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PD tra cacicchi e vuoto di leadership: il realismo forzato di Schlein

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Un j’accuse contro il PD: tra cacicchi locali e leadership debole, Schlein costretta al realismo, liste dominate dai riformisti, partito incapace di selezionare classe dirigente. Senza infrastruttura dei notabili, il PD si dissolve; linguaggio e carismi al minimo storico.

La sterile e querula, persino stonata, prosopopea dei democrats di sinistra

Fausto Anderlini*

Nell’analizzare il caso campano fra gli altri, inveendo contro i cosiddetti cacicchi (soprattutto De Luca, ma anche Emiliano), e spronando la Schlein a superare le remore che intralciano un vero rinnovamento, Isaia Sales, su Il Fatto dell’altroieri, offre un classico esempio di intransigentismo a buon mercato, tipico di certo ingraismo di risulta.

Se la Schlein viene a patti con De Luca in Campania è perché non ha alternative. Con chi dovrebbe dare l’assalto al cielo? Con Ruotolo e Scotto, come se la posta in palio fosse un mulino a vento? Quello della Schlein è il necessario realismo imposto dalla debolezza e da una cronica scarsità di una classe politica di nuovo conio, giacché se aveva trionfato nelle piccole primarie, nella conta degli iscritti avevano vinto con larga misura Bonaccini e i suoi “riformisti”. Il partito è quello che è, non quello desiderato nel super-ego dei Sales.

È una condizione che si ripete ovunque. Tutti i candidati in campo del Pd appartengono al filone liberal-moderato del “riformismo”. E già alle europee la Schlein si era piegata, nel fare le liste, al rapporto di forza, mettendosi al rimorchio dell’infestante genia ereditata dai fasti renziani. Che poi ha dettato la linea, fottendosene di ogni imperativo collegiale.

Tanto De Caro quanto Ricci sono reduci dall’aver votato a Strasburgo, con fiero piglio volenteroso, le nequizie guerrafondaie e picerniane della baronessa nazi, assieme ai meloniani (ma con più agguerrita determinazione, of course).

La stessa vituperata categoria del “cacicco” è una idiozia immateriale, tanto da far pensare all’anelito alienato e impotente di chi in politica non conta un accidente. I cosiddetti cacicchi non sono altro che personalità influenti che godono di consenso grazie al prestigio e alle opere cumulate nel tempo, e capaci di un rapporto con interessi, domande sociali e filiere di potere rilevanti.

Qualsiasi amministratore che non sia un fallito tende ad acquisire col tempo i connotati del “cacicco”. Liberarsi dei cacicchi vorrebbe dire rinunciare a un capitale politico che sovente è l’unico a disposizione, lasciando magari il campo a una classe di candidati senza curricola né pedigree da blindare in liste bloccate. Veri nullatenenti politici.

Il fenomeno dei maggiorenti, sub specie notabilato e/o padrinato, era già tipico della Prima Repubblica, e solo il Pci si sottraeva alla regola per via della sua peculiare costituzione ideologica. Con le riforme monocratiche e la personalizzazione della politica (cambiamenti dei quali la sinistra post-comunista e post-democristiana sono stati alfieri indefessi) il “cacicchismo” ha trovato un terreno ancor più fertile per radicarsi.

Anche stabilite regole escludenti ad personam, liberarsi di un governatore uscente con le mani in pasta è impresa ardua, se non suicida. Peraltro, è ormai regola dei leader in scadenza agire come king maker se non come tutore di delfini direttamente coltivati in proprio. Una costumanza che non vale solo per il Sud.

A Bologna, ad esempio, il sindaco Merola si è allevato il successore (Lepore) in casa, il quale ha poi elevato il suo capo gabinetto a segretario locale del partito. Né più né meno di quel che ha negoziato De Luca. Vero che l’“issato” è suo figlio, donde il sospetto di un nepotