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Il mercato nel modello cinese viene addomesticato, messo al servizio della società, si favorisce il volano economico, a discapito dell’ortodossia.
Capitalismo e modello cinese
Il capitalismo è caratterizzato dalla coesistenza di più piani di competizione:
A) tra Stati (classi dirigenti)
B) tra imprese
C) tra classi
Questi sono i maggiori conflitti osservabili.
La competizione tra queste forze porta a cicli di ascesa e discesa di una potenza egemonica, generalmente associata a una maggiore estensione territoriale e a una migliore organizzazione economica e produttiva (spesso tecnica).
L’affermazione degli USA coincide con il capitalismo manageriale; non c’è più il capitalista inglese che lavora in fabbrica e che si impegna in un processo creativo/produttivo, questo è rimpiazzato dai manager, dai consigli di amministrazione o dai fondi.
Le doti di una persona (comunque parte dell’azienda) sono superate da una serie di figure impersonali, non legate alla produzione/proprietà, ma più alla gestione del potere aziendale stesso.
Oggi l’ascesa cinese sembra rimpiazzare il modello USA (a un modello impersonale, sembra sostituirsi un modello misto, con forte autonomia aziendale ma anche un potere dei tecnici dello Stato nel garantire lo sviluppo armonico del paese).
Per intenderci, tempo fa la Cina bloccò il pullulare di aziende in alcuni settori tecnologici, non per disinteresse, ma per evitare la saturazione del mercato e l’effetto bolla (misure ad esempio che in Occidente, sono considerate malsane per il mercato che deve autoregolarsi, lasciando sul campo i cadaveri).
A Pechino, invece, si punta a uno sviluppo armonico della società e della sua economia. Il mercato è uno stimolo a fare di più e produrre meglio, ma non è un’ordalia destinata a separare i buoni dai cattivi, i meritevoli dagli indegni (quello semmai spetta allo Stato).
Il mercato viene addomesticato, messo al servizio della società, si favorisce il volano economico (e lo sviluppo delle forze produttive, che in finale vuol dire un miglior tenore di vita per tutti), a discapito dell’ortodossia.
La Cina non è una società strettamente di mercato, ma è per certo una società con il mercato e con le contraddizioni (anche di classe) date dalla presenza di questo. Tuttavia, la crescita del mercato sotto controllo dello Stato, garantisce non solo il benessere della borghesia nazionale e del partito, ma anche dei poveri (900 milioni di poveri usciti dalla fame in pochi decenni, caso unico al mondo).
L’architettura politica cinese propone tesi e antitesi, da un lato presenta le caratteristiche delle fasi di transizione verso il socialismo, dall’altro il malessere di una società con classi e integrata nel mercato mondiale (ma staccarsi è ora possibile?).

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