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Alla fine di luglio 2023, un’operazione israeliana a Teheran ha portato all’assassinio di Ismail Haniyeh, il capo dell’ufficio politico di Hamas. Questo omicidio ha provocato una forte reazione da parte del governo iraniano, che ha immediatamente promesso una rappresaglia contro Israele. Tuttavia, nonostante la dichiarazione iniziale, dopo più di un mese non si è ancora registrata alcuna azione significativa. Il ritardo nell’azione iraniana ha sollevato molti interrogativi sulle ragioni dietro questa esitazione.
Iran-Israele, tensioni e strategie geopolitiche
Un elemento centrale del dibattito è l’idea che il semplice rinvio dell’attacco abbia di per sé alimentato la tensione in Israele, generando una sorta di pressione psicologica e strategica che, a detta di alcuni osservatori, potrebbe essere vista come una punizione indiretta.
Tuttavia, sembra che l’Iran stia valutando la situazione con estrema cautela, e ciò potrebbe essere dovuto alla complessità degli equilibri geopolitici e alla necessità di evitare reazioni avverse che potrebbero destabilizzare ulteriormente la regione.
Uno dei motivi principali che potrebbe giustificare il ritardo nella risposta è legato alla situazione a Gaza. Le trattative in corso per raggiungere una tregua permanente tra Israele e Hamas, con la mediazione di vari attori internazionali, inclusi USA, Egitto e Qatar, potrebbero essere seriamente compromesse da un attacco iraniano.
Un attacco diretto contro Israele, anche se ritenuto legittimo da Teheran, rischierebbe di far saltare completamente il tavolo negoziale e di sabotare qualsiasi progresso verso una pace duratura.
L’assassinio di Ismail Haniyeh è avvenuto in un momento delicato per l’Iran, in piena transizione istituzionale e politica. La morte del presidente conservatore Ebrahim Raisi e del suo ministro degli Esteri, Hossein Amir-Abdollahian, ha portato all’elezione di Masoud Pezeshkian, un leader più incline a normalizzare i rapporti con l’Occidente. Questo cambiamento ha inevitabilmente avuto ripercussioni anche sulle priorità strategiche di Teheran. Con una nuova leadership più moderata, l’Iran potrebbe aver adottato un approccio più prudente nei confronti delle sue azioni militari, evitando una risposta immediata che potrebbe compromettere i progressi diplomatici.
Pressioni internazionali
Il ritardo dell’Iran è stato influenzato anche dalle pressioni esterne. L’amministrazione Biden, insieme ad alleati come la Turchia e l’Oman, avrebbe chiesto a Teheran di esercitare moderazione per evitare un’escalation del conflitto.
Tuttavia, per la Repubblica Islamica accogliere semplicemente queste richieste senza agire avrebbe serie ripercussioni interne e a livello di credibilità con i propri alleati regionali, come Hamas e Hezbollah, che potrebbero percepire una mancanza di fermezza.
Un altro aspetto cruciale che ha spinto Teheran a riflettere attentamente è legato ai propri interessi economici e geopolitici di lungo termine. Negli ultimi anni, l’Iran ha cercato di rompere il proprio isolamento internazionale, firmando accordi strategici con potenze come Cina e Russia e integrandosi maggiormente in organizzazioni multilaterali come i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).
Questi processi sono strettamente legati alla stabilità economica e politica del paese, e una guerra aperta con Israele metterebbe seriamente a rischio tali progressi, favorendo invece gli interessi degli Stati Uniti e di altri nemici della Repubblica Islamica.
La leadership iraniana si trova dunque di fronte a un dilemma complesso: da un lato, rispondere all’assassinio di Haniyeh per mantenere la propria credibilità sul fronte della Resistenza e per non perdere la fiducia dei propri alleati; dall’altro, evitare una conflagrazione regionale che potrebbe destabilizzare ulteriormente la regione e compromettere i propri interessi economici e geopolitici.

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