Ucraina, i fantasiosi piani di pace occidentali. I peggiori nemici di Zelensky non sono a Mosca

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Se da una parte la NATO appare sempre più aggressiva, sposta missili, coordina gli attacchi contro la Russia, dall’altra parte, come in un gioco di specchi ribaltati, tra interviste e proposte di piani di pace bizzarri, procede il complicato esame di realtà da parte ucraina, ammettendo che la situazione è – eufemisticamente – complicata e che forse la soluzione militare non darà i frutti sperati.

Ucraina, i fantasiosi piani di pace occidentali

Francesco Dall’Aglio*

Anche se con grandi e comprensibili difficoltà procede il complicato esame di realtà da parte ucraina e alleata, e inizia a farsi strada la consapevolezza che molto probabilmente non sarà possibile ottenere tutto quello che si vuole.

Quindi, sebbene i piani di pace e di dialogo restino piuttosto fantasiosi, pure sembra ormai chiaro a tutti che la tanto mitizzata ‟soluzione sul campo di battaglia” non si raggiungerà – e peggio, che se si raggiungesse sarebbe a favore della Russia.

Di accordi diplomatici, infatti, parlano tre articoli appena pubblicati, nei quali viene esposto il punto di vista di Zelensky, Klitscho e Boris Johnson.

Partiamo dall’ultimo, che è da un lato il meno sensato, dall’altro quello che maggiormente lascia perplessi vista l’intransigenza in passato dimostrata dall’ex Primo Ministro della Gram Bretagna, intransigenza che, a quanto pare, ha direttamente causato il prolungamento del conflitto con le ovvie conseguenze, in termini di distruzione e di perdita di vite umane, che ciò ha comportato.

E quindi, sul Daily Mail, proprio Johnson prende la parola e spiega la sua nuova posizione, che apparentemente deriva da un serio innamoramento politico per Trump, che avrà ‟la forza e il coraggio” di far finire la guerra.

Il piano di Johnson è semplicissimo (Johnson ha sempre soluzioni semplicissime, e prive di senso, per problemi straordinariamente complessi): in primo luogo bisogna aumentare gli aiuti militari all’Ucraina e consentirle di attaccare in profondità il territorio russo, la soluzione miracolistica di cui discutevamo ieri e che secondo lui obbligherà la Russia a negoziare.

Il piano di pace di Johnson prevede il ritiro della Russia sui confini del febbraio 2022 (par di capire che quindi conserverebbe Crimea, Donetsk e Lugansk) e per buon cuore, e per darle un contentino, verrebbero introdotte misure di protezione per i ‟russofoni” in Ucraina, le verrebbe concesso un posto nel G7 che diventerebbe G7+1 (ma la Russia, sempre per bontà di cuore, sarebbe libera di chiamarlo G8 per uso interno) e si farebbe ripartire il programma NATO-Russia, con l’Ucraina, ovviamente, nella NATO – cosa che converrebbe agli USA che potrebbero così appaltarle la difesa del continente e risparmiare un sacco di soldi.

È un piano risibile sotto molti aspetti ma è la prima volta, a mia memoria, che l’idea che anche alla Russia vada dato qualcosa si affaccia nelle proposte occidentali, anche se Johnson non ha più alcun potere e quindi scrive parole in libertà. Da parte ucraina, e questo è sospetto, non c’è stata alcuna risposta ufficiale (le risposte russe ve le lascio immaginare).

Il secondo articolo interessante è di Ivana Kottasová per la CNN, la stessa giornalista che il 30 giugno scriveva che la Russia vorrebbe confrontarsi con la NATO ma ‟non osa farlo sul campo di battaglia” e quindi brucia fabbriche in giro per l’Europa, per cui il concetto di ‟esame di realtà” è qui molto stiracchiato.

Nel suo lungo pezzo elenca una serie di difficoltà che l’Ucraina si trova a dovere affrontare e rimarca l’apparente disponibilità di Zelensky a negoziare – certo, negoziare ‟una pace giusta” che non sia una capitolazione alla Russia, e in questo senso la proposta di Putin resta inaccettabile.

Per addolcire la pillola naturalmente non può esimersi dal commentare che Putin fa proposte di pace perché ‟la sua finestra di opportunità potrebbe star per chiudersi”, visto che è stato sconfitto quando ha provato a conquistare Kiev (tentativo che in parecchi ci siamo persi, ma vabbè) e che il fronte ‟non si è mosso in maniera considerevole in più di un anno” (e anche qui ci permetteremmo di dissentire, oltre che di chiedere che si intende per ‟considerevole”).

