Il divieto dell’hijab per le atlete musulmane alle Olimpiadi di Parigi 2024 è discriminante

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Il divieto di indossare l’hijab durante le competizioni sportive imposto dalla Francia ha scatenato un dibattito acceso sulla libertà di religione e sui diritti delle atlete. Nonostante il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) non imponga alcun limite all’abbigliamento religioso o culturale delle atlete, la decisione della ministra francese della Gioventù, dello Sport e dei Giochi Olimpici e Paralimpici, Amélie Oudéa-Castéra, ha scatenato numerose polemiche.

Francia, il divieto dell’hijab. Una decisione controversa

Nel dicembre 2022, la Federazione francese di basket ha introdotto l’articolo 9.3 nel regolamento sportivo generale, vietando espressamente “qualsiasi equipaggiamento con connotazioni religiose o politiche […] durante tutte le competizioni”. Ciò implica che qualsiasi giocatrice che indossi l’hijab o qualsiasi altro indumento religioso sarà esclusa dalla competizione, come è accaduto a Salimata Sylla una giocatrice di basket francese.

È evidente che questo regolamento sia più che discriminatorio”, ha affermato Sylla, la cui carriera è stata bruscamente interrotta dalla nuova normativa della FFBB.

Motivazioni dietro il divieto

La ministra Oudéa-Castéra ha giustificato il divieto invocando il principio di laicità dello stato francese, sottolineando che “la Francia è impegnata in un rigoroso regime di laicità”, che implica “il divieto di ogni forma di proselitismo”.

Tuttavia, questa posizione si pone in netto contrasto con quella del CIO, che non vede nell’uso dell’hijab un problema religioso, ma piuttosto una scelta culturale.

La decisione di estendere il divieto alle Olimpiadi è vista come un’ulteriore manifestazione delle politiche francesi riguardanti l’abbigliamento islamico. Nel corso degli ultimi anni, sono stati imposti divieti simili nelle scuole e in altri contesti sportivi.

Nell’agosto 2023, Gabriel Attal, allora ministro dell’Educazione, ha negato alle studentesse musulmane di indossare l’abaya, una tunica tradizionale, nelle scuole francesi.

Analogamente, la federazione calcistica francese ha confermato il divieto dell’uso del velo durante le partite ufficiali, come stabilito dal Consiglio di Stato nel giugno 2023.

Reazioni internazionali

La decisione della Francia ha suscitato reazioni critiche a livello internazionale. Amnesty International ha chiesto alla FFBB e al ministero dello Sport di garantire che le norme sull’abbigliamento sportivo siano conformi al diritto internazionale sui diritti umani, senza discriminare le giocatrici musulmane.

Inoltre, l’ONU si è espressa contraria al divieto, affermando che nessuno dovrebbe imporre alle donne cosa indossare. Marta Hurtado, portavoce dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ha sottolineato che le restrizioni all’abbigliamento religioso devono essere giustificate da preoccupazioni di sicurezza pubblica o ordine pubblico, altrimenti rappresentano una violazione dei diritti umani.

La situazione ha spinto molte atlete e associazioni a mobilitarsi per difendere il diritto di giocare con l’hijab.

Salimata Sylla ha fondato Ball Her, una lega di basket inclusiva nell’Ile-de-France, che mira a creare spazi sicuri per tutte le donne che desiderano giocare a basket, indipendentemente dall’abbigliamento.

La lega promuove l’idea di “basket per tutti”, cercando di dimostrare che non vi è nulla di inappropriato nell’indossare l’hijab durante le competizioni sportive.

Un altro esempio di sport inclusivo è rappresentato dal collettivo Les Hijabeuses, creato per difendere il diritto delle atlete di giocare a calcio indossando il velo.

Questo collettivo organizza partite e tornei aperti a tutte le atlete, indipendentemente dal loro abbigliamento religioso o culturale. Recentemente, il gruppo ha organizzato le Olimpiadi delle Hijabeuses, un evento che celebra l’inclusività nello sport.

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