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La domanda energetica dei data center europei raddoppierà entro il 2030. La lobby EUDCA chiede di ridiscutere gli obiettivi ambientali e apre agli idrocarburi, mentre Bruxelles insegue la corsa all’IA contro USA e Cina. Il rischio è una gara al ribasso sulle norme climatiche.
L’intelligenza artificiale ha fame di elettricità, e Bruxelles è pronta a servirle in tavola l’ambiente
Tra i tanti obiettivi disseminati nei documenti programmatici dell’Unione Europea, ce n’è uno che si presta particolarmente bene a un esercizio di realismo disincantato: triplicare, nel giro di circa un lustro, la potenza dei data center continentali. Un traguardo dell’Action Plan europeo per l’intelligenza artificiale che suona ambizioso sulla carta e temerario nella pratica, dato che la rete elettrica esistente non è stata progettata per reggere un simile balzo.
Il risultato è uno scontro politico internazionale sempre più acceso su come e dove costruire nuove capacità di generazione, mentre sullo sfondo si muove, con la consueta discrezione, la lobby del settore digitale: obiettivo dichiarato, convincere le istituzioni a mettere in soffitta gli impegni ambientali già sottoscritti, pur di non rallentare la corsa ai server.
Il ragionamento di fondo che muove Bruxelles, Washington e Pechino è pressoché identico: cloud, big data e intelligenza artificiale sono ormai considerati architrave dell’economia futura, del mercato del lavoro, della sicurezza nazionale e persino della Difesa. Peccato che questa architettura, per quanto immateriale nel nome, si regga su infrastrutture fisicamente vorace di energia, e che il consumo cresca di pari passo con la sofisticazione tecnologica.
Le stime di S&P Global parlano chiaro: la domanda energetica dei data center europei è destinata a raddoppiare entro il 2030. Una traiettoria che sta rilanciando, non a caso, l’influenza dell’Alleanza europea per il nucleare, a cui l’Italia ha aderito ufficialmente lo scorso anno, come se il nucleare fosse improvvisamente diventato la soluzione universale a un problema strutturale di pianificazione energetica rimandato per decenni.
Il nucleare non basta, le rinnovabili neppure: parola della lobby
A gettare acqua sul fuoco dell’ottimismo istituzionale ci pensa la European Data Center Association (EUDCA), che attraverso il suo presidente Lex Coors ha messo in dubbio pubblicamente, come riportato da Politico, che gli interventi programmati — sia sul fronte nucleare sia su quello rinnovabile — possano essere completati nei tempi stabiliti.
La formula usata da Coors merita di essere citata per la sua onestà quasi disarmante: ogni buona idea, al momento, è frenata dalla certezza solo teorica che tutto procederà secondo cronoprogramma. Tradotto: i piccoli reattori modulari non arriveranno in tempo, la rete elettrica non è pronta, e quindi la domanda retorica del lobbista — cosa si deve fare? — nasconde una risposta che l’associazione preferisce non pronunciare ad alta voce ma lascia intuire senza troppi sforzi interpretativi.
Perché se il problema riguarda tanto la produzione quanto i consumi, una revisione di questi ultimi resta accuratamente fuori dal tavolo delle opzioni. Meglio insistere su competitività, sovranità, sostenibilità e rapidità — quattro parole che suonano bene in un comunicato stampa e che, non a caso, sono anche gli argomenti prediletti per giustificare qualsiasi deroga normativa in nome della corsa all’IA contro Stati Uniti e Cina.
La soluzione suggerita tra le righe dalla EUDCA, per chi sa leggere oltre il linguaggio diplomatico, è ridiscutere i traguardi ambientali europei e aprire la porta all’elettricità generata da idrocarburi, laddove le batterie di stoccaggio rinnovabile non riuscissero a colmare le lacune. L’associazione continua formalmente a professare fede in solare, eolico e nucleare, ma l’occhiolino agli idrocarburi resta lì, ben visibile, funzionale a garantire approvvigionamento stabile a clienti del calibro di Microsoft, Google e Amazon Web Services.
La corsa al ribasso normativo che nessuno vuole fermare
Non serve uno sforzo analitico particolare per notare l’analogia con le dinamiche da corsa agli armamenti: come in ogni escalation competitiva, commerciale o militare che sia, l’intensificarsi degli sforzi di un attore spinge automaticamente gli altri a rilanciare, per timore di restare indietro. Un circolo vizioso che rischia di trascinare l’Unione Europea in una gara al ribasso sulle proprie norme ambientali, tanto più che gli Stati Uniti — riferimento occidentale obbligato per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale — hanno già dimostrato concretamente di essere disposti a sospendere l’applicabilità delle leggi ambientali per i data center classificati come “critici per l’economia e il Dipartimento della Guerra”, lasciandoli liberi di bruciare tutto il gas necessario ad alimentare aziende e servizi.
La domanda che la lobby preferisce lasciare in sospeso, quindi, non è se l’Europa sceglierà tra intelligenza artificiale e obiettivi climatici. È quanto in fretta smetterà di fingere che questa scelta non sia già stata fatta.

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