L’interista esistenzialista: Inter-Roma, il campo era pendente?

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Aveva qualche seria attenuante la squadra giallorossa presentatasi a San Siro con diverse assenze, ma non abbastanza per giustificare l’andamento di un match  che è sembrato giocarsi su di un campo in pendenza verso una sola porta.

Inter-Roma, il campo era pendente?

Inter-Roma finisce uno a zero, gol di Thuram all’ottantesimo minuto. Si potrebbe concludere così, ancor prima di iniziarlo, il commento alla partita. Perché la partita non c’è stata, e a dirlo sono statistiche che testimoniano, impietosamente per i giallorossi, un predominio pressochè totale della squadra di Inzaghi: 64 percento di possesso palla, i tiri verso la porta dodici a due, cinque chiare occasioni da gol contro una sola, passaggi utili e cross da perderci il conto, sempre a favore dei padroni di casa.

Un Mou in versione “piangina” come non ci si aspetterebbe mai, triste clone del Mazzarri che fu, per primo aveva denunciato clamorosi gap che insistevano tra la sua squadra e quella che andava ad incontrare. Partendo dalle improbe fatiche delle competizioni europee che secondo lui avrebbero favorito l’Inter godente di un giorno in più di riposo, per finire alla disparità dei valori dei singoli e delle corposità delle rose a disposizione.

Però bisogna ammettere che qualche ragione di lamentarsi ce l’avesse pure. Dover rinunciare in una sola partita a Dybala, Pellegrini, Sanches, Smalling e Spinazzola non è qualcosa che si possa accettare senza maledire la sorte.

La pretattica per il tecnico di Setubal è stata di conseguenza dettata da scelte a scartamento ridotto. Spicciola alquanto, per il condottiero che è: mettere piedi, mani ed ogni appendice utile davanti, affinchè il capitombolo potesse essere attutito per quanto più possibile.

E a conti fatti, è stata la strategia vincente perché la sua Roma avrà anche perso, ma lo ha fatto con il minimo scarto possibile: missione compiuta.

Lontano dall’essere il match-clou di una volta, quando i capitolini concorrevano per titoli e piazzamenti d’alta quota, a tener viva l’attenzione è stata la diatriba tra Lukaku e tutto l’universo Inter.

Per dirimere una volta per tutta l’annosa vicenda, la sceneggiatura prevedeva la consegna di settantamila fischietti agli altrettanti spettatori del Meazza, cui avrebbero dato fiato ad ogni palla pervenuta all’ingrato, onde mortificare ogni sua giocata. Soldi sprecati: davvero i pochi palloni che il Belga ha potuto giocare, giusto una manciata e quasi sempre spalle alla porta.

La Roma ha cercato di capire come affrontare un avversario palesemente più forte combattendosi nel dubbio tra il difendersi ad oltranza o provare a fare la partita. Mourinho, ben sapendo che chiedere ai suoi di pressare a tutto campo avrebbe prestato il fianco alle uscite in velocità dell’Inter, ha chiesto loro di farlo solo nelle zone nevralgiche, con coscienza e secondo l’opportunità.

Purtroppo per lui neanche quello ha funzionato: i suoi interni nell’impazienza del voler recuperare palla a ridosso del centrocampo, si sono spesso fatti risucchiare fuori zona, lasciando a Calhanoglu e Mhkitaryan spazi insperati ove poter ricevere palla tra le linee.

Buon per loro che non sia toccato di pagar dazio, perché poi tra salvataggi in extremis, le traverse colte da Calha e Carlos Augusto e le parate di Rui Patricio, la porta giallorossa è rimasta immacolata.

Incapace anche solo di organizzare una ripartenza, una manovra, un alleggerimento, sul piano del gioco alla Roma non è riuscito niente, se non di prendere gol

A far da contraltare l’Inter, alla quale è riuscito tutto, se non di fare gol.

Per gli ospiti comunque una gran buona notizia, potendo sempre sperare che prima o poi il momento buono potesse arrivare. Non per l’Inter che invece non poteva confidare che il gol che le mancava, la Roma decidesse di farselo da sola.

E così, riducendo il tutto ad una semplice condotta volta a “sfangarla”, la Lupa è riuscita a mantenere in bilico il risultato per un bel po’, alimentando le preoccupazioni di chi cercava, dall’altra parte, di sbloccare l’imbarazzante status quo.

Rimanendo gli ospiti sospesi nell’attesa di accadimenti improbabili al limite dell’inimmaginabile, l’ha infine risolta l’Inter perché ha saputo attaccare l’avversario con la pazienza dei forti.

Inzaghi ha avuto il merito di vederci lungo, cambiando i due interni ormai a corto di fiato e di idee. Asslani, subentrato a Calhanoglu, stavolta non si è lasciato sfuggire l’occasione di mostrare quel che sa e può fare sfoderando un lancio millimetrico a raggiungere un’ormai esausto Dimarco. Il cursore di sinistra ha speso le sue residue energie per guadagnare il fondo e servire Thuram a cui è toccata la dolce incombenza di trasformare in oro quell’estemporanea iniziativa.

La Roma invece ha visto sfilare via la partita a pochi metri dall’ottenere il massimo risultato prefisso perché ha fatto un solo tipo di partita. Alla sua stessa indole rinunciataria hanno fatto da zavorra un atteggiamento impaurito ed oltremodo attendista.

Si è così consumato un match inteso dai più come una vera e propria resa dei conti tra il popolo interista e il reprobo Lukaku. Un’atmosfera a lui ostile di cui si erano avvertite, palpabili, le pulsioni già al saluto prima dell’inizio della partita, durante il quale era stato snobbato dall’ex gemello Lautaro e palesemente ignorato dal compagno di merende che furono, Nicolò Barella.

L’Inter si riporta sulla vetta che aveva lasciato sguarnita per ventiquattr’ore scalzando la Juve, e mantenendola a due punti di distacco. Nella serata Napoli e Milan si sono poi rubati punti tra loro pareggiando al termine di una partita a vicende alterne e modellando così una classifica che comincia a delineare in maniera più nitida le gerarchie della competizione.

 

 

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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