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Gigi Riva aveva già nella fisionomia la traccia di una Italia umile, operaia e contadina che era destinata a sparire nel tempo. Su di lui fioccavano leggende tra i ragazzini, come quella che avesse rotto un braccio ad un raccattapalle centrandolo con un pallone scoccato dal suo sinistro micidiale.
Gigi Riva, l’ultimo mohicano
Di Gigi Riva, le nuove generazioni, non hanno purtroppo dei ricordi “diretti”. Di quelli cioè che riportino alle sue gesta. Alle sue azioni, ai suoi gol, ai suoi tiri al fulmicotone, al suo Cagliari campione d’Italia nella stagione 1969-70. Quelle nozioni, quelle immagini sbiadite, quei filmati da cineteca che lo riguardano, li hanno scoperti dopo, quando ormai Riva si era ritirato dal calcio giocato, nel lontano 1977.
I ricordi indiretti invece sono tanti. A partire dalle figurine Panini. Non è mai stata, quella di Riva una figurina particolarmente rara, di conseguenza la sua immagine era molto familiare, soprattutto fra i collezionisti in erba. Sempre immortalato nella classica tenuta bianca con bordi rossi e blu e con il colletto tenuto più o meno chiuso con delle cordine, oppure in maglia a quarti rossoblu, in quelle nebbiose fotografie non lo si vedeva mai sorridere.
Quando nell’edizione del 1973 la Panini sul suo Album del Calcio pubblicò le foto per intero dei giocatori, si poterono ammirare anche le cosce ipertrofiche del numero undici di quel Cagliari. L’impressione che restituiva era quella di un calciatore solido e burbero, capace di incutere terrore con la sua sola presenza.
La sua fama invece arrivava cristallina, ammantata di leggenda. Tra noi bambini si faceva a chi la raccontava più grossa. Quella più gettonata riferiva aver un giorno, “Rombo di tuono”, rotto un braccio ad un raccattapalle centrandolo con un pallone scoccato dal suo sinistro micidiale. Per la cronaca, non ho trovato mai riscontri su questo fantomatico accadimento.
Si raccontava che schiantasse le porte, che schiodasse le reti dai loro ganci, che i palloni da lui calciati diventassero in breve tempo inutilizzabili. Si parlava di grappoli di gol segnate da Giggiriva in partite di cui non esistevano tracce, di match giocati al di là dell’oceano contro squadre dal nome inventato di sana pianta.
Erano tempi in cui il calcio si giocava solo di domenica e sporadicamente il mercoledì sera, quando c’erano le “coppe”. A ragguardarti sull’andamento del campionato c’erano i “riflessi filmati” che passavano sul secondo canale a 90° minuto.
Più tardi c’era la “sintesi” di una (dico una) partita di serie A. Per sintesi si intendeva il solo secondo tempo. Ovviamente quella partita i bambini non potevano vederla perché “Carosello” li aveva già messi a letto.
Il ricordo che però mi rimane più vivido risale ad una notte del 17 giugno del 1970. Forse è uno dei ricordi più remoti che sono in grado di ricordare, avevo poco meno di quattro anni.
Fu quando mi ritrovai davanti, sbalordito oltre ogni ragionevole misura, la scena di tre uomini adulti ballare e saltellare abbracciati, ridere e piangere e gridare dandosi spintoni, pacche, strette di mani. Al momento non potei capire cosa stesse succedendo, e per quello che posso ricordare, mio padre mi venne incontro con un sorriso che raramente gli avrei rivisto disegnato sul volto, mi prese in braccio e dopo avermi spupazzato un po’, mi rimise a letto. Quella scena fu destinata a rimanermi impressa nella memoria per sempre, e ancora oggi mi capita di risfogliarla sorridendo di tanta ingenuità.
Solo ricostruendo i fatti e incrociando le vaghe testimonianze di chi era presente quella notte, sono riuscito a risalire all’evento che aveva gasato mio padre fino all’inverosimile.
Era la notte di Italia-Germania 4-3. Il grottesco esultante balletto a cui avevo assistito poteva essere stato, ragionevolmente, messo in scena da quei tre ossessi a seguito del gol di Gigi Riva, quello del 3 a 2. Lo stop perfetto, lo spostamento della palla sul sinistro, il tiro non forte ma preciso, Sepp Mayer che si tuffa ma non riesce ad arrivarci. O forse in occasione del gol del 2-2, quello di Burgnich, che quel giorno scoprì che anche dall’altra parte del campo c’è una porta. O, ancora, per salutare quello di del definitivo 4 a 3 segnato dal “Golden Boy” Gianni Rivera, palla da una parte, Sepp Mayer dall’altra. Non è importante chi l’abbia segnato ma quello che ha rappresentato. Senz’altro più della felicità di un trio di tifosi avvinazzati.
Una nazione stretta intorno ai suoi campioni, questo ha rappresentato. Una Nazionale guidata da un uomo trasversale, che non giocava nell’Inter, nel Milan o nella Juventus. Un uomo che aveva scelto di vincere nel modo più difficile e complicato: giocando in una “provinciale”.
In un calcio che ancora aveva tra i suoi valori il senso di appartenenza ad una maglia ed una città, dove un giocatore si legava a doppio filo al club che l’aveva cresciuto e che in lui aveva creduto, poteva capitare che un Cagliari composto da dieci semplici mestieranti del pallone vincesse il campionato di serie A trascinato da un solo campione.
Come se oggi – che ne so – il Palermo salisse nella massima serie e fra quattro anni vincesse il campionato. Senza però avere Ronaldo, Messi e Benzema nel suo organico, ma solo… Paolo Rossi. Fantascienza.
I miei ricordi diretti di Rombo di Tuono quindi, per motivi anagrafici, sono quelli che riportano agli ultimi anni della sua carriera, purtroppo punteggiati da poche soddisfazioni e da tanti infortuni.
Notizie che si attingevano dalle pagine patinate del Guerin Sportivo, con le sue belle foto in tutta pagina, in bianco e nero. Spesso ritraevano Riva intento ad esplodere il suo sinistro al fulmicotone, e noi si sognava di essere il centrocampista che gli aveva servito la palla giusta. Oppure ci si proiettava sul primo spiazzo libero per provare a replicare quel suo gesto, quasi sempre con esiti miserevoli. Erano davvero pochi quelli che osavano paragonarsi a lui. Le sue movenze erano inimitabili anche per i più dotati, i suoi colpi troppo speciali per poter essere realizzati con piedi normali.
Col tempo successe sempre più spesso che quelle foto lo ritraessero disteso per terra, a tenersi disperatamente l’arto offeso. Appese le scarpe al chiodo non volle limitarsi ad essere stato un campione solo sul campo.
Lo fu anche fuori, partecipando a ben sei mondiali come team manager della nazionale italiana. Mi piace pensare che nel successo dei mondiali vinti dagli azzurri nel 2006 ci sia molto della grinta che Rombo di Tuono scatenava in campo. Nel 2011 decise da ritirarsi definitivamente dal calcio e anche dalla vita mondana, ritirandosi a vita privata.
Come accade per tutti gli eroi della propria infanzia, quando giunge la ferale notizia della loro dipartita ci si sente come se si fosse perso un parente. Quel vecchio zio divertente, con cui stavi tanto bene e che poi, per i percorsi tortuosi della vita, ad un certo punto hai perso di vista. Un giorno ti raggiunge la notizia che non c’è più. E così ti sembra che una parte di te e della spensieratezza di quei tempi se la sia portata via con sé.
Questo è quello che ho provato, e immagino che tanti miei coetanei stiano vivendo quella stessa malinconia. Un lutto sommesso, non devastante, perché quella persona nei tuoi ricordi è talmente grande che neanche la morte può portarla via del tutto. Rimane un piccolo rimpianto: beati quelli che i gol di Rombo di tuono li hanno visti dal vivo, perché quel privilegio io non l’ho vissuto.
