Il Mondiale in Borsa: dopo pensioni e sanità, la finanza si compra anche il pallone

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Infantino vuole aprire il business del Mondiale ai grandi capitali finanziari. Ma il calcio è solo l’ultimo asset: pensioni, TFR e sanità seguono da anni la stessa traiettoria. Il problema non è Infantino: è un sistema che trasforma diritti, futuro e passioni in rendita.

La Luna, il dito e il pallone che rotola in Borsa

Dunque, Gianni Infantino vuole vendere un pezzo del Mondiale a Thrive Capital e JP Morgan. Venti miliardi di valutazione, una bella società di comodo, la FIFA che tiene il controllo (sì, certo, come io tengo il controllo del mio conto in banca quando ci mette le mani la banca), e tutti a gridare allo scandalo. L’UEFA si straccia le vesti, Blatter si risveglia dal letargo etico per dire che “nessuno ha il diritto di vendere il nostro gioco”, e i social si riempiono di faccine arrabbiate. Infantino cattivo. Infantino pericoloso. Infantino pittoresco. Pittoresco lo scrivo io perché spero sia a prova di querela…

Ma scusate, è davvero solo questione di Gianni?

Gianni è il dito. Punta dritto dritto sugli occhi, ci fa lacrimare, ci distrae con la sua abbronzatura da jet set e i suoi discorsi da TED Talk in versione sconto Black Friday. Ma la Luna, quella grossa che nessuno guarda più, è un’altra. La Luna è il modello che ha già venduto le nostre pensioni, il nostro TFR, le nostre corsie ospedaliere, i nostri ponti, le nostre scuole, e ora, manco a farlo apposta, anche la coppa che alzano i calciatori ogni quattro anni. Nei desiderata di Infantino ogni due anni.

Provate a seguire il filo, che non è difficile, è solo scomodo

In Italia, se sei un lavoratore neo-assunto e non  fai, entro due mesi, un diniego per iscritto, il tuo TFR, il frutto dei tuoi anni di lavoro, del tuo sudore, della tua esistenza in fabbrica o in ufficio, finisce dritto in un fondo privato. BlackRock, o chi per lei. Non perché tu l’abbia scelto. Perché lo Stato ha deciso che il default, l’opzione pigra, quella per chi non sa leggere la burocrazia o non ha tempo di farlo, è la privatizzazione del tuo futuro e ti dicono pure che è per il tuo bene, perché “il mercato rende di più”. Il mercato. Quello stesso mercato che nel 2008 ci ha portato alla crisi, quello che oggi ci spinge in guerre interminabili, contro un nemico creato ad arte, quello che controlla i governi che dovrebbero controllarlo.

In Germania, Friedrich Merz, che non è certo un personaggio di Tale e Quale Show , anche se a volte sembra, vuole “americanizzare” le pensioni. Che in tedesco suona come Reform , in italiano si traduce con: “Caro lavoratore, il tuo futuro non è più un diritto acquisito, è un prodotto finanziario. Buona fortuna”. E se il Fondo va in malora? Beh, almeno hai avuto la libertà di scegliere il tuo Fondo. Che bel conforto, da sotto il ponte.

La sanità? Stessa musica, diverso pentagramma. Le liste d’attesa crescono come erbacce, gli ospedali pubblici sanguinano, e intanto ti spuntano assicurazioni private “complementari” che diventano, in fretta, l’unica porta per farsi curare in tempi umani. Non è una privatizzazione dichiarata. È un’asfissia controllata. Togli ossigeno, poi vendi la bomboletta. E dietro le bombolette, guarda caso, ci sono sempre gli stessi nomi: BlackRock, Vanguard, JP Morgan. Entità che non producono un bel niente. Non costruiscono case, non inventano medicine, non scrivono poesie, non segnano goal. Succhiano. Sono vampiri istituzionali, attaccati alla giugulare dei flussi futuri. Devono farlo, è il loro modello: prendere qualcosa che esiste già, il tuo lavoro, la tua malattia, la tua vecchiaia, la tua passione per il calcio e trasformarlo in asset, in equity, in rendita.

Ecco, questo è il punto. Infantino non è un visionario. Non è nemmeno un ladro particolarmente originale. È un amministratore diligente di un sistema che richiede che tutto diventi collateralizzabile. Il Mondiale ha cinque miliardi di spettatori, diritti tv blindati per decenni, sponsor che pagano fior di quattrini per essere associati a un’emozione collettiva. È un flusso di cassa perfetto. Prevedibile, globale, inarrestabile. Se fossi un Fondo di investimento, lo comprerei anche io. Anzi, lo comprerei soprattutto  io, visto che i governi mi hanno già dato le pensioni e i risparmi obbligati, e ho ancora liquidità da piazzare.

Il calcio è del popolo!

La reazione istintiva è: “Ma il calcio è di tutti!”. Giusto. E il TFR di chi è? Del lavoratore. E la pensione di chi è? Del cittadino. E la salute di chi è? Del malato. Eppure li stiamo vendendo, pezzo per pezzo, con operazioni che non si chiamano vendite ma “riforme”, “ottimizzazioni”, “scelte di mercato”. Il calcio è l’ultimo baluardo, non il primo. È l’ultimo pezzo di torta che finanzia ancora un’emozione condivisa senza passare per un prospetto di rendimento. E anche quello, ora, deve essere messo in Borsa.

C’è un dettaglio che rende tutto più cinico e ridicolo. I club più forti d’Europa sono già in mano a Fondi americani o arabi. La Premier League è un prodotto finanziario con pallone allegato. I diritti tv sono già monopolio di conglomerati globali. Quello che Infantino propone non è una rivoluzione. È solo l’ultimo strato di vernice trasparente che rende esplicito ciò che era già implicito. È il momento in cui il vampiro esce dalla nebbia e dice: “Ehi, sono qui da anni, solo che adesso lo ammetto”.

E allora, che fare? Indignarsi su X per tre giorni e poi guardare Brasile-Argentina? È il rischio. Perché il calcio ha un potere terribile: ti fa odiare Infantino durante i dibattiti, ma quando parte l’inno, quando entra la squadra, quando c’è il rigore al novantesimo, dimentichi tutto. La struttura proprietaria scompare. Lo spettacolo ingoia la politica. È il suo superpotere. Ti fanno guardare il dito, il dito è un rigore, un goal, una parata, mentre la Luna ti sottrae il TFR, la pensione, la sanità e ora anche la Coppa del Mondo.

Ma forse, solo forse, questa volta il dito è troppo grosso. Forse il Mondiale è così visibile, così universale, così ovvio , che anche chi non ha mai sentito parlare di TFR o di Fondi pensione privati si chiederà: “Aspetta, stanno vendendo anche questo?”. E da lì, se si ha la pazienza di alzare lo sguardo, si potrebbe vedere la Luna. Una Luna che non brilla, che succhia. Una Luna fatta di Fondi che non producono nulla, ma possiedono tutto. Una Luna che finanzia guerre, che compra governi, che trasforma ogni diritto in un rendimento.

Infantino non è il problema. È il sintomo. Il problema è che abbiamo normalizzato l’idea che il futuro dei cittadini, il loro lavoro, la loro salute, la loro vecchiaia, e ora persino la loro passione, siano materia prima per bilanci finanziari. Il problema è che siamo passati dal “il calcio è di tutti” al “il calcio è di tutti, ma i dividendi sono di pochi” senza nemmeno accorgercene.

Quindi sì, indigniamoci per il Mondiale. Ma non fermiamoci al pallone. Guardiamo la Luna. È enorme, è lì sopra, e ci sta rubando la luce.

 

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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