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Trump prevede la fine imminente della guerra con l’Iran, ma sul campo il conflitto si intensifica: Hormuz instabile, Israele sotto pressione e critiche interne alla strategia USA. Più che una chiusura, emerge uno scenario fuori controllo e mal valutato.
Trump vede la fine, la guerra continua: l’illusione strategica di Washington
Secondo il Wall Street Journal, Donald Trump sarebbe convinto che il conflitto in Medio Oriente sia ormai nelle sue fasi conclusive. Non solo: avrebbe indicato una finestra temporale precisa – quattro o sei settimane – entro cui tutto dovrebbe chiudersi. Una previsione che ha il pregio della chiarezza e il difetto, non secondario, della realtà.
Dietro questa sicurezza c’è una logica eminentemente politica. A metà maggio è previsto un vertice con Xi Jinping a Pechino, e arrivarci con una guerra ancora aperta complicherebbe non poco la narrativa diplomatica americana. Meglio, dunque, immaginare una conclusione ordinata, magari accompagnata da un accordo che garantisca agli Stati Uniti una quota del petrolio iraniano. Una soluzione elegante, almeno sulla carta. Il problema è che le guerre non leggono le agende dei summit. E soprattutto non si chiudono per esigenze di calendario. E soprattutto: l’Iran cosa ne pensa?
La guerra reale contro la guerra immaginata
Le perplessità non arrivano solo da osservatori esterni. Secondo NBC News, all’interno della stessa amministrazione americana cresce il timore che il presidente stia sopravvalutando la propria capacità di controllare l’evoluzione del conflitto. Una forma di ottimismo strategico che, in altri contesti, verrebbe definita semplicemente errore di valutazione.
A esprimere un giudizio più netto è stato Jim Mattis, ex segretario alla Difesa e figura difficilmente liquidabile come pacifista improvvisato. Colpire migliaia di obiettivi, ha osservato, non significa nulla senza una strategia coerente. E le richieste di resa incondizionata o di cambio di regime appaiono, nelle sue parole, una fantasia più che un piano. Nel frattempo, il terreno racconta un’altra storia. Lo Stretto di Hormuz è soggetto a chiusure intermittenti da parte dell’Iran, con effetti immediati sui prezzi dell’energia e sulle catene di approvvigionamento. Il petrolio sale, i tempi di consegna si allungano, le economie iniziano a scricchiolare. Non esattamente il contesto di una guerra “in fase finale”. E poi ci sono i missili che non rispettano le scadenze diplomatiche e continuano a cadere su tutta la regione.
Israele sotto pressione e il rischio collasso
A pagarne il prezzo più immediato – oltre ai civili – è Israele, colpito con un’intensità che mette in discussione la sua tradizionale superiorità militare. La carenza di intercettori espone ampie porzioni del territorio agli attacchi, mentre Hezbollah intensifica le operazioni, infliggendo perdite significative.
La situazione è tale da aver costretto il capo di stato maggiore Eyal Zamir a lanciare un allarme esplicito: senza un intervento rapido sul fronte del personale, l’esercito potrebbe andare incontro a un collasso operativo. Non una metafora, ma una valutazione interna, pronunciata in sede di governo.
L’idea quindi di una guerra in chiusura appare quanto meno prematura. Più realisticamente, si tratta di un conflitto in fase di ridefinizione, dove gli equilibri stanno cambiando in modo non favorevole agli attori che avevano scommesso su una rapida risoluzione. La proposta di accedere al petrolio iraniano come parte di un accordo finale aggiunge un ulteriore livello di complessità. Perché implica, implicitamente, il riconoscimento che l’Iran non solo non è stato neutralizzato, ma resta un interlocutore inevitabile.
Il rischio, a questo punto, non è solo quello di aver sottovalutato l’avversario. È quello di aver costruito una narrazione che non regge all’impatto con i fatti. E quando la politica insegue la narrazione invece della realtà, le conseguenze tendono a essere costose. Molto costose.

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