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Il sesto derby consecutivo vinto, lo scudetto, la seconda stella: racconto di una notte magica per i nerazzurri.
Il derby vinto, lo scudetto, la seconda stella, che volete di più?
Erano molteplici le teorie che si erano snocciolate alla vigilia di Milan-Inter, valida per la trentatreesima giornata del campionato di calcio di serie A, stagione 2023-2024.
Già fugata quella strampalatissima che avrebbe visto il Milan perdente a bella posta contro il Sassuolo nel turno precedente giusto perché “se proprio devono festeggiare, che lo facciano a casa loro”. Per questa invece, in piedi rimanevano quella che contemplava un Milan in assoluto disarmo, incerottato e col morale sotto i tacchi per via della cocente eliminazione dalla Europa League per mani, anzi piede, della Roma.
Di contro, c’era chi si aspettava, per lo stesso motivo, un Diavolo incazzato abbestia, pronto a vendere la pelle e determinato a far allungare l’agonia di un campionato già deciso, a data da destinarsi.
Anche sullo stato dei primi in classifica si erano osate le previsioni. L’Inter è in chiara flessione fisica, si diceva, già tanto se strappa un pareggio ad i cugini. Oppure si narrava di un’Inter sull’onda dell’entusiasmo pronta a fare un sol boccone del suo odiato dirimpettaio.
Il senso tuttavia era unidirezionale: i tifosi milanisti non sarebbero stati disposti a consegnare la posta piena all’Inter. Costasse quel che costasse, l’obbiettivo era rinviare su letti altrui la fine fatale del campionato in corso.
Per il mondo nerazzurro sarebbe stato fantastico vincerla lì, sul campo amico ma da ospiti. Una goduria vera e propria cui dedicare un giorno all’anno per celebrarla e ricordarla. Ma, per contro, non riuscire a pervenire alla prestigiosa meta, non avrebbe rappresentato certo un dramma, con ancora quattro giornate da disputare e un distacco quantificabile dai dieci ai dodici punti.
Avrebbero avuto la meglio le motivazioni (dell’Inter) o la disperazione (del Milan)?
Le motivazioni di un obbiettivo ormai dietro l’angolo, anzi con l’angolo già doppiato, o la disperazione di chi ha perso tutte le armi ed è rimasto con una fionda lasca in mano?
Due stelle all’orizzonte per l’Inter, nessun orizzonte per il Milan, fuori ormai da tutte le competizioni cui si era iscritto. Sola accortezza da qui alla fine del campionato, di non sbracare col rischio di vender compromesso anche il migliore dei piazzamenti tra i non vincenti.
Va da sé che le vigilie dei due tecnici fossero emotivamente opposte.
Un Pioli sottopressione sotto tutti i punti di vista, finanche la sua permanenza sulla panchina rossonera. C’era da inventare qualcosa per smuovere un ambiente mediamente depresso, una rimescolata al mazzo di carte per favorire l’uscita di un jolly recalcitrante e dispettoso. Cosa mi inventa? Leao punta. O mezza punta. O falso nueve, come si ama dire oggi. Insomma al centro, a guardar la porta avversaria con il cono di luce più favorevole.
Adli a fare il regista basso, altra novità partorita apposta per affrontare il centrocampo interista, capace di possessi di palla ipnotizzanti, intorno a lui, da dargli bordone ed ad alzare il tasso tecnico, Pulisic e Loftus Cheek.
Da quest’altra parte, la formazione migliore, secondo le impressioni che aveva dedotto Inzaghi in settimana. Pure l’Inter non aveva da fare i conti con la fatica: dal 13 marzo poteva occuparsi di giocare solo di domenica. Oppure il sabato. Ma anche di lunedì, se il caso. Insomma, in mezzo alla settimana i ragazzi sono autorizzati a passare le serate alla sala bigliardi.
