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Caos, dichiarazioni contraddittorie e crisi iraniana: negli USA cresce il dubbio sulla capacità di Trump di governare. Si parla persino di 25° emendamento. La vera crisi non è politica, ma sistemica: credibilità americana in caduta libera e rischio globale.
L’ipotesi che inquieta Washington: quando il problema diventa il presidente
Negli Stati Uniti c’è una questione che sta prendendo piede con una velocità che fino a poche settimane fa sarebbe apparsa impensabile e non si tratta di giudizi politici o di contrapposizioni ideologiche: il punto discusso negli ambienti istituzionali e mediatici americani, riguarda la capacità di Donald Trump di esercitare il potere.
Le ultime settimane, segnate da dichiarazioni contraddittorie, ultimatum ritrattati e una gestione oscillante della crisi con l’Iran, hanno riacceso interrogativi che circolano da tempo ma che ora emergono con maggiore nettezza. Non si parla più solo di narcisismo politico o di impulsività ma si affaccia un dubbio più radicale: che vi sia un deterioramento cognitivo incompatibile con la funzione presidenziale.
Il riferimento, tutt’altro che marginale, è al 25° emendamento della Costituzione statunitense, che consente la rimozione del presidente per incapacità. Un’ipotesi estrema, certo, ma non più relegata ai margini del dibattito. Quando la politica estera diventa una sequenza di dichiarazioni incoerenti – una tregua annunciata, poi smentita, poi reinterpretata – il problema smette di essere comunicativo e diventa strutturale.
Tra caos decisionale e perdita di credibilità globale
Il punto non è soltanto interno. La credibilità internazionale degli Stati Uniti, già erosa da anni di oscillazioni strategiche, appare oggi ulteriormente compromessa. Se Washington non è in grado di mantenere una linea coerente nemmeno per 24 ore, quale interlocutore può considerarla affidabile?
A Mosca e a Pechino la domanda non è retorica. Ha ancora senso sedersi a un tavolo negoziale con un leader che modifica posizione nel giro di poche ore? Che annuncia ultimatum salvo poi ritirarli, o ridefinirli in modo ambiguo? La prospettiva di incontri diplomatici di alto livello, come quello ipotizzato con Xi Jinping, perde consistenza se il referente politico appare instabile.
All’interno della stessa amministrazione americana, figure come JD Vance o Marco Rubio – tutt’altro che ingenue sul piano geopolitico – sembrano trovarsi di fronte a un dilemma crescente: sostenere una linea sempre più erratica o iniziare a considerare scenari alternativi. Non è una questione di lealtà politica, ma di gestione del rischio.
Il caso della crisi iraniana è emblematico. Da un lato, dichiarazioni trionfalistiche su presunti successi negoziali; dall’altro, la realtà di uno Stretto di Hormuz nuovamente chiuso, di accordi contestati e di una finestra diplomatica che si restringe rapidamente. Le parole del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, secondo cui alcune clausole dell’intesa sarebbero già state violate, fotografano una situazione in cui la trattativa appare svuotata di senso.
L’incertezza sulle reali intenzioni della Casa Bianca diventa un fattore di rischio globale. Non è chiaro se Trump voglia davvero disimpegnarsi dal confronto con Teheran o se, al contrario, stia seguendo una dinamica di escalation non pienamente controllata. Il sospetto, sempre più diffuso, è che la politica estera americana sia ormai guidata più da impulsi che da strategia.
Il “momento Caligola” e il declino di un sistema
Il parallelo con figure storiche come Caligola può apparire eccessivo, ma coglie un punto: quando il potere si concentra in una figura percepita come imprevedibile, l’intero sistema entra in crisi. Non perché manchino le strutture, ma perché viene meno la loro capacità di coordinamento.
In questo senso, la questione Trump travalica la persona. Diventa il sintomo di un processo più ampio: il logoramento della capacità decisionale americana, l’incapacità di articolare una strategia coerente, la progressiva perdita di autorevolezza.
Anche attori esterni, come Russia e Cina, sembrano osservare con crescente preoccupazione. Non tanto per il vantaggio competitivo che potrebbero trarne, quanto per il rischio sistemico che deriva da una leadership americana percepita come instabile. L’imprevedibilità del principale attore globale rappresenta un fattore di destabilizzazione generale.
Da qui nasce un interrogativo che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato impensabile formulare apertamente: esiste, dentro e fuori gli Stati Uniti, una pressione crescente per arrivare a una rimozione di Trump? E, se sì, quali forme potrebbe assumere? Per ora, la situazione resta sospesa. Ma il tempo non gioca a favore della stabilità. Se nelle prossime ore non emergerà una linea chiara da Washington, il rischio è che la parola torni definitivamente ai fatti, cioè alla dimensione militare.
E a quel punto, la questione della “senescenza” presidenziale smetterà di essere un problema interno americano per diventare una minaccia globale.

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