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venerdì 30 Luglio 2021
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Il tempo tuta rientra nell’orario di lavoro?

Il cosiddetto “tempo tuta”, ossia il tempo necessario per la vestizione/svestizione della divisa aziendale, è ancora oggi oggetto di discussione in ragione della possibilità di retribuire tale momento antecedente l’inizio dell’attività lavorativa.

Tempo tuta: facciamo chiarezza

Si reputa necessario ricordare che secondo l’art. 1, comma 2, lett. a del D.lgs. 66/2003, per orario di lavoro si intende “qualsiasi periodo in cui il lavoratore resta a disposizione del proprio datore di lavoro, nell’esercizio delle sue attività lavorative o delle sue funzioni”. Dunque, per orario di lavoro effettivo retribuibile si ritiene tutto quell’arco temporale dove il lavoratore è presente e operativo o potenzialmente operativo.

Orientamenti sul tema

Nel tempo si sono alternati diversi orientamenti in merito.

In molti hanno demandato tale questione alla contrattazione collettiva, la quale può individuare nell’ambito di ogni categoria quelle porzioni orarie da retribuire (al di fuori dell’orario contrattuale) non aventi natura eccezionale.

Un primo rilevante orientamento stabilisce che il tempo dedicato alle summenzionate attività integra l’obbligazione principale della prestazione lavorativa, nonché è funzionale al corretto espletamento dei propri doveri. Pertanto, tale azione da diritto alla retribuzione anche nel silenzio della contrattazione collettiva (Cass. n. 8622/2020).

Un diverso orientamento a quello suindicato stabilisce che il “tempo tuta” va retribuito, in quanto rientra nelle ore di lavoro effettive, qualora questo sia eterodiretto dal datore di lavoro che ne disciplina tempo e luogo di esecuzione. Pertanto, nel caso in cui al dipendente venga concessa la possibilità di scegliere luogo e tempo per indossare la divisa, non è prevista retribuzione, rientrando tale tempo negli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento della prestazione lavorativa.

Così da ultimo la Corte di Cassazione sez. VI Civile – L, ordinanza n. 15763/21, depositata il 7 giugno, la quale ha statuito che non va corrisposta alcuna retribuzione per il cosiddetto “tempo tuta” se l’azienda ha lasciato piena libertà di scelta ai propri lavoratori.

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Sull’argomento sono intervenute anche le Istituzioni. Con la risposta del Ministero del Lavoro all’interpello numero 1 del 23 marzo 2020, è stato chiarito che: “Se il lavoratore riceve in dotazione gli indumenti di lavoro e ha la possibilità di portarli a casa, andando al lavoro con gli indumenti già indossati, il tempo tuta, impiegato per la vestizione, non può essere considerato orario di lavoro; se invece il lavoratore riceve determinati indumenti, con il vincolo di tenerli e di indossarli sul posto di lavoro, il tempo necessario alla vestizione e svestizione rientra nel concetto di orario di lavoro e, in quanto tale, può essere computato e retribuito”.

Conclusioni

Sicuramente è da condividere l’orientamento secondo cui la vestizione e la svestizione dei panni aziendali rappresenta un atto integrativo e strumentale alla prestazione lavorativa, pertanto meritevole di riconoscimento economico. Del resto tale soluzione è conforme alla giurisprudenza comunitaria in tema di orario di lavoro di cui alla direttiva 2003/88/CE (Corte di Giustizia UE del 10 settembre 2015 in C-266/14).

Il tempo tuta rientra nell'orario di lavoro?

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Giuseppe Pennone
Giuslavorista napoletano, appassionato di pittura, ha collaborato con numerose riviste ed associazioni culturali in qualità di esperto di tematiche sociali quali lavoro, diritti negati e ambiente.

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