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mercoledì 8 Settembre 2021
PolisLa psicopatologia renziana nella crisi di governo

La psicopatologia renziana nella crisi di governo

Ora che è formalmente aperta la crisi di governo senza crisi, nuova frontiera della politica italiana, si torna a parlare della psicopatologia renziana. E i toni si accendono…

La psicopatologia renziana manda in crisi il governo. Ma è veramente così?

Ci siamo, Renzi ha aperto la crisi formalmente, ritirando i ministri dal Governo: Pronto all’opposizione, ma voterò sì a Recovery e ristori.

Il leader di Italia Viva è andato giù duro contro il premier, con parole difficilmente superabili (che è la cosa più facile da smentire in politica): Conte è un vulnus democratico.

Dal canto suo il premier ha ottenuto dal Colle alcuni giorni per varare i ristori. Li userà anche per trovare i responsabili, che stanno per debuttare alla Camera.

Gli alleati di Governo si sono stretti attorno a Conte senza se e senza ma. Dunque ci ritroviamo in una crisi senza crisi: Renzi non ha chiesto le dimissioni di Conte formalmente, il premier non ha chiesto la fiducia. Sottobanco si parla della solita pratica dei responsabili. E dunque, è davvero solo una fiera delle vanità tra prime donne?

No, molto più prosaicamente questa sorta di sceneggiata a cui manca solo il buon Mario Merola che vada a cantare core ‘ngrato alla Leopolda, è funzionale a riorganizzare il fronte autoproclamatosi moderato, che va da una esangue Forza Italia dello statista Berlusconi, ai Calenda silenziosi, fino a pezzi collaterali del Pd, ancora in sintonia con la malia renziana.

Crisi di governo: ritorna la psicopatologia renziana

Non si andrà al voto (a meno che non si precipiti per inerzia e insipienza dei contendenti) perché nessuno vuole le elezioni e Renzi ha bisogno di tempo per costruire uno spazio politico in cui essere centrale quando si andrà alle urne col nuovo Parlamento dimezzato post referendum. A questo serve la crisi di governo. E dall’opposizione queste cose danno maggior opportunità di movimento mentre Pd e M5S continueranno a logorarsi al governo in una fase sanitaria ed economica drammatica.

Questa è la componente politica, poi resta la componente psicologica degli attori, quella che, appunto, come già detto, pare una fiera delle vanità, e che dalla parte sinistra della maggioranza fa guardare a Renzi come a una sorta di soggetto psicopatologico.

Italia Viva ha prodotto una forte lacerazione, che però nella maggior parte dei casi è stata analizzata accodandosi all’atteggiamento prevalente assunto dalla maggioranza del partito e dagli opinionisti, e cioè come una decisione avventata, che appartiene più al campo della psicologia, o meglio della psicopatologia renziana che lo pone come un malato di leaderismo incontenibile.

Ma queste cose si dissero, pari pari, proprio durante la scissione dalla casa madre PD. Analizzando la scelta di Renzi,  Orlando nella sua relazione alla direzione del partito, parlò di una scelta personalistica, non motivata da processi storici e politici e in cui sui mescolano malesseri e aspirazioni personali.

L'ultimo bluff di Renzi

L’IO di Renzi

Come recitava un titolo di Lercio su Renzi: Coronavirus problema serio, ma torniamo a parlare di me.

Quando è uscito dal Pd, fondando Italia Viva, Renzi ha capitalizzato i numeri del 2018 e i diversi parlamentari pronti a seguirlo. Due di loro, Teresa Bellanova e Elena Bonetti, hanno ottenuto anche un ministero.  Le nostre ministre sono pronte a lasciare le poltrone. È stato il suo refrein in queste settimane.  Sono le sue ministre, così come il referendum costituzionale del 2016 è diventato il suo referendum, le riforme durante il periodo come presidente del Consiglio le sue riforme, e la nascita del governo Conte bis una sua creatura politica. L’attuale governo è il frutto di una strategia semplice: un ritorno alle urne avrebbe ucciso il suo partito, condannandolo all’oblio elettorale.

Scriveva Marco Revelli nel settembre del 2019, a cavallo tra la caduta del Salvini balneare, vice premier dal Papeete, e la fuoriuscita di Renzi dal PD:

“Ci sono cascato anch’io. Come tutti i miei colleghi politologi, e come buona parte degli osservatori della vita politica italiana, ho cercato anch’io di ragionare sulle possibili “determinanti di senso” delle due grandi scelte che hanno terremotato il nostro paesaggio politico(…) Le ho girate e rigirate nella mente, tutte queste variabili, alla ricerca di una spiegazione convincente che restituisse alla politica una sua qualche razionalità (sia pur perversa). Poi, alla fine, ho capito. Ho capito che non c’era niente da capire.

Che non c’è, in realtà, nessun calcolo razionale al fondo di quelle scelte, ma più semplicemente la caratterialità dei loro artefici. Un fattore che sta agli antipodi della razionalità e che ha a che fare con le manie, le fobie, i tic, le ossessioni e le pulsioni, le idiosincrasie e i disturbi della personalità. I due Matteo sono due persone “disturbate” (e quindi inevitabilmente disturbanti): entrambi dominati da un’ipertofia narcisistica dell’Io che li porta nei momenti topici ad agire contro la propria stessa opera, a fare nel punto culminante del proprio successo la scelta che lo distrugge. Incapaci di misurare i propri limiti, e di condividere alcunché con qualsivoglia altro, bruciano i ponti intorno a sé.”

Il problema di Renzi è il renzismo. Il renzismo è senza sinistra. Ma anche, veltronianamente, senza destra. Perché ripropone un idea di Stato privo della prospettiva centrata sull’altro da lui, ma esclusivamente sul simile. Al centro di tutto c’è lui e il giglio magico, coloro i quali tempo fa si autoinvestirono della missione di rinnovare l’Italia secondo le loro prospettive. Hanno scambiato la realtà per un tweet.

 

 


Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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