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venerdì 3 Dicembre 2021
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Trump padrone delle primarie repubblicane: ci riproverà?

Trump padrone indiscusso delle primarie repubblicane ma le elezioni generali rimangono un’incognita.

Trump e le primarie repubblicane

“Non credo che potrà mai divenire presidente di nuovo”. Con queste parole il parlamentare Anthony Gonzalez, uno dei dieci repubblicani alla Camera ad avere votato per il secondo impeachment di Donald Trump, ha descritto l’ex presidente in una recente intervista al New York Times. Gonzalez, il quale rappresenta il 16esimo distretto dell’Ohio, ha continuato descrivendo l’ex presidente come “un cancro per il Paese”. Dopo due mandati alla Camera, Gonzalez ha deciso di non ricandidarsi, considerando il clima politico tossico, specialmente nel suo partito.

Gonzalez è stato preso di mira da fanatici sostenitori dell’ex presidente costringendolo a fare uso della protezione di una scorta per proteggere la sua famiglia. La scelta di Gonzalez di non correre per un terzo mandato è dovuta anche alla feroce battaglia che avrebbe dovuto affrontare contro Max Miller, il suo avversario alle primarie repubblicane, il quale ha ricevuto l’endorsement di Trump.

In effetti, anche se l’ex presidente non correrebbe direttamente contro Gonzalez, il suo prescelto ne farebbe le veci e otterrebbe i voti dei fedelissimi a Trump. Si tratta di un grande vantaggio per Miller nelle primarie repubblicane, considerando la popolarità dell’ex presidente con il suo partito. Il 60% dei repubblicani ha un’opinione positiva dell’ex presidente anche se solo il 44% favorisce la sua candidatura all’elezione presidenziale del 2024.

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L’influenza degli endorsement di Trump non garantisce la vittoria alle elezioni generali ma nelle primarie repubblicane, dove votano pochi elettori, la “benedizione” dell’ex presidente vale oro colato. Ne sa qualche cosa Chuck Grassley, l’87enne senatore dell’Iowa che ha ricevuto l’endorsement di Trump.

Nel suo recente comizio in Iowa, il senatore è apparso sul palco con Trump e lo ha ringraziato, riconoscendo il valore dell’endorsement da uno che “ha un indice di gradimento del 91 percento” dei repubblicani nel suo stato. Trump ha “perdonato” a Grassley le sue critiche avvenute subito dopo gli assalti al Campidoglio del 6 gennaio quando il senatore dell’Iowa aveva accusato l’allora presidente di comportamento irresponsabile.

Grassley aveva asserito che Trump era responsabile di avere “incoraggiato il suo vicepresidente Mike Pence di intraprendere azioni anticostituzionali” con il proposito di tentare di ribaltare l’esito elettorale e togliere a Joe Biden la legittima vittoria.

Non tutti i candidati repubblicani seguono le strade di Gonzalez o Grassley. Due parlamentari repubblicani che hanno votato anche loro per l’impeachment di Trump hanno deciso di sfidare la sua probabile ira. Adam Kinzinger, parlamentare del 16esimo distretto dell’Illinois, continua la sua campagna per la difesa della Costituzione, sfidando Trump direttamente.

Il distretto di Kinzinger verrà modificato per gli esiti del censimento 2020 e non si sa ancora chi l’ex presidente sceglierà per sfidarlo alle primarie. Trump ovviamente vorrebbe punire Kinzinger per il suo “tradimento”.

Liz Cheney, un’altra parlamentare, ancora più visibile di Kinzinger che ha anche lei votato per l’impeachment, è stata presa di mira da Trump. Cheney, figlia di Dick Cheney, già vice presidente di George W. Bush (2000-08), occupa l’unico distretto parlamentare per il Wyoming. La Cheney, in un certo senso, è già stata punita perché sotto pressione di Trump, il leader della minoranza alla Camera Kevin McCarthy le ha fatto togliere la leadership nel caucus repubblicano. Non sarà sufficiente per Trump il quale ha già dato il suo endorsement a Harriet Hageman per sfidare la Cheney nelle primarie repubblicane.

