Empatia vs aggressività: come sono gli umani?

Fin dall’antichità l’uomo ha sviluppato empatia, la capacità di porsi nello stato d’animo di un’altra persona. Questa capacità di sentire nel profondo è spesso in conflitto con l’aggressività, altro aspetto dell’animo umano che induce a arrecare un danno nei confronti di altri uomini, animali e ambiente.

È evidente che il processo di sfruttamento delle risorse ambientali è insostenibile e non potrà garantire a lungo la sopravvivenza degli uomini. Pertanto è necessario che l’uomo si riconnetta con il suo istinto naturale alla comprensione, ponendo un freno a stermini, genocidi e sfruttamento delle risorse naturali.

La perdita dell’empatia

Noi uomini spesso mettiamo da parte l’empatia e siamo le vittime della nostra stessa aggressività. La  storia è densa di violenze indicibili e il secolo che è appena trascorso non ha di eguali per stermini e genocidi.

L’evoluzione che ci accompagna fin dagli albori delle prime comunità umane ci ha portato a essere gli animali domestici per antonomasia.

Abbiamo sviluppato sin da subito il senso di solidarietà, l’aiuto reciproco e l’amore verso il prossimo. Ma non siamo mai riusciti a liberarci degli innumerevoli atti di violenza esercitati nei confronti dei nostri simili.

Bambini siriani

Tale violenza trae tuttora alimento anche dall’incapacità di svincolarci dalla sopraffazione che continuiamo a esercitare verso soggetti appartenenti a altre specie.

In particolare abbiamo dedicato a questi animali specifici processi di domesticazione al fine di renderli mansueti, ma incapaci di sopravvivere al di fuori di ambienti modellati dai nostri bisogni.

Molti di questi animali sono soliti vivere in greggi o in mandrie e noi abbiamo stipulato con loro un tacito contratto. Disponiamo delle loro vite in cambio di un rifugio e di un’alimentazione spesso miserevoli.

Questo si è rivelato un ignobile arbitrio, un atto di prepotenza senza alcun rispetto dei loro legami familiari, a cominciare da quelli che legano i piccoli alle loro madri.

Rapporti sociali | Madre-figlio

In fondo anche il genere animale possiede un’organizzazione sociale, differente quantitativamente ma non qualitativamente dal sistema che regola le nostre società.

Noi gli abbiamo negato proprio questo, in particolare ai mammiferi. Al pari della nostra, la loro esistenza è governata da sentimenti, emozioni e strategie evolutive più o meno complesse che l’uomo ha ridimensionato e plasmato in relazione ai propri bisogni.

La centralità dell’individuo. Il male della società

L’evoluzione per selezione naturale pone al centro del suo processo l’individuo, scrigno unico di specificità, che rappresentano un elemento basilare della sua ricchezza e sono il fondamento della diversità biologica.

Sin dalle origini della nostra socialità, l’uomo ha inflitto sofferenze infinite verso la specie animale e verso i suoi stessi simili.

Questo atteggiamento persevera da secoli, ponendo da un lato la centralità dell’individuo e dall’altro la specie, intesa come entità all’interno della quale le soggettività si appiattiscono.

Allo stato attuale molti sono ancora incapaci di cogliere lo sguardo spaurito di un cucciolo condotto al macello. Le grida straziate di vite separate sono percepite come rumori noiosi.

Si è incapaci di sentire la differenza tra la predazione esplicata da un animale selvatico che si esercita e si esaurisce nella immanenza di un bisogno, rispetto alla programmata uccisione di un soggetto di cui spesso si è condivisa anche emotivamente la sua breve esistenza, da lattante a cucciolo.

Alla luce di queste osservazioni, bisogna rassegnarci a dover aspettare ancora a lungo che l’empatia trovi un più ampio spazio nelle nostre menti.

Caccia grossa in Africa

Una certezza può essere di conforto: se le mattanze di tanti animali in un tempo futuro avranno fine perché la coscienza collettiva le aborrirà, anche l’aggressività che ancora ci attanaglia si ridurrà e con essa anche guerre e stermini.

Ma se anche tali sentimenti tarderanno a diffondersi, un freno a tanto scempio sarà comunque imposto dalla stessa insostenibilità degli attuali processi di sfruttamento delle risorse ambientali.

Il cambiamento deve partire dalle abitudini che trovano il loro fondamento in un’alimentazione basata su un consumo diffuso di carne, innaturale per noi umani, forgiati dalla selezione naturale come soggetti per costituzione vegetariani.

 

Antonio De Marco
Antonio De Marco
Biologo, evoluzionista, ricercatore del CNR, ha fondato e gestisce il Parco Faunistico di Piano dell'Abatino, www.parcoabatino.org. Coordina progetti di conservazione e di recupero di fauna in difficoltà, in collaborazione con organizzazioni pubbliche e private (CNR, ISS, Enti Parco, Provincia di Rieti, Regione Lazio, Corpo Forestale dello Stato, CITES, LIPU, Lega Ambiente, WWF). Coordina attività di ricerca sul benessere animale, con paricolare attenzione ai primati,su aspetti connessi all’ecologia comportamentale in collaborazione con il CNR e varie Università.

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