Sono bastati una manciata di minuti per capire i rispettivi stati d’animo. Adli, dopo sette minuti è già sull’orlo di una crisi di nervi, e non trova di meglio che redarguire vigorosamente Barella, reo di aver subito un chiaro fallo a centrocampo. Proprio a confermare chi avesse più i nervi a posto, il buon Nicolò non ha – incredibile ma vero – battuto ciglio davanti a quell’aspra rampogna. Si è rialzato, si è scrollato via un paio di fili d’erba dalla spalla e ha ripreso a trotterellare come nulla fosse successo.
Durante quei tesissimi primi minuti, l’Inter aveva di buon grado lasciato l’incombenza di far girar palla al Milan, dedicandosi allo studio necessario per capire che razza di creatura avesse di fronte. Familiare ma diversa dal solito. Soprattutto diversa da quelle che avevano preso in serie 0-3, 1-0, 0-2, 1-0 e 5-1. Cinque partite, dodici gol sul groppone a fronte di una misera segnatura.
In tutto quel gran studiare, ci sta che alla fine il Milan ti conceda un calcio d’angolo, è nella natura delle cose calcistiche. Come ci sta pure che l’Inter sia in grado di capitalizzare certe leggerezze.
Nel mentre che tre quarti di stadio lanciavano fischi ed improperi al rinnegato Calhanoglu, questo, dal corner, affettava una palla che gettava lo scompiglio in un’area ad alta densità abitativa. Quell’arcobaleno mortifero raggiungeva Pavard – oui, c’est moi – che ne alterava la traiettoria, spedendo la palla nel cuore della difesa a zona rossonera.
Lì si è poi palesato Acerbi che non ha dovuto far di più che metterci la sua testa da uccelletto. La palla, una volta colpita, non poteva che trovare una destinazione, il fondo del sacco. L’Inter è in vantaggio: uno a zero sul tabellone e più sedici sul taccuino.
L’orgasmo con cui il Milan era sceso in campo non poteva che trascendere davanti a tanto sfacelo. Mettere la palla a centrocampo è stata dura fatica per la premiata ditta Leao & Company..
Per il Milan la gestione dell’equilibrio emotivo si è sfarinata, diventando deficitaria, ardua e insostenibile. La sua condotta di gara è diventa di conseguenza spigolosa e farraginosa
La tensione dei ragazzi di Pioli è palpabile al punto di trasmettere all’avversario quel virus, inquinandone il sistema nervoso.
Barella perde l’aplomb al ventiduesimo minuto – davvero non poteva durar troppo – quando falcia a centrocampo Rejnders che cercava di ripartire in velocità, prendendo un giallo prematuro.
Quella elettricità forse c’entra poco con l’errore madornale che Lautaro si concede calciando alto malgrado la completa disponibilità di una porta il cui unico baluardo era Maignan.
L’argentino, non segnando da un bel po’, ha forse perso una certa confidenza con la porta. Non è il caso di preoccuparsene, arriveranno certamente tempi migliori. Ma intanto, da giocatore intelligente quale è, mette al servizio del team quel che può, proponendosi per lo scambio e facendosi trovare sempre libero.
Al 24esimo è stato il Milan a bussare forte alla porta interista. Uno dei pochi ribaltamenti di fronte riusciti ha messo Leao davanti a Sommer. Dal duello ne è uscito come un gigante, lui che un gigante non è, parando il tiro scoccato dall’attaccante portoghese.
Accomodatasi sul vantaggio, l’Inter si è potuta permettere di rallentare il gioco, e quando non in possesso di palla, compattarsi nelle retrovie, acquattandosi però sui blocchi dello start per ripartire a razzo e testare la capacità di rewind milanista.
Il Milan, senza una vera punta si è trovata nella scabrosa situazione di non saper bene come attaccare. Intorno al castelletto formato da Pavard, Acerbi e Bastoni ha girato invano, provando a più riprese a saggiarne le cedevolezze, a tastare la consistenza dei chiavistelli, senza però mai riuscire a varcare la soglia.
Al 36esimo è arrivata la prima ammonizione per un milanista. Non è un caso che il battezzato sia Theo Hernandez, forse quello che più sente questo tipo di match. Egli non ha di fronte il suo amico giurato, quel Dumfries cui ha promesso l’irriferibile, abbondantemente ricambiato.
