Sempre più giù il sistema produttivo italiano

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Il declino del sistema produttivo italiano è tutto nei numeri dell’annuale rapporto dell’Istat: nei prossimi anni, per ogni due lavoratori che lasceranno il mondo del lavoro, ce ne sarà solo uno in ingresso.

Questo squilibrio è causato non solo dal calo demografico e dalle politiche migratorie restrittive delle destre, ma anche dalla crisi occupazionale, un problema cronico per le economie deboli, incapaci di investire in formazione, innovazione tecnologica e nuovi settori produttivi.

Le categorie più svantaggiate, come donne e giovani, ricevono un importo inferiore dalla decontribuzione. La percentuale di chi beneficia di un esonero contributivo inferiore ai 100 euro è più alta tra queste categorie, mentre diminuisce con l’aumento dell’agevolazione.

Questo fenomeno è direttamente legato a una retribuzione imponibile media più bassa: circa 300 euro in meno per le donne rispetto agli uomini e 150 euro in meno per i lavoratori sotto i 35 anni. In entrambi i casi, come per tutti i lavoratori che usufruiscono della decontribuzione, il vantaggio aumenta nel caso di contratti a tempo pieno e con rapporti di lavoro attivi per l’intero mese.

Il declino del sistema produttivo italiano

Secondo i dati ISTAT, in Italia il lavoro part-time rappresenta oltre il 18% della forza lavoro, un dato che è in linea con la media europea ma superiore a quanto registrato nelle economie più forti dell’Unione Europea. Il part-time, inoltre, è una realtà che riguarda principalmente le donne, che sono coinvolte in numero quattro volte superiore rispetto agli uomini.

Questo dato si riferisce al lavoro dipendente, dove il part-time rappresenta un quarto dell’occupazione complessiva.

Nel lavoro a tempo indeterminato, il part-time si attesta attorno al 22%, con una differenza tra settore pubblico (7%) e privato (26%), con quest’ultimo in diminuzione negli ultimi anni.

La presenza di contratti a tempo parziale è particolarmente rilevante nel lavoro privato a tempo determinato, dove nel 2023 ha raggiunto il 46%.

Dopo un picco prima della pandemia, il ricorso al part-time è tornato a crescere, complice anche l’indebolimento del decreto dignità. Il crescente utilizzo di contratti a tempo determinato e part-time rappresenta una delle principali problematiche del sistema produttivo italiano, assieme alla difficoltà di ricollocare i disoccupati, in particolare quelli con bassa istruzione e scarse competenze professionali.

A peggiorare la situazione, il fallimento delle politiche di formazione e orientamento, e il depotenziamento delle strutture pubbliche, ha avuto un impatto negativo sull’occupazione.

A ciò si aggiunge il “nanismo industriale” tipico del tessuto economico italiano: il numero elevato di partite IVA (in crescita a causa della tassa piatta introdotta dal governo) e di piccole imprese rappresenta un fattore di fragilità, già oggetto di attenzione da parte dell’Unione Europea.

Sebbene la dimensione media delle imprese italiane sia leggermente aumentata, il 92% delle aziende ha meno di 15 dipendenti, contribuendo al 31,7% della domanda di lavoro, mentre le imprese con oltre 100 dipendenti rappresentano il 43,1%.

Molte imprese manifatturiere stanno affrontando una crisi che porta alla riduzione della forza lavoro e a un maggiore utilizzo degli ammortizzatori sociali. Sul tema delle pensioni, la tendenza a posticipare l’uscita dal mondo del lavoro non è solo un vantaggio per lo Stato e le imprese, ma una necessità per i lavoratori, costretti a ritardare l’accesso a pensioni sempre più esigue a causa del sistema contributivo. La riforma del sistema previdenziale ha infatti peggiorato la situazione, allungando l’età lavorativa e riducendo gli importi delle pensioni.

Un altro elemento preoccupante riguarda i licenziamenti economici e la chiusura di siti produttivi. Nel 2023, i licenziamenti di natura economica sono stati 351 mila, inferiori al mezzo milione del periodo pre-pandemico (498 mila nel 2018 e 2019).

Quanto alle dimissioni volontarie, contrariamente alle aspettative, i dati INPS mostrano un calo dell’1% tra il 2022 e il 2023, con una diminuzione del 2,5% nelle aziende con più di 15 dipendenti, segno che chi ha un lavoro, anche precario, ci pensa due volte prima di lasciarlo, consapevole delle difficoltà nel trovare una nuova occupazione, a meno che non si tratti di lavoratori specializzati.

La perdita di potere d’acquisto è evidente: la retribuzione media annua per lavoratore nel 2023 è stata di 25.789 euro, un aumento del 6,8% rispetto al 2019. Tuttavia, nello stesso periodo, il costo della vita è cresciuto del 18%, evidenziando la stagnazione salariale e la discrepanza tra gli aumenti contrattuali e l’inflazione, che secondo le previsioni governative tornerà a crescere. Le fasce economicamente più deboli sono le più colpite, soprattutto dopo l’eliminazione del reddito di cittadinanza.

Questi dati offrono un quadro desolante: pensioni basse, salari insufficienti, contratti precari e un aumento della repressione nei confronti dei lavoratori, come dimostrato dal decreto legislativo 1660, concepito per reprimere le forze sociali colpite dalla crisi.

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