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I nerazzurri battono una bella Fiorentina assillata dai problemi di sempre, ma che comunque rappresenta sempre un osso duro da rosicchiare. Tre punti pesantissimi.
Fiorentina-Inter, 3 punti pesanti come macigni
Quando Vlahovic uscendo dal campo al termine di Juventus-Empoli ha smadonnato e sputato verso non si sa chi con la sua maschera d’ira funesta, a quanto pare ne aveva tutte le buone ragioni.
Il risicato uno a uno non era deleterio per l’immediatezza della classifica che sarebbe comunque rimasta favorevole ma, di riflesso, per la futura prestazione della sua immediata inseguitrice, l’Inter.
Non un’arida questione di aritmetica, ma di morale. Con i nerazzurri già sulla graticola a causa di quel centrocampo rimaneggiato e in previsione di una trasferta che si preannunciava tutt’altro che di piacere, in quel di Firenze, poter affrontare l’emergenza alleviata nell’ansia di prestazione tipica di chi si ritrova a dover rincorrere, era tutta manna dal cielo.
Subodorava il sorpasso, la punta serba, e sorpasso c’è stato. L’Inter ha portato a casa i tre punti, soffrendo il giusto, date le circostanze. E adesso che lo scontro con la Fiorentina è andato agli archivi, suonano giuste pure certe scelte che neanche una settimana fa sembravano delle pure scelleratezze.
Nella fattispecie quella di Nicolò Barella, che in Napoli-Inter di Supercoppa Italiana, protestando inutilmente per un fallo inutile in una zona di campo inutile, si era beccato quel cartellino giallo che gli avrebbe fatto saltare il turno successivo. Diavolo di un sardo, ne sapeva più di chiunque altro. “Meglio saltare la Fiorentina con cui vinciamo facile e tornare mondato per il match contro la Juventus”, il suo articolato pensiero. Vagli a dare torto.
Cioè il torto ce lo ha, se non altro per le modalità con cui è arrivata la vittoria contro i Viola, stramaledettamente sofferta. Altro che il vincere facile di cui andava cianciando.
Pochi i dubbi di Inzaghi: indisponibile il già detto Barella, idem Calhanoglu per gli stessi motivi, c’era praticamente da cambiare un intero impianto di gioco. Il trapianto ha funzionato a scartamento ridotto: Asslani e Frattesi al momento non valgono i due che si sono trovati a sostituire. Non che abbiano fatto male, va detto. Mancano però ancora certi step: il risultato è che ancora non riescono a trasmettere la stessa sicurezza e autorevolezza dei titolari.
È un po’ come pretendere di affidare le chiavi di una Ferrari ad un neopatentato: per partire la farà pure partire, il problema sarà riuscire a tenerla in strada. Sorvolando sulle condizioni in cui il bolide tornerà.
Non aveva invece di questi problemi Vincenzo Italiano, allenatore della Fiore. La pedaleria della sua fuoriserie erano nei sapienti e capaci piedi di Bonaventura e Arthur. Duncan e Ikonè a dare coppia e giri ad un motore scattante ma lento sul lungo.
Sistema rodato, quello viola. Tra le squadre italiane è terza in quel fondamentale, mica cotiche. I novanta minuti di Fiorentina-Inter confermeranno che non è un sentito dire, perché la partita si è svolta proprio secondo quella modalità.
La Fiore ha preso immediatamente in mano la situazione applicandosi nel giro palla con la prevista autorevolezza. Purtroppo per lei, con un ritmo troppo compassato per poter impensierire i dintorni di Bastoni, De Vrij e Darmian.
Il rovescio della medaglia è stato presto servito: la Fiorentina “funziona” alla grande quando è in possesso di palla. I dolori si avvertono quando questa diventa di proprietà altrui. I due “piccoli” faticano a portare un pressing credibile volto a recuperare in fretta il possesso. In più, tendono ad abbandonare a sè stessi i compagni di reparto, che si ritrovano a spolmonarsi nel tentativo di chiudere le tante linee di passaggio e a tamponare le ripartenze avversarie.
La classica coperta corta: Italiano dà mandato a Beltran di dare bordone ad un centrocampo che rischia di correre a vuoto. Lui esegue, ma finisce per essere sempre lontano dalla porta e a veder quindi avvilita la sua già scarsa verve. Ci sarà un motivo se la Fiorentina è solo settima nel computo dei gol fatti? Eccone uno dei motivi.
Così non meraviglia che l’Inter ne assorba in relativa sicurezza le manovre e, appena può, lancia in tromba i suoi avanti. Subisce il gioco dell’avversario ma senza mai dare segno di scomporsi. Quando le capita l’occasione, guadagna campo e arriva in zona tiro con relativa facilità.