La partita è intanto entrata nella sua fase più matura, più viva. È la fase in cui il Milan porta più uomini in attacco. Non è un forcing ma un forzare la mano, senza ancora osare l’inosabile. Da tanta accortezza riesce a costruire una sola azione, ma pericolosissima.
È un’azione manovrata che interessa tutto il centrocampo milanista a mettere in condizione Musah di spedire al centro una palla bassa. Calabria ha giocato d’istinto, indirizzando la palla verso la porta, trovando però un attentissimo Sommer a protendersi alla sua sinistra e salvare in angolo.
Dall’intervallo è l’Inter ad uscire meglio
Per Inzaghi non c’era troppo da aggiustare, solo da raccomandarsi dal non rispondere alle numerose provocazioni dell’avversario. Il fatto è che con l’inizio del secondo tempo toccava più al Milan il compito di fare la partita. Che significa spingere con decisione, o tentare di farlo, anche dovendo rinunciare a qualche attenzione difensiva.
Rinuncia che si è rivelata pesante appena tre minuti dopo l’inizio della frazione quando il piede educato di Bastoni ha trovato Thuram sulla trequarti milanista, spostato nella sua zona più cara, quella su cui ha imparato a tirare i primi calci. In quel settore di campo, così lontano dai pali, talmente isolato da soffrire la solitudine, il francese se ne è fatta una ragione e ha condotto la palla da se medesimo, andando a braccio, dove lo menavano i cinque avversari intorno a lui.
Docilmente, quel quintetto lo ha accompagnato al limite dell’area, conservando il possesso di palla un po’ per destrezza, un po’ per incuria dei suoi scagnozzi. Giunto in quelle interessanti prossimità, ha caricato il destro e mandato la palla a filo d’erba verso il palo più vicino. Maignan, aspettandosi un più ortodosso tiro a giro aveva improvvidamente caricato il piede destro per preparare uno dei suoi plastici voli.
Disequilibrato dall’inaspettata traiettoria, non ha potuto che abbozzare un goffo allungamento alla sua destra. Troppo tardi, la palla aveva già abbondantemente superato la linea di porta.
Che gran gol Marcus! C’è tutto in quella realizzazione. Lo stop, il controllo, la protezione della palla, la tenuta fisica, il tiro forte e preciso. Tanta roba raccolta in un solo parametro zero.
Con un tempo intero da giocare al Milan non è restato che tentare il tutto per tutto, mettendo da parte le precauzioni, aumentando i giri oltre la zona rossa, schiumando di rabbia. E’ in casi come questi che si vede la grande maturità della squadra di Inzaghi. Una commistione di vigoria fisica e cerebralità, forza e ragione come benzina ed ossigeno.
L’Inter è squadra nel vero senso della parola, singolare e femminile. Ragiona come un’unica entità, si muove in ragione della propria sapienza ma non rinunciando a seguire le tracce che lascia l’avversario e su quelle, eventualmente, lanciarsi all’inseguimento.
Al cinquantesimo minuto Pioli ha ufficialmente dichiarato concluso – in maniera fallimentare – l’esperimento Leao come punta centrale. Dentro Giroud e ritorno ad uno schieramento più rodato. Rinunciare ad una corsia di sinistra così ben assortita come lui e Theo Hernandez è stata pura follia. Infatti fino a quel momento il Milan non aveva fatto che pendere a destra, lasciando l’altro versante nelle sapienti mani di Pavard e Darmian.
Così è arrivato il momento di salire in cattedra per Mkhitarian e Calhanoglu, a mantenere palla e farsi dare palla tra le maglie milaniste. A gestire, a procedere a ritroso, a muovere l’avversario come da copione straripetuto.
Quel bel tenere occupato il Milan in esasperati quanto inutili tentativi di raddoppio su chi menava il pallone tra i piedi, ha fatto sì che gli accorgimenti tattici di Pioli risultassero sterili. La produzione in attacco è stata inconsistente. Bennacer per Adli, Chukwueze per Musah, hanno dato un certo impulso alle connessioni milaniste, ma solo dal punto di vista del dinamismo. Con la presenza di Giroud ha potuto riempire più fisicamente l’area interista e preoccupare – ma solo di poco – Acerbi.
L’Inter ha risposto solo al 73 esimo minuto con i suoi cambi a conferma che la tesi che indicava una certa flessione fisica, indicativamente da un mese in qua, era bellamente campata per aria.
È arrivato come un fulmine a ciel sereno il gol del Milan. Complice un fisiologico, arretramento della linea di galleggiamento dell’Inter. Quell’arretramento, ha chiamato letteralmente dentro gli ultimi quindici metri tutto il Milan, che è squadra che nelle aree sa farsi valere. Pulisic, che ha un piede molto ben educato, ha messo una palla velenosa al centro, Leao ha fatto l’unica cosa positiva della sua partita, rispedendola al centro.
Lì Tomori è stato fortunato, vedendosi recapitare una seconda occasione (la prima era stata neutralizzata da Sommer) impossibile da non ribadire a rete con successo.
Inaspettatamente, più per essa stessa che per l’Inter, il Milan si è rimesso in corsa, a dieci minuti e spiccioli dalla fine.
Quel gol ha paradossalmente giocato contro i poveri tifosi milanisti che, senza di quello, avrebbero guadagnato l’uscita con congruo anticipo dando per perso il match e potendosi risparmiare i festeggiamenti nerazzurri.
Viceversa, a quei tapini è toccato sciropparsi un quarto d’ora di inutili attacchi e, smacco finale, sciropparsi il levare di bandiere, gagliardetti, striscioni, sciarpe e il tripudio di tutto il popolo nerazzurro presente nel catino del Meazza. Non si sono potuti risparmiare neanche il sbrocco totale tra Dumfries e Theo, prodotto di vecchie ruggini sviluppate in derby andati.
I due al termine dell’ennesimo incrocio, si sono fronteggiati come galli da combattimento senza speroni. Niente pugni o sberle, ma solo un tira-tira di maglie inutile e che non ha creato danno alcuno, perché i tessuti tecnici di oggi si allungano a dismisura ma non si strappano praticamente mai.
Il capannello che si è creato per dividere i due esagitati è stato niente di più che un balletto coreografico, culminato con i rossi sventolati da Colombo Andrea, della sezione di Como. I due non sono riusciti infine a stabilire chi fosse il più stupido.
È finita con un salomonico ex-aequo. Al 94esimo minuto si aggiungerà un altro pretendente, Calabria, che rifilerà una – e questa va detta con la voce di Bruno Pizzul – “proditoria gomitata”, sulla faccia di Pavard.
C’è spazio per un’altra, davvero l’ultima, occasione per il Milan, con Okafor, che si è presentato a tu per tu con Sommer. La palla malcalciata dall’attaccante è stata poi salvata sulla linea Bastoni, uomo della provvidenza. Un assist e un salvataggio in extremis per portare a casa l’ennesima pagnotta.
Poi lo spazio è solo per i festeggiamenti, per un traguardo atteso da 58 anni, il ventesimo scudetto, sei ere calcistiche. La commozione di Lautaro ai microfoni è l’emblema di un gruppo che è molto più di questo.
È una casa, una famiglia, una comunità. Sarà anche una notte di domenica sera, quando la gente va a letto un po’ prima del normale perché poi il lunedì è un cliente tosto da trattare, ma questa sera, almeno una metà del popolo milanese a letto andrà molto tardi.
C’è da andare in giro a far vedere le bandiere nerazzurre per le vie della città, perché per almeno un anno a Milano saranno gli unici colori che potranno vantare a ragione una supremazia tutt’altro che teorica.
E non c’è solo quello, tra le incombenze dei tifosi dell’Inter. C’è da fare, ancora. C’è da cucire una piccola cosa, su una maglia, una camicia, una canottiera, quello che si vuole. E’ una roba di davvero pochi centimetri, un oggetto, che preso così, fuori contesto, potrebbe sembrare addirittura insignificante. Ma non per un interista. E’ piccola, è gialla, è fatta di stoffa. E non sarà mai da sola.
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