Gigi Riva lascia in eredità i suoi numeri formidabili.
Oltre al miracoloso scudetto con il Cagliari della stagione 1969-70, un titolo europeo per nazioni nel 1968, tre volte capocannoniere della serie A (1964-65, 1968-69 e 1969-79), tre volte capocannoniere della Coppa Italia (1964-65, 1968-69 e 1972-73).
E ancora, miglior marcatore nella storia della nazionale italiana: 35 gol in 42 presenze; miglior marcatore assoluto nella storia del Cagliari con 208 gol in 378 presenze; miglior marcatore in Serie A nella storia del Cagliari con 156 gol in 289 presenze; miglior marcatore in Europa nella storia del Cagliari con 4 gol in 6 presenze (a pari merito con Luís Oliveira);
Riva èstato uno dei sei giocatori ad aver realizzato una quaterna con la maglia della nazionale italiana; è stato uno dei cinque giocatori (insieme a Giuseppe Meazza, Roberto Boninsegna, Diego Armando Maradona e Giuseppe Signori) ad aver vinto nella stessa stagione la classifica marcatori sia in Campionato che in Coppa Italia (nel 1968-1969). A contorno, è stato inserito nel 2011 nella “Hall of fame del calcio italiano”.
Numeri ottenuti indossando solo due maglie: quella del Cagliari e quella della Nazionale. Chissà di che tenore sarebbero stati se non avesse pronunciato quel clamoroso no a Gianni Agnelli quando nell’estate del 1973 offrì due miliardi al Cagliari per liberarlo. O se avesse ceduto alle avances di squadre come il Milan o l’Inter. Si fa fatica anche solo ad immaginarlo.
Ho sentito un po’ in giro, chiedendo a chi quegli anni c’era e li ha vissuti da appassionato del calcio. Non posso che fidarmi: tra i grandi campioni della storia del nostro calcio, fu il meno divisivo di tutti: tranne i cagliaritani e i sardi, nessuno tifava per il Cagliari ma tutti tifavano per Gigi Riva. Anche per chi lo vedeva giocare contro la propria squadra del cuore, era impossibile non riconoscerne la forza, la bravura, la sportività e di conseguenza ammirarlo, applaudirlo.
Leggo sui giornali di oggi che Gigi Riva avrebbe rifiutato le cure che – probabilmente – gli avrebbero permesso di vivere ancora qualche mese o qualche anno. Non me ne meraviglio.
Da uomo spigoloso e austero come la terra che ha scelto come casa definitiva, una persona i cui “si” e i cui “no” erano sempre definitivi, ci sta che davanti ai cambiamenti di un mondo dalle troppe sfaccettature abbia finito per sentirsi come una tessera in un mosaico sbagliato.
Se è vero quello che diceva Pasolini, che “il calcio è metafora della vita” ci sta anche che Gigi facendo i conti con un’attualità che non riteneva valesse ancora la pena di essere vissuta abbia finito per sentirsi alieno ad entrambi, il calcio e la vita. Come avrebbe potuto reagire un bomber di razza come lui davanti al chirurgo che lo avrebbe volentieri trattenuto, a costo di placcarlo, per convincerlo a rimanere ancora per un po’ tra di noi?
Come un bomber di razza, appunto: scartandolo. Come faceva sessant’anni prima. Una finta, una controfinta per far perdere l’equilibrio all’avversario. Spostandosi la palla sul sinistro, il piede buono. Caricando indietro la gamba come una molla. Tirando l’adduttore fino allo spasimo. Liberando il quadricipite, attento a mantenere il corpo in avanti. Colpendo forte la palla, con il collo del piede. Scagliandola lì, lontano, dove nessun portiere può riuscire a prenderla.
Luigi Riva, detto Gigi. Leggiuno, 7 novembre 1944 – Cagliari, 22 gennaio 2024.

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