Quando poi Lautaro dopo una dozzina di minuti segna di testa su calcio d’angolo di Asslani, la meraviglia è contenuta perché tra le due chi sembrava più pronta a raccogliere occasioni era stata proprio l’Inter. Il gol dell’argentino non può essere fulmine a ciel sereno perché se ne erano già visti i prodromi in un paio di occasioni.
Lo stesso gol è originato da un fulmineo ribaltamento di fronte che aveva messo Carlos Augusto ad un metro dalla linea di porta, liberato al tiro potenzialmente letale da un traversone di Thuram. Solo un miracolo di Faraoni aveva salvato la porta di Terracciano.
Ovviamente il gol del vantaggio ha scombinato i piani di Italiano, che nel tentativo di raddrizzare la trama del match ha dovuto forzare la mano. Ha tolto Arthur, troppo compassato per una squadra che ha l’urgenza di accelerare, e ha inserito Maxime Lopez. Non che questo sia più avvezzo a sradicare palloni ma tant’è: si fa finta che sia un rischio più o meno calcolato
Gli esiti delle decisioni del tecnico viola sono stati mutevoli. Se da una parte la pressione sulla difesa dell’Inter si è fatta più intensa, dall’altra i recuperi molto più difficoltosi; gli spazi alle spalle dei centrocampisti, smisurati.
Quando poi entra Nico Gonzales quelle precarietà si sono acuite, ma non era già più tempo di calcoli, per la Fiorentina. Era, semmai il tempo del tutto per tutto.
L’Inter che ha cominciato a soffrire quella pressione già dal settantesimo, al settantacinquesimo rischia di cadere. Fin lì l’azione della Fiorentina si era limitata a cercare le sue torri nel cuore dell’area interista senza costrutto. Quando poi Sommer è intervenuto per anticipare Nzola con un’uscita di pugno, il Var ci ha visto qualcosa di non canonico.
Strano, perché le immagini descrivono in maniera lampante che il portiere arriva per primo sulla palla. Poi, con quel che resta della sua spinta, finisce per colpire l’attaccante. La collisione che si verifica risponde alle leggi della fisica, e come tale andrebbe accettata.
L’arbitro ci ha pensato un po’ su e ha quindi deciso che della fisica se ne può tranquillamente infischiare. Per lui è rigore, fisica chimica o matematica che sia.
Il Nico Gonzales non solo vorrebbe segnare, lui vorrebbe dileggiare un avversario che non può affrontarlo ad armi pari. Non si fa. O non si dovrebbe fare. Nel suo immaginare si srotola un film in cui si vede il portiere lanciarsi da una parte e il pallone che lemme lemme morire in rete, dalla parte opposta.
Sommer invece ha già mandato a memoria il suo personale backup con tutti i dati relativi ai tiratori della Fiore. Su Nico Gonzales? Ne sa abbastanza, il giusto, quello che serve. Sa che gli basta aspettare di vedere dove indirizza la palla. Lenta com’è, deve solo adagiarsi sul morbido prato del Franchi per bloccare il tiro. E ben gli sta.
I restanti venti minuti, compreso il recupero sono di vera sofferenza per l’Inter. Arnautovic non riesce a portare l’unica consegna che gli vien richiesta, quella di addomesticare palle in avanti, proteggerle e fare risalire la squadra. Ne gioca poche, non ne doma nessuna.
Sanchez i suoi quindici minuti li ha investiti girando a vuoto, come suo solito. Arriva utilmente il novantesimo, e con esso il momento di bilanci. Ad Asslani manca sempre la giocata di prima, ma calcia meravigliosamente.
Sembrano due caratteristiche in contraddizione tra loro: ebbene, lo sono. Frattesi è dappertutto sembra avere una riserva di ossigeno infinita: se si tratta di uno di quei giocatori che non si notano in campo ma sono indispensabili per il loro allenatore, il suo è un futuro da top-player.
Mkhitarian meriterebbe una vecchiaia più tranquilla, ieri non era serata da vestaglia, ciabatte e pipa. Sommer rimpiange i tempi in cui non gli arrivavano tiri in porta. Si annoiava, ma campava di rendita. Gli altri, tutti sulla sufficienza.
Si batte una bella Fiorentina assillata dai problemi di sempre, ma che comunque rappresenta sempre un osso duro da rosicchiare. Tre punti presi alla Juventina, alla “fai il colpo e scappa via col bottino”. Se non se ne potesse più di sentirlo dire, scriverei “a corto muso”. E niente, ormai l’ho scritto.

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