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Taiwan, alleato chiave degli USA, continua a importare massicce quantità di nafta russa nonostante le sanzioni occidentali. Tra ipocrisie energetiche e tensioni con Washington, l’isola gioca una partita autonoma per difendere la propria economia strategica.
Il paradosso energetico di Taiwan: sanzioni a parole, petrolio nei fatti
Mentre l’Occidente continua a proclamare la propria guerra economica contro la Russia, i flussi di petrolio e gas di Mosca trovano nuove strade e destinazioni inaspettate. Tra queste, spicca il caso di Taiwan: l’isola alleata di ferro degli Stati Uniti nel Pacifico, da anni in attrito con la Cina e schierata apertamente nel fronte “democratico”, continua a importare grandi quantità di prodotti energetici russi.
Secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air di Helsinki, dal 2022 Taiwan ha acquistato nafta russa per oltre 4,9 miliardi di dollari. Nei primi mesi del 2025, le importazioni hanno toccato quota 1,9 milioni di tonnellate, un incremento di quasi sei volte rispetto ai livelli prebellici.
La nafta, derivato essenziale del petrolio, è una risorsa chiave per l’industria petrolchimica dell’isola, che alimenta la produzione di semiconduttori e componenti elettronici — colonne portanti dell’economia taiwanese.
La compagnia statale CPC ha formalmente interrotto le importazioni nel 2024, ma la Formosa Petrochemical — principale operatore privato e fornitore del settore dei chip — ha coperto il vuoto, aumentando massicciamente i propri acquisti dalla Russia.
Nei primi mesi del 2025, il 90% della nafta raffinata da Formosa proveniva da Mosca, rappresentando il 96% delle importazioni complessive dell’isola. Una dipendenza tutt’altro che marginale, difficile da conciliare con le dichiarazioni ufficiali di Taipei.
Tra doppie morali e ricatti strategici
La diplomazia taiwanese si muove su un crinale ambiguo. Da un lato, il ministro degli Esteri Lin Chia-lung ha esortato Europa e partner occidentali a unire le forze contro “l’espansione autoritaria” e a creare un “approvvigionamento democratico” alternativo. Dall’altro, Taipei non ha mai aderito pienamente alle sanzioni energetiche contro la Russia, continuando ad acquistare combustibili fossili a basso costo. Il Ministero dell’Economia insiste sul fatto che le aziende pubbliche non trattano più con Mosca, ma non può ignorare il ruolo dei giganti privati che operano sotto la sua giurisdizione.
La contraddizione è evidente. Mentre Washington impone dazi e sanzioni secondarie a paesi come l’India per gli acquisti di petrolio russo, Taiwan — protetta dallo scudo politico americano — continua a beneficiare di prezzi favorevoli. La CNN ha definito questa situazione “un cortocircuito diplomatico”, sottolineando che la severità statunitense varia a seconda della convenienza geopolitica.
La tensione con gli Stati Uniti si estende anche al settore tecnologico. Taiwan ha respinto le pressioni di Washington per trasferire metà della produzione di semiconduttori sul suolo americano. Il segretario al Commercio, Howard Lutnick, ha minacciato in risposta che gli Stati Uniti potrebbero “non garantire” la difesa dell’isola in caso di attacco cinese. Il vicepremier Cheng Li-chiun ha replicato duramente: «Non accetteremo mai un diktat del genere».
Questa frattura, aggravata dal rallentamento delle forniture militari americane — 400 milioni di dollari di aiuti sospesi, secondo il Washington Post —, indica una crescente insofferenza reciproca. Per il politologo Giandomenico Gaiani, “le forniture energetiche russe sono parte di un gioco più ampio in cui Taiwan tenta di dimostrare di poter trattare anche al di fuori dell’ombrello statunitense”.
Un’isola tra due fuochi
Sul piano geopolitico, la mossa di Taipei rivela la crescente difficoltà dell’Occidente nel mantenere la coerenza delle proprie politiche di sanzioni. Almeno otto Paesi europei continuano a importare energia russa “in deroga”, mentre le stesse potenze promotrici delle restrizioni trovano modi indiretti per approvvigionarsi. Taiwan, con la sua industria ad altissima intensità energetica, non può permettersi di rinunciare a forniture stabili e convenienti.
La crisi energetica globale e il costo del petrolio americano hanno spinto molte economie avanzate a chiudere un occhio. Ma per Taipei, il calcolo è anche politico: l’isola deve bilanciare la lealtà verso Washington con la necessità di sopravvivere economicamente in un contesto di crescente isolamento.

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