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USA, l’ascesa dei giovani Progressisti e le contraddizioni del post Biden-Harris

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Il tramonto di Biden e la sconfitta di Kamala Harris nel 2024 ha messo a nudo le fragilità del Partito Democratico. Giovani leader progressisti come AOC, Fateh e Mamdani emergono con un’agenda radicale, ma il DNC resta diviso: riuscirà a ritrovare identità o resterà prigioniero delle sue contraddizioni?

Un nuovo corso per i Democratici? L’ascesa dei giovani Progressisti e le contraddizioni del post Biden-Harris

La batosta elettorale di Kamala Harris nelle presidenziali del 2024 ha scosso il Partito Democratico statunitense (DNC), rivelando le fragilità di un partito diviso e privo di una visione chiara.

La sconfitta ha aperto la strada a una nuova generazione di leader progressisti, figure comel’eterna giovane promessa Alexandria Ocasio-Cortez (AOC), Ilhan Omar, Zohran Mamdani, Kat Abughazaleh, David Hogg e Omar Fateh, che stanno cercando di ridefinire l’identità democratica con un’agenda audace, spesso in contrasto con l’approccio moderato dell’establishment.

Ma le tensioni interne, le contraddizioni ideologiche e l’incertezza sul futuro politico di Harris sollevano una domanda cruciale: può il DNC ritrovare la sua anima, o continuerà a oscillare tra compromessi e radicalismo?

La caduta di Kamala Harris

La campagna di Harris nel 2024 è stata un disastro annunciato. Conquistando solo 226 voti elettorali contro i 312 di Donald Trump, e perdendo per la prima volta il voto popolare, Harris ha incarnato le debolezze dell’establishment democratico, riassumibile in quattro punti chiave:

  1. Il legame con Biden: la sua incapacità di distanziarsi dall’impopolarità di Joe Biden, segnata da inflazione e crisi economica, l’ha inchiodata a un’immagine di continuità. La sua frase su The View: “non cambierei nulla” rispetto a Biden è diventata un simbolo di stagnazione. Non che potesse dire diversamente essendo la vice Presidente.
  2. La perdita della base: secondo Catalist, Harris ha perso supporto tra elettori chiave: ispanici (-9%), asiatici (-4%) e neri (-3%) rispetto al 2020, con i nuovi elettori che hanno dato meno del 50% dei voti al DNC, un crollo storico. Non sono bastati gli endorsement di Calenda e Renzi per invertire la rotta. Anzi.
  3. Una nomina elitaria: scelta senza primarie competitive, Harris è stata percepita come un’imposizione dell’establishment, alienando la base giovane e progressista.
  4. Un messaggio sbagliato: la sua campagna, incentrata su ottimismo e star come Beyoncé e Taylor Swift, non ha intercettato la rabbia dell’elettorato, che ha premiato il casinismo di Trump.

Oggi, Harris è scomparsa dai riflettori. La sua decisione di non candidarsi a governatrice della California nel 2026 lascia aperta la possibilità di un ritorno nel 2028, ma la sua credibilità è compromessa. Per molti, rappresenta un passato da superare, mentre i giovani progressisti si fanno avanti come il futuro del partito.

Una nuova generazione progressista?

In questo vuoto di leadership, giovani politici, spesso di prima o seconda generazione, stanno emergendo con un’agenda radicale che sfida il sistema. I più quotati al momento sono Omar Fateh del Minnesota, senatore somalo-americano e candidato a sindaco di Minneapolis, che propone un salario minimo di 20 dollari, controllo degli affitti e alternative alla polizia.

La revoca del suo endorsement da parte del DFL statale, per presunte irregolarità, ha acceso le tensioni con i moderati, come il sindaco Jacob Frey, evidenziando la spaccatura tra progressisti e establishment locale.

In grande ascesa anche Zohran Mamdani (New York): di origine ugandese-indiana, candidato a sindaco di New York, Mamdani spinge per politiche socialiste come alloggi pubblici e diritti dei lavoratori, richiamando l’energia di AOC.

E poi c’è Kat Abughazaleh (Illinois): 26 anni, di origine mediorientale, candidata al Congresso, critica l’elitarismo del DNC e promuove Medicare for All e il Green New Deal.
David Hogg (Nazionale): sopravvissuto alla sparatoria di Parkland, eletto vice presidente del DNC nel 2025, guida Leaders We Deserve per sfidare i moderati nelle primarie del 2026.

Questi leader, ispirati da AOC e Bernie Sanders, si rivolgono a giovani, comunità di colore e elettori disillusi, proponendo politiche economiche (tasse sui ricchi, sanità universale), sociali (riforma della polizia, protezione degli immigrati) e di politica estera (anti-imperialismo, critica a Israele) che rompono con il passato.

Ma l’ascesa di nuove figure tra i progressisti porta alla luce profonde contraddizioni nel DNC, in particolare le tensioni con i cosiddetti “moderati”.

I progressisti accusano i moderati, come Frey o Joe Manchin, di scimmiottare il GOP con politiche pro-business e caute sulla sicurezza. A Minneapolis, Frey sostiene un rafforzamento della polizia, mentre Fateh propone alternative comunitarie, una divisione che riflette il dibattito nazionale. I moderati, come James Carville, avvertono che proposte radicali come il defunding della polizia o Medicare for All sono ineleggibili, rischiando di alienare elettori centristi.

In politica estera poi, i progressisti come Omar e Tlaib criticano il sostegno incondizionato a Israele, definendo le sue politiche “apartheid” e chiedendo la sospensione degli aiuti militari (3,8 miliardi di dollari l’anno). Fateh, pur concentrato su questioni locali, si allinea con questa visione, opponendosi alla cooperazione con l’ICE. I moderati, come Schumer, mantengono un approccio filo-israeliano, creando attriti. Le proteste per Gaza nel 2024 hanno amplificato questa spaccatura, con i progressisti che accusano l’establishment di aver perso la base giovane.

Sempre calda poi la questione sull’elitarismo delle classi dirigenti.  Come già detto, la nomina di Harris senza primarie ha rafforzato l’accusa di un partito dominato da logiche calate dall’alto. La revoca dell’endorsement di Fateh a Minneapolis è stata vista come un tentativo di soffocare il movimento progressista, alimentando la narrazione di un DNC distante dalla base.

I dati di Catalist, tra le altre cose, mostrano che Harris ha perso elettori giovani e diversi, ma i progressisti sostengono che un’agenda più audace potrebbe mobilitarli. Tuttavia, il successo di Trump tra operai e ispanici nel 2024 suggerisce che il radicalismo potrebbe non bastare senza un messaggio più ampio.

Un Partito in movimento, anche se non sa dove andare

Nonostante la sconfitta, il DNC sta vivendo una trasformazione. I giovani progressisti stanno sfruttando i social media (es. post su X di @AOC o @IlhanMN) e movimenti grassroots per costruire consenso, come il tour di AOC e Sanders che ha attirato 250.000 persone. Organizzazioni come Run for Something segnalano un boom di candidature progressiste (40.000 in sei mesi), indicando un’energia nuova. Che questa energia riesca a raggiungere gli States profondi e rurali è tutto da dimostrare. A Minneapolis, la campagna di Fateh incarna questa svolta: il suo focus su giustizia economica e sociale, unito alla sua identità somalo-americana, lo rende un simbolo di cambiamento, ma la resistenza dei moderati, come Frey, mostra quanto sia difficile superare l’establishment.

Una cosa è certa: scimmiottare le politiche del GOP, come hanno fatto i moderati democratici con compromessi bipartisan e cautela economica, non ha pagato: la sconfitta di Harris è un chiaro segnale. Le politiche troppo progressiste potrebbero non garantire vittorie immediate, il radicalismo di Fateh, AOC o Mamdani rischia di alienare elettori centristi in un paese polarizzato. Ma nel lungo periodo, la situazione potrebbe cambiare.

I giovani, le comunità di colore e gli elettori disillusi, che rappresentano il futuro demografico degli Stati Uniti, chiedono un partito con un’identità chiara, non una brutta copia del vincitore repubblicano. Meglio perdere con una visione definita, come quella dei giovani progressisti, che svanire nell’irrilevanza cercando di essere tutto per tutti.

Le midterm del 2026 e le presidenziali del 2028 diranno se questa nuova generazione potrà trasformare il DNC in una forza capace di sfidare il trumpismo o se le sue contraddizioni lo condanneranno a un’eterna crisi.

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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