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La crisi del gruppo Gedi riapre il tema del lavoro nel giornalismo. Solidarietà ai lavoratori precari e invisibili, meno alle grandi firme. Un sistema editoriale che ha rimosso il conflitto capitale-lavoro oggi ne paga il prezzo.
Caso Gedi: quando il conflitto torna a bussare alle redazioni
Esprimere solidarietà ai lavoratori del gruppo Gedi, oggi esposti all’ennesima operazione finanziaria che rischia di tradursi in licenziamenti e precarizzazione, è un dovere civile. Ma farlo senza distinguere, senza memoria e senza contesto, rischia di trasformare la solidarietà in un esercizio retorico.
Il lavoro è sacro, certo. Lo è soprattutto per chi nel giornalismo occupa la fascia più fragile e invisibile: collaboratori pagati a pezzo, redattori esternalizzati, cronisti costretti a produrre flussi continui di “contenuti” come rider dell’informazione. Lo è per tipografi e amministrativi, figure ormai rimosse dal racconto pubblico dell’editoria. Molto meno lo è per le grandi firme ipermediali, presenze fisse nei salotti televisivi, più prossime al ruolo dei portavoci di istanze terze che dei reportel del reale, commentatori morali specialisti del tutto.
Questa distinzione non è cinica: è necessaria. Perché la crisi di Gedi non nasce nel vuoto, né piove dal cielo come un evento naturale. È il prodotto di un modello industriale, editoriale e culturale che per anni ha ignorato il lavoro altrui, mentre celebrava la modernizzazione, il mercato e la fine dei conflitti sociali.
Il silenzio industriale di un grande gruppo
Sotto la guida di John Elkann, il perimetro industriale storico della galassia Agnelli è stato progressivamente smontato. Fabbriche vendute, delocalizzazioni, disimpegni strategici, spesso dopo decenni di sostegno pubblico. Il caso più clamoroso resta quello di Fiat e del piano “Fabbrica Italia”: annunciato come il grande rilancio dell’auto nazionale, prometteva investimenti per 20 miliardi di euro e una produzione di 1,4 milioni di veicoli l’anno, con il potenziamento di impianti simbolo come Mirafiori, Pomigliano, Melfi e Cassino.
In cambio, lo Stato ha garantito rottamazioni, ammortizzatori straordinari, cassa integrazione e, soprattutto, un clima politico favorevole a misure apertamente antisindacali: accordi separati, marginalizzazione della Fiom, compressione del conflitto. Il risultato è noto, ma raramente raccontato: investimenti evaporati, produzione crollata, stabilimenti svuotati. Le stime più accreditate parlano di meno di 200 mila auto prodotte in Italia in un anno, un dato che riporta il settore ai livelli del primo dopoguerra.
Su questo disastro industriale, i quotidiani del gruppo Gedi non hanno mai condotto una vera inchiesta. Nessuna ricostruzione sistematica, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna difesa strutturata dei lavoratori coinvolti. Un silenzio assordante, tanto più grave perché proveniente da testate che hanno costruito la propria autorevolezza sull’idea di vigilanza democratica.
Il progressismo senza conflitto che ora presenta il conto
Repubblica e La Stampa hanno progressivamente affinato un’identità culturale postindustriale e postconflittuale. Quotidiani capaci di interpretare con eleganza il disagio dei ceti medi istruiti, ma strutturalmente incapaci di leggere la società attraverso la lente del conflitto tra capitale e lavoro. La loro idea di “sinistra” si è ridotta a un galateo morale: buoni comportamenti individuali, correttezza linguistica, consumo culturale appropriato, adesione leggera ai dogmi liberal.
In questo quadro, il lavoro non è mai stato un campo di battaglia, ma un tema residuale, buono per l’editoriale commemorativo o per il reportage umanitario a distanza. Il Primo Maggio è la giornata delle cronache del Concertone a Roma, delle polemiche sul cast, dell’era “meglio quando c’era la Banda Bardò”.
L’economia di mercato è stata esaltata come orizzonte inevitabile, mentre le sue conseguenze sociali venivano derubricate a incidenti di percorso.
Oggi quel conflitto rimosso rientra dalla porta principale e colpisce le redazioni. Non per una nemesi morale, ma per una coerenza sistemica: chi neutralizza il conflitto, prima o poi ne viene travolto. La solidarietà, dunque, è dovuta. Ma non può essere cieca. Deve ricordare chi, per anni, ha raccontato il lavoro come un problema degli altri.

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