Troppi padroni da servire: la manovra Meloni che non torna

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La manovra 2026 tenta di soddisfare i grandi capi ma i conti non tornano. Europa chiede austerità, NATO chiede spese militari, Confindustria vuole incentivi. Risultato: tagli, crescita in calo e consenso che scricchiola.

Tre padroni e una sola cassa: il corto circuito della manovra 2026

C’è un esercizio che riesce male a quasi tutti i governi: obbedire contemporaneamente a più padroni senza scontentarne nessuno. Il governo guidato da Giorgia Meloni sta tentando l’impresa. Con risultati, prevedibilmente, instabili.

La legge di bilancio 2026 nasce dentro un triangolo stretto: Washington, Bruxelles e Confindustria. Tre linee di comando che non coincidono mai davvero. Gli Stati Uniti chiedono più spesa militare — fino al 5% del PIL entro il 2035. L’Unione europea pretende rigore contabile e deficit sotto il 3%. L’industria nazionale esige incentivi, crediti d’imposta, protezione. Il risultato? Una manovra che prova a tenere insieme tutto. E che per questo rischia di non reggere nulla.

Il vincolo europeo e il trucco contabile

Il primo nodo è aritmetico, non ideologico. Il nuovo Patto di stabilità consente di “sterilizzare” la spesa militare dai vincoli di bilancio solo se il deficit resta sotto il 3%. L’Italia, secondo i dati ISTAT aggiornati a marzo, viaggia attorno al 3,1%.

Sembra una differenza marginale. Non lo è. Significa che ogni euro destinato alla difesa — cioè agli impegni NATO — deve essere compensato tagliando altrove: sanità, scuola, welfare.

Nel frattempo, i dati NATO raccontano un’altra storia: il famoso 2% del PIL per la difesa è stato raggiunto più con creatività contabile che con investimenti reali. Dentro ci finiscono infrastrutture, cybersicurezza, perfino pensioni militari. Un collage utile a rispettare formalmente gli impegni, ma insufficiente sul piano sostanziale.

E infatti il segretario generale Mark Rutte è stato chiaro: basta giochi di prestigio. Servono spese vere, strutturali. E soprattutto credibili.

Il malumore interno: quando anche i “propri” protestano

Poi c’è il terzo vertice del triangolo: la borghesia industriale. Quella che, in teoria, dovrebbe sostenere l’esecutivo.

Il caso della Transizione 5.0 è emblematico. Incentivi miliardari per investimenti “green”, rapidamente esauriti. Domande inevase per oltre un miliardo e mezzo. Il governo prova a correggere il tiro, ma si scontra con un dettaglio tecnico che diventa politico: quei crediti fiscali rischiano di pesare sul deficit 2025.

Risultato: tagli, rinvii, malumori. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, protesta. E quando protesta chi dovrebbe beneficiare delle politiche economiche, significa che qualcosa si è incrinato.

Il governo reagisce con misure tampone — come la riduzione temporanea del costo dei carburanti — che hanno più valore simbolico che reale. Una comunicazione di emergenza, più che una strategia.

Crescita in calo, consenso in bilico

Nel frattempo, i numeri macroeconomici raccontano una traiettoria chiara: rallentamento progressivo. Dal rimbalzo post-pandemia vicino al 5%, si è scesi sotto l’1% in pochi anni. Una curva discendente che accompagna — e in parte spiega — l’erosione del consenso politico.

La vittoria del NO al referendum sulla giustizia non è un episodio isolato. È il sintomo di un disagio più ampio: un elettorato che percepisce una distanza crescente tra promesse e realtà.

Ma il problema non è solo questo governo. È il modello. Perché anche l’opposizione, quando ha governato, ha seguito linee analoghe: compatibilità con i vincoli europei, allineamento atlantico, sostegno selettivo al sistema produttivo. Se il perimetro resta quello — austerità, riarmo, incentivi mirati — lo spazio per politiche alternative si restringe fino quasi a scomparire. E con esso, la possibilità di invertire la rotta.

 

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