Ricatti e fantasmi: da Clinton a Trump, il potere segreto di Netanyahu

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Da Clinton a Trump, dagli scandali Lewinsky ed Epstein alle ombre del Mossad: sospetti di ricatti israeliani tornano a emergere. Netanyahu, tra guerra e diplomazia, sembra ancora capace di usare informazioni compromettenti come arma politica contro Washington.

Chi ricatta chi? Netanyahu, Trump e il fantasma di Epstein

Le relazioni tra politica e scandali sessuali, spionaggio e giochi di potere tornano prepotentemente a incrociarsi nel dibattito internazionale. Il conflitto in Medio Oriente e le mosse sempre più spregiudicate e criminali di Benjamin Netanyahu hanno riacceso sospetti su una dinamica antica: fino a che punto il premier israeliano può esercitare pressioni su Washington? La memoria corre a vecchi episodi che hanno coinvolto presidenti americani, da Bill Clinton a Donald Trump, con al centro sempre lo stesso interrogativo: l’uso di informazioni compromettenti come arma politica.

Netanyahu, Clinton e l’ombra di Monica Lewinsky

Secondo ricostruzioni giornalistiche mai del tutto smentite, nel 1997 Netanyahu avrebbe avuto un ruolo indiretto nelle vicende legate al caso Lewinsky. Clinton, allora travolto dallo scandalo, avrebbe confidato alla giovane stagista che una “ambasciata straniera” era riuscita a intercettare le loro conversazioni telefoniche. L’episodio avvenne poche settimane dopo un incontro ufficiale nello Studio Ovale tra il presidente americano e il premier israeliano.

Il contesto era delicato: sul tavolo c’era la sorte di Jonathan Pollard, cittadino americano condannato per spionaggio a favore di Israele. Clinton non ne ordinò il rilascio, ma promise di riesaminare il caso, gesto interpretato come concessione politica. Pollard fu liberato solo nel 2015 e, tornato in Israele, si è schierato apertamente con figure dell’estrema destra come Itamar Ben Gvir, arrivando a invocare la “pulizia etnica” di Gaza.

La vicenda Lewinsky resta un nodo mai chiarito: ricatto politico, coincidenza o abile manipolazione diplomatica? Ciò che resta evidente è che Netanyahu seppe sfruttare un momento di estrema vulnerabilità della presidenza americana.

Epstein, Trump e un nuovo archivio segreto

Se gli anni ’90 furono segnati dal caso Clinton, i decenni successivi hanno visto emergere un nuovo scandalo, ben più vasto e inquietante: quello legato al finanziere Jeffrey Epstein. Amico di Donald Trump fin dagli anni Novanta, Epstein fu al centro di una rete di traffici sessuali e di rapporti con figure di spicco della politica e della finanza internazionale.

Arrestato nel 2019 con accuse gravissime, morì poche settimane dopo in carcere in circostanze mai chiarite del tutto: la versione ufficiale parlò di suicidio, ma le ombre restano. La sua compagna, Ghislaine Maxwell, è stata condannata a 20 anni di prigione per adescamento di minori e altri reati connessi.

Molti osservatori hanno ipotizzato che Epstein e Maxwell potessero avere legami con i servizi segreti israeliani, o quantomeno essere oggetto della loro attenzione. Robert Maxwell, padre di Ghislaine, fu un potente editore con rapporti controversi e al centro di varie accuse di collusioni con ambienti di intelligence. Le parole dell’allora premier Yitzhak Shamir durante il suo funerale – «ha fatto più cose per Israele di quante se ne possano dire» – alimentano ancor oggi ipotesi inquietanti.

Il cosiddetto “archivio Epstein”, mai reso pubblico nella sua interezza, rappresenta un potenziale strumento di pressione su leader politici americani ed europei. Per Trump, che in passato non nascose la sua amicizia con il finanziere, il rischio di essere associato a un simile sistema resta un’arma puntata.

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