Pussy Riot e Femen alla Biennale: il femminismo Nato va in mostra a Venezia

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Alla Biennale di Venezia alcune attiviste delle Pussy Riot e delle Femen hanno inscenato una protesta filo-ucraina tra slogan, bandiere e performance a torso nudo contro la Russia, trasformando ancora una volta uno spazio artistico internazionale in un teatro di mobilitazione geopolitica. Nessun riferimento invece alla guerra a Gaza o alle responsabilità occidentali nei conflitti contemporanei. Da qui nasce una riflessione più ampia sul rapporto tra femminismo occidentale, estetica della protesta, capitalismo globale e nuova cultura della guerra.

Pussy Riot e Femen alla Biennale: femminismo futurista

Drappi ucraini come mantelli, seni al vento. Alla Biennale il “coraggio” miltante delle Pussy Riot e delle Femen, contro, strano a dirsi, la Russia. Israele e il suo genocidio la passano liscia anche questa volta, in un’interpretazione estensiva del concetto già espresso dalla nobiltà europea: il nemico è a est e la guerra va combattuta lì. Questo il vero dissidio con gli americani. Questione di luogo.

Così l’estetica femminista si completa con il desiderio di guerra, “la sola igiene del mondo”; perché la postmodernità, propria del consumatore neutro, incluso, esangue nel suo attivismo digitalizzato e individualista, sia questione imperiale da far valere con la profondità delle armi.

Come il futurismo apriva le porte ai giovani in quanto classe sociale portatrice di interessi specifici, come il capitalismo si avvantaggiò di questa intuizione consacrando la categoria commerciale dei “giovani”, così alcune femministe ipotizzano un futuro di ragazze combattenti in congiunzione con la sintassi del capitalismo finanziario.

Il futurismo si affermava nell’esaltazione dell’acciaio mastodontico dell’industria pesante, nell’anticipare la velocità del progresso tecnico. Il femminismo imperiale si crogiola e si autolegittima nel mondo globalizzato dei mercati libertari, della pirateria informatica berlinese che esaltava la Rete quale nuova frontiera del capitalismo assoluto.

Le Pussy Riot e le Femen si beano nell’apologia del capitalismo. Proprio questa razionalità si stacca dalla versione liberale del fascismo. Non un incidente della Storia, non una rivoluzione piccolo borghese dei terzi incomodi, ma una propulsione militarizzata del capitalismo quando agenti esterni o le masse politicizzate provano a corrompere l’ordine.

Queste femministe sono la quintessenza di quella militarizzazione capitalista, di quel fascismo che cova sotto la cenere del liberalismo. Tanto da servire con passione i desiderata del potere: espellere la Russia dalla fratellanza umana, proprio quando cade la ricorrenza della vittoria contro la Germania. Proprio quando si commemorano ventisette milioni di morti. Proprio quando un popolo intero ricorda ciò che non gli è mai stato perdonato: issare quella bandiera nel cielo di Berlino.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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