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Ambedue Kinzinger e Cheney continuano ad affrontare Trump avendo deciso di accettare l’incarico di servire nella commissione parlamentare organizzata da Nancy Pelosi, speaker della Camera, per investigare gli assalti al Campidoglio. Kinzinger e Cheney, gli unici repubblicani nel gruppo, conferiscono qualità bipartisan alle inchieste senza però fargli ottenere amici dal loro partito.

Se Trump non può “punire” i repubblicani che non gli sono fedeli a sconfiggerli nelle primarie lo fa con i suoi soliti metodi—attacchi verbali. Il caso più recente lo si è visto recentemente con Mitch McConnell, senatore del Kentucky e leader della minoranza repubblicana al Senato. McConnell aveva riconosciuto l’esito elettorale di Biden dopo tutti i ricorsi giudiziari falliti da Trump mentre tentava di ribaltare l’elezione del 2020. Aveva anche dichiarato che i repubblicani ricevevano menzogne da Trump in quanto all’illegittimità dell’elezione.

Per le sue asserzioni moderate McConnell si era beccato feroci e volgari insulti di Trump ai quali lui non rispose. L’ultimo di questi attacchi è avvenuto recentemente quando McConnell ha deciso di cedere sull’aumento del tetto al debito federale. Trump ha accusato McConnell di “avere alzato bandiera bianca” invece di tenere duro e precipitare il default che avrebbe causato lo “shutdown”, la chiusura dei servizi governativi non essenziali.

Avrebbe anche assestato un duro colpo all’economia e McConnell avrà sentito dalle grosse corporation che il default non sarebbe stato gradito da loro. Dopo tutto, nonostante il potere di Trump nel suo partito, i repubblicani hanno ancora solidi legami con le grosse aziende. Una crisi economica sarebbe però politicamente utile a Trump per dimostrare che Biden sta rovinando il Paese e bisogna punirlo alle elezioni.

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Mitch McConnell

Trump non ha tutti i torti sull’importanza dell’economia per il presidente in carica. Ciononostante la crescente visibilità dell’ex presidente causa preoccupazioni all’ala sempre meno rilevante dell’establishment repubblicano. Se gli elettori si concentrano sull’ex presidente e la sua continua insistenza sulla frode elettorale, l’establishment teme una ripetizione di esiti elettorali simili a quelli avvenuti in Georgia nel 2020-21.

Nel Peach State i democratici hanno prevalso non solo preferendo Biden con un margine di 11 mila voti su Trump ma anche i due seggi al Senato sono andati ai democratici. In buona parte questo esito negativo per i repubblicani si deve alle grida di elezioni truccate e frode elettorale di Trump che avranno scoraggiato elettori repubblicani a presentarsi alle urne. I repubblicani dell’establishment non lo dicono a voce alta per paura di subire gli attacchi dell’ex presidente ma temono altri disastri elettorali a causa del fatto che Trump fa partito per se stesso.

I repubblicani dunque vorrebbero indirizzare i riflettori lontani da Trump credendo di avere buone chance di conquistare la maggioranza in una o persino ambedue Camere legislative nelle elezioni di midterm del 2022. L’incognita rimane sempre Trump il cui sostegno non oltrepassa il 35-40 percento della sua base e la sua imprevedibilità.

Il suo recentissimo comunicato ce lo dimostra. Il 45esimo presidente ha sparato a zero che “se non si risolve la frode dell’elezione presidenziale del 2020, i repubblicani non voteranno né nell’elezione del 2022 né in quella del 2024”.

Il comunicato confonde tutti perché si crede che Trump si stia preparando a ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali. Il comunicato fa anche sorridere i democratici ma suona un campanello d’allarme per McCarthy e McConnell che speravano di divenire leader delle rispettive Camere nel 2022.

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Domenico Maceri
Professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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