Riformismo a comando: quando la politica cambia casacca ma non sostanza

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A ogni vigilia elettorale esplode il “riformismo”: abbandoni di partito, nuove collocazioni, stessi protagonisti. Da Madia a Renzi, la parola perde contenuto e diventa strategia di sopravvivenza politica, più marketing che progetto.

Il riformismo a orologeria: una conversione puntuale

A ridosso delle scadenze elettorali, il lessico politico italiano conosce un improvviso risveglio semantico. Non è un mistero, né un fenomeno recente: ogni volta che si avvicina la definizione delle liste, una parte consistente dell’area moderata riscopre con sorprendente puntualità la necessità di “più riformismo”. Non prima, non dopo. Esattamente quando serve.

Il caso più recente è quello di Marianna Madia, che ha lasciato il Partito Democratico senza però abbandonare il seggio parlamentare — gesto perfettamente legittimo, sia chiaro, dato che la Costituzione italiana non prevede vincolo di mandato. Ma la legittimità formale non elimina la domanda politica: perché questa illuminazione arriva sempre nello stesso momento?

Non si tratta di un episodio isolato. Carlo Calenda ha costruito una traiettoria politica interamente fondata sull’uscita dal PD e sulla rivendicazione di un riformismo “serio”, salvo poi muoversi tra alleanze e rotture con una flessibilità che definire dinamica è un eufemismo. Matteo Renzi, dal canto suo, ha trasformato la scissione altrui in una tecnica politica sistematica: uscire, rifondare, riposizionarsi. Più recentemente, figure come Elisabetta Gualmini e Carlo Cottarelli hanno riscoperto analoghe esigenze di ridefinizione, sempre accompagnate da un vocabolario sorprendentemente uniforme.

Il punto, dunque, non è il singolo caso, ma la regolarità del fenomeno. Una regolarità che somiglia meno a una dinamica politica e più a un riflesso condizionato.

Una parola senza contenuto: il riformismo come categoria dello spirito

Il problema non è tanto l’abuso del termine “riformismo”, quanto la sua trasformazione. Storicamente, il riformismo implicava conflitto sociale, trasformazione graduale ma reale, capacità di incidere sui rapporti di forza. Oggi, invece, si presenta come una categoria dello spirito: una postura dichiarativa, priva di obblighi verificabili.

Tutto può essere definito riformista. E chi si proclama tale lo diventa automaticamente, senza necessità di dimostrarlo. Non è più una linea politica, ma un’identità autoattribuita. Una sorta di certificazione preventiva di rispettabilità.

Chi continua a interpretare questo fenomeno come una deviazione rispetto a una presunta “tradizione riformista” dovrebbe aggiornare le coordinate. Questo riformismo non è una degenerazione: nasce già dentro una cultura politica che ha progressivamente sostituito la mediazione ideologica con il marketing elettorale. La rappresentanza si è ridotta a selezione di figure mediaticamente spendibili; le primarie, presentate come strumenti di democratizzazione, hanno spesso funzionato come meccanismi di legittimazione rapida di leadership costruite altrove, nei circuiti della comunicazione più che in quelli della politica.

Il riformismo così perde ogni contenuto operativo. Non indica cosa fare, ma dove collocarsi. Non definisce un progetto, ma segnala una disponibilità, diventa una parola-ombrello: utile, elastica, adattabile. Serve a giustificare ogni spostamento, a rendere coerente ogni cambio di posizione, a trasformare una necessità tattica in una scelta strategica. Non è più uno strumento di trasformazione, ma un dispositivo di transizione. Le parole aumentano, le direzioni si moltiplicano, ma la traiettoria resta invariata: sopravvivere politicamente, con un lessico adeguato.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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