi anche
- Il capitalismo si fa chiamare mercato per vergogna
- L’inflazione è dei padroni, il conto della spesa è dei lavoratori
- Non basta contestare La Russa. L’antifascismo a metà
- Sud America, Ucraina, Fascismo
- Multare chi usa termini stranieri è una soluzione idiota a un problema reale
- Dialoghi della coscienza: l’intensità magica del silenzio e la necessità di una poesia intima
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult
- Cartoline da Salò, nel vortice del presente














