Le Primarie aperte, la versione piddinizzata della formula, riproducono lo schema del maggioritario. Si deve convincere il maggior numero di elettori possibile per ottenere un risultato. E qui sorge il problema strutturale.
Primarie e democrazia
Ho letto con attenzione le critiche, ben argomentate, sulla questione Primarie nella loro versione piddinizzata. Quindi aperte ai non iscritti di quel partito.
È corretto quando si parla di pratica sostanzialmente non democratica perché, offrendo il voto all’intero corpo elettorale, si nega a priori lo sviluppo di un dibattito interno.
Lo si banalizza seguendo il consueto armamentario di slogan, marketing, immiserimento delle idee a vestito indossato da un leader. Si consumano opinioni ma mai lente e approfondite discussioni sul senso della politica, della comunità alla quale si appartiene, della filosofia di vita che dovrebbe dare corpo alla militanza.
Si incentiva un riduzionismo spettacolarizzato che sostituisce la democrazia con l’etica del sondaggio. Neanche fosse una casa del grande fratello. Ma oltre a questa impoliticità di fondo, le Primarie aperte si contraddistinguono per un’ulteriore caratteristica, forse poco indagata fino ad ora. Il loro sostanziale classismo.
Un tempo la nebbia affumicata delle sezioni di partito assicurava, al di là delle storture clientelari, una partecipazione attiva diffusa. L’elezione del quadro direttivo di un’organizzazione non prescindeva dalla costanza dell’impegno, dalla fiducia che quella comunità assegnava a una determinata personalità, dalla profondità delle analisi o dalla solidità delle linee politiche presentate. Chiunque, al di là delle origini di ceto, poteva essere riconosciuto come una guida, un punto di riferimento collettivo.
Le Primarie aperte, al contrario, riproducono lo schema del maggioritario. Si deve convincere il maggior numero di elettori possibile per ottenere un risultato.
Ci si rivolge all’esterno dell’organizzazione con le solite dinamiche manipolatorie di estorsione del consenso. Messaggi suadenti, slogan accattivanti, studio millimetrico delle posture. Perché ci si renda credibili però servono investimenti. Comunicazione e marketing, marketing e comunicazione. Tutta roba che costa.
Le Primarie aperte, dunque, ideologicamente, riproducono quella mentalità del merito che copre l’ingiustizia di classe. La prestazione migliore assicura la vittoria nella gara concorrenziale. Curare la propria immagine diventa l’imperativo categorico per accumulare capitale sociale. E chi ha un bel gruzzolo parte di certo avvantaggiato.
Nel paradiso nuovista il meccanismo in questione viene chiamato “competenza”.

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