L’Inter di oggi é quell’amante prestante e focoso che non concede il bis. Fatto il suo comodo, si gira dall’altra parte e si mette a ronfare come un mantice scassato. Per stavolta accontentiamoci dei 3 punti.
Godiamoci i 3 punti e poco altro
Dovendo rivivere Lecce-Inter e volendone per forza trovare degli spunti positivi sarà il caso di cominciare… dalla fine. Si, perchè quel poco di buono che rimane di una prestazione cosí deficitaria sono solo i tre punti. A questo, se proprio si vuole, si aggiunga una panchina da cui finalmente si possano pescare dei jolly in grado di cambiare l’inerzia delle partite.
L’Inter di oggi é quell’amante prestante e focoso che non concede il bis. Fatto il suo comodo, si gira dall’altra parte e si mette a ronfare come un mantice scassato. Di piú, nella serata di ieri si scopre anche eiaculatore precoce, perché tutto l’ambaradan si esaurisce dopo solo un minuto e venti. A quel punto ci si sarebbe aspettati il bis, il tertium, il quartus.
Si, ciao core: da quel momento in poi, l’Inter si é – come suo solito – rincantucciata nella sua comfort zone fatta da passaggi orizzontali, abbassamento del ritmo, i soliti – inutili quanto irritanti – appoggi all’indietro per Handanovic.
La squadra invece di aggredire e finire un avversario che – per quanto i commentatori dell’iniqua Dazn si sforzassero di convincere gli spettatori del contrario – era davvero poca cosa, si é messa come al solito a filosofeggiare.
In quello sterile esercizio di irragionevole prudenza ci si é beata, specchiata e finalmente auto-anestetizzata. Peccato di enorme gravitá perché il Lecce non sembrava volersi opporre ad un avversario a cui bastava solo essere presente: non pressava né con gli attaccanti né con i centrocampisti e passivamente aspettava nella sua metà campo cercando solo di occludere le linee di passaggio.
Purtroppo, i coni d’ombra giá palesatisi nelle amichevoli di precampionato, si sono drammaticamente riproposti: Gosens ha vivacchiato sulla fascia scialacquando la sua verve in passaggi scolastici, il centrocampo é sembrato poco prodigo in fatto di creatività con un Chalanoglu impreciso e un Barella precipitoso, la difesa ha espresso solo lentezza e distrazione. Meglio non ha fatto l’attacco, troppo “spalmato” sulla linea di difesa avversa con Lukaku costretto a lavorare palloni sempre e solo di spalle alla porta, e che per questo quasi mai si é reso pericoloso.
In uno stato catatonico si é entrati nello spogliatoio, in quello stesso stato se ne é usciti se é vero che il Lecce cosí come aveva preso il gol a freddo, con le stesse modalitá quel gol lo fa. Il tentativo goffo e improvvido di Skriniar di anticipare Di Francesco su un innocua giocata a centrocampo é la fotografia dell’inebetimento che stava vivendo la squadra: a nulla é servita la precipitosa corsa a ritroso di Brozovic e De Vrij, il Lecce ha pareggiato e non sa neanche come ha fatto. Devi essere un tordo a quel punto a non provarci, devono aver pensato a quel punto i ragazzi di Marco Baroni.
Dall’altra parte, Simone Inzaghi avràpensato che devi essere un tordo a non provare a cambiare qualcosa. É sempre in fatto di pensieri, “stai a vedé che questa la perdiamo pure”, avrá considerato Handanovic dopo il suo mezzo miracolo su un calcio di punizione di Bistrovic. Cosí con Mkhitarian al posto di Broz le cose sono andate un po’ meglio: l’armeno non avrá il raggio d’azione del croato peró sa ben cucire le maglie tra difesa e attacco, sa velocizzare l’azione è soprattutto sa passare la palla in verticale, che con ‘sti chiar di luna…
Quando entra Dzeko per Darmian e poi pure Correa per Skriniar é chiaro a tutti che Inzaghi vuole buttarla in caciara: quattro punte con Lautaro e Correa a proporsi a turno come rifinitori. Interessante, questa ancora non l’avevamo vista. E insomma, dal settantesimo minuto facciamo quello che avremmo dovuto fare dal quinto: aggredire l’avversario, tenerlo alle corde, sfinirlo e infine finirlo.
Sembra finita, è finita lo é per davvero quando Lautaro cerca la porta con una frustata di testa su un pallone che spiove dall’angolo. Quel pallone in porta non ci va, che non é giornata. Va altrove, ballonzolando grullo e un pó come cacchio gli pare, finché non incrocia la corsa di Dumfries, che non sapendo come colpirla ci mette, di ignoranza pura, l’intero corpo che poi Dio vede e provvede.
Un pó di coscia, un pó di inguine, un pó di culo, in porta ci finisce lui, il pallone e tutti i cristi che hanno tirato giú i tifosi nerazzurri fino ad un millisecondo prima.
Finisce 1-2 ma é grasso che cola: non potrà andare sempre bene e la scusa della preparazione atletica comincia a diventare grama. In una estate in cui sembrava che tutto il calciomercato girasse intorno a Skriniar e Lukaku si é persa un pó di vista la costruzione di una logica di squadra o di una squadra logica, che adesso sembra improntata molto sulla fisicità ma molto poco sull’inventiva.
Certo, poter contare su una “massa battente” che possa scardinare a forza di spallate le difese avversarie é sicuramente un valore aggiunto, ma quanto questo espediente possa funzionare contro squadre più attrezzate del Lecce é cosa tutta da verificare. Il calo di intensità che affligge la squadra quando invece dovrebbe aumentare il ritmo di gioco é un altro pressante problema che Inzaghi dovrà al più presto risolvere: le prime risposte arriveranno sabato, con lo Spezia.
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