Ma comunque non è una situazione facile, dice Kottasová: l’Ucraina è sulla difensiva e non può organizzare controffensive perché costretta a resistere su tutto il fronte e quindi bisogna prima che ‟degradi le forze russe”, come dice Riley Bailey dell’ISW (Bailey non sente il bisogno di spiegarci come una forza con meno equipaggiamento, meno artiglieria e priva di aviazione possa degradarne una che possiede questi elementi in abbondanza, ma che ne possiamo capire noi, mica lavoriamo per l’ISW).

C’è bisogno di più aiuti militari, ma arriveranno, soprattutto se verrà eletto Trump? Certo, il nuovo pacchetto di aiuti potrà far resistere l’Ucraina per 18 mesi, durante i quali avrà tempo di organizzarsi per una nuova controffensiva, e poi gli attacchi sulla Crimea la renderanno difficilissima da tenere per la Russia (ho scritto sopra che ‟esame di realtà” è stiracchiato), però, davvero, se le cose, anche se pare impossibile da credere, non dovessero andare bene che succederebbe?

Certo, negoziare una pace che non riporti l’Ucraina ai confini del 1991 è impossibile, ma ‟col tempo”, come dice l’ex ambasciatore statunitense in Ucraina John Herbst, la cosa potrebbe diventare possibile.

Del resto, dice sempre l’intervistato Herbst, l’Ucraina potrebbe comunque dichiarare di aver vinto la guerra ‟con qualche giustificazione” fintanto che esisterà ancora come stato ‟economicamente vitale e sicuro” anche se questo significherà consegnare ‟milioni di Ucraini” al malvagio regime putiniano. Anche qui, nonostante le solite storie già sentite, si prepara il cambio di discorso: basta che dell’Ucraina resti un pezzo indipendente (cosa che, faccio notare, sarebbe possibile anche seguendo alla lettera il piano di pace di Putin) per poter dire che la guerra è stata vinta.

Il terzo articolo ci riguarda da vicino, nel senso che è un’intervista di Lorenzo Cremonesi, una garanzia, al sindaco di Kiev Vitalij Klyčko, ovviamente sul Corriere della Sera.

L’intervista è un lungo attacco a Putin e alla Russia (di loro non ci si può fidare, Putin è un dittatore che vuole conquistare e distruggere l’Ucraina), e fin qui nulla di nuovo o di strano, ma soprattutto un lungo, e molto circostanziato, attacco a Zelensky – col quale Klyčko ribadisce di avere ottimi rapporti, ma è Zelensky che non ne ha con lui.

I prossimi mesi, dice Klyčko, saranno molto difficili per Zelensky: ‟dovrà continuare la guerra con nuove morti e distruzioni, oppure prendere in considerazione un compromesso territoriale con Putin?” Ma come potrebbe spiegare la cosa ai ‟nostri eroi combattenti?

Qualsiasi mossa faccia, il nostro Presidente rischia il suicidio politico”. Klyčko, ovviamente, è per continuare la guerra e vincerla, ma è possibile pensare di potere andare avanti così altri due anni? Probabilmente Zelensky dovrà demandare qualsiasi sua decisone a un referendum, ma meglio sarebbe ‟la creazione di un governo di unità nazionale”, anche se non si dice certo che Zelensky intenda rinunciare al potere che la legge marziale gli conferisce è che è troppo. Noi, dice sempre Klyčko, ‟Non dobbiamo mai dimenticare che la nostra è una repubblica democratica legata alla tradizione dei governi europei. Stiamo lottando per difenderci dalla dittatura russa, vogliamo restare del tutto diversi dal regime di Putin. Già sei mesi fa ho detto alla stampa tedesca che sentivo puzza di autoritarismo a casa nostra”. La legge marziale, conclude, ‟è servita par la mobilitazione nazionale e per garantire l’unità del Paese”, ma ora bisogna fare in modo che le scelte non siano più esclusivo appannaggio della presidenza le cui ultime decisioni, come la sostituzione di Zalužnyj, non sono state spiegate e hanno generato ‟rabbia e malcontento”.

Un governo di unità nazionale, dunque. E siamo certi che, per il bene della Patria, Klyčko, Zalužnyj, Bezuhla, Ermak e Arestovyč sarebbero disposti a sacrificarsi e forse, chissà, venire a patti con Putin. Meglio governare su tre quarti dell’Ucraina che non governare affatto. Come avevamo già detto tante volte, e non ci voleva un profeta per immaginarlo, i peggiori nemici di Zelensky non stanno a Mosca.

* Dal canale Telegram di Francesco Dall’Aglio ricercatore dell’Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria).

 

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