Remigrazione, Vannacci e antifascismo: lo spettacolo che vi distrae dal disastro

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Povertà al 9,7%, salari giù del 3% in 30 anni, mille morti sul lavoro. L’Europa si riarma, il mondo brucia. La destra italiana risponde con la remigrazione. Non è una proposta politica: è una tecnica di distrazione collaudata.

Remigrazione e fascismo: lo spettacolo che vi distrae dal disastro

Mentre discutete di remigrazione, Vannacci e antifascismo, l’Italia sta franando. Non è una metafora: frana letteralmente, con interi quartieri che cedono, tetti di scuole che crollano, ponti che si sgretolano. Ma soprattutto frana economicamente, con una sistematicità che nessun talk show considera abbastanza fotogenica da meritare il prime time.

Secondo i dati Istat 2024, il 9,7% degli italiani vive in condizioni di povertà assoluta — circa 5,7 milioni di persone — mentre il 22,8% è classificato a rischio povertà o esclusione sociale, in linea con le rilevazioni Eurostat. I salari reali italiani sono tra i pochi in Europa ad essere diminuiti negli ultimi trent’anni: meno 2,9% tra il 1990 e il 2020, secondo i dati OCSE, mentre la media europea nello stesso periodo cresceva del 33%. Quasi mille lavoratori muoiono ogni anno sul posto di lavoro — 1.041 nel 2023 secondo l’INAIL — un numero che in qualsiasi Paese con un’opinione pubblica funzionante produrrebbe una crisi politica permanente. La disoccupazione giovanile si attesta intorno al 18%, e ogni anno tra i 30.000 e i 35.000 laureati lasciano il Paese stabilmente, secondo le stime del Ministero dell’Università.

Le zone industriali assomigliano a scenografie post-apocalittiche, mentre i centri storici vengono progressivamente svuotati dalla residenzialità e trasformati in resort a cielo aperto per turisti nordeuropei con redditi che gli italiani medi non vedranno mai. Il welfare si restringe: per una TAC urgente si attendono in media fino a due anni in molte Regioni del Sud, mentre la spesa sanitaria pubblica pro capite italiana resta strutturalmente al di sotto della media UE.

La prospettiva di sviluppo economico più concreta che il sistema riesce a proporre è quella di una Thailandia del Mediterraneo — un Paese che vende paesaggi, clima e manodopera a basso costo a chi può permettersela. È lo sbocco naturale di decenni di dismissione industriale, sottoinvestimento in ricerca e istruzione, e di una politica economica che ha sistematicamente privilegiato la rendita finanziaria sulla produzione reale.

E tutto questo avviene in un momento in cui l’Europa si prepara al riarmo più imponente dalla Guerra Fredda: la Commissione europea ha annunciato piani di spesa militare per oltre 800 miliardi di euro, mentre i governi nazionali — Italia inclusa — tagliano sanità e scuola per rispettare i parametri di Maastricht e al tempo stesso trovare margini per i nuovi budget della difesa. La guerra in Ucraina, entrata nel suo quarto anno senza prospettive negoziali serie, continua ad assorbire risorse e attenzione politica; il Medio Oriente brucia tra Gaza, Libano e la tensione latente con l’Iran; nei Caraibi, Haiti è uno Stato dissolto e Cuba vive sotto pressione economica e diplomatica costante. Il mondo, insomma, non è mai stato così vicino a una destabilizzazione sistemica. E la risposta politica della destra italiana è: remigrazione.

Il nemico interno come prodotto di esportazione

L’idea, nella sua brutalità concettuale, è lineare: i responsabili del disagio sociale sono i migranti, e la soluzione è espellerli. È la solita, collaudata retorica del nemico interno, riciclata con nuova grafica ma identica funzione: orientare la rabbia delle classi popolari verso il basso anziché verso l’alto, verso chi è più debole anziché verso chi detiene il potere economico e finanziario. Una tecnica che ha il pregio — per chi la usa — di non richiedere alcuna analisi delle cause strutturali e di non implicare alcun conflitto con i poteri reali.

Quel che rende la faccenda particolarmente istruttiva è chi la propone. Gli stessi ambienti che hanno sostenuto con entusiasmo l’intervento NATO in Libia del 2011 — operazione che ha trasformato uno Stato funzionante in un territorio governato da milizie, trafficanti e reti di tratta degli esseri umani — oggi si indignano per i migranti che da quella stessa Libia fuggono. La filiera causale è di una coerenza imbarazzante: si contribuisce politicamente e mediaticamente a legittimare la distruzione di un Paese, si lasciano prosperare nel vuoto di potere risultante le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani, e poi si fa campagna elettorale contro le vittime di quel traffico. Non è ipocrisia nel senso comune del termine: è un sistema che produce esattamente i risultati che gli servono.

Gli stessi soggetti non hanno mai trovato il tempo per una critica all’imperialismo estrattivo in Africa subsahariana, ai colpi di Stato finanziati dall’esterno per garantire l’accesso privilegiato alle risorse del continente, né — per restare in tema di occupazioni militari e rimpatri — alla presenza di mezzo milione di coloni israeliani in Cisgiordania, su terre che la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato illegalmente occupate appena un anno fa.

Sovranità senza uguaglianza è un’altra truffa

Il problema non è solo la destra. È che l’operazione funziona perché intercetta un disagio reale e legittimo. Le classi popolari che da anni invocano sicurezza e protezione non hanno torto nel sentirsi abbandonate: lo sono oggettivamente, e i dati citati sopra lo certificano senza bisogno di interpretazioni. Il dispositivo politico che incanalizza quella domanda verso la xenofobia ha però un effetto strutturale preciso: impedire che quelle stesse classi pronuncino le parole che andrebbero pronunciate.

Esiste una differenza tra Nazione — contenitore identitario disponibile a qualsiasi riempimento ideologico, di destra come di sinistra — e Patria come progetto collettivo concreto di chi la abita e la lavora. Esiste una differenza altrettanto strutturale tra sovranità come slogan elettorale e sovranità come pratica politica, che implica necessariamente uguaglianza economica, democrazia sostanziale e solidarietà internazionale.

Senza queste categorie, il discorso sulla sovranità nazionale è semplicemente il cane da guardia del capitale con la bandiera tricolore al collare — funzionale a chi vuole riarmarsi spendendo i soldi della sanità pubblica, mandare truppe in teatri di guerra lontani nell’interesse di alleanze che l’Italia non ha mai liberamente scelto, e al tempo stesso tenere i salari dove sono da trent’anni.

I veri candidati alla rimpatriata, in questo schema, resterebbero quelli che hanno svenduto il sistema produttivo nazionale, consegnato la sovranità economica alle istituzioni finanziarie sovranazionali, e garantito per ottant’anni la presenza militare straniera sul territorio. Su questi nomi, i palchi della remigrazione tacciono sempre.

 

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

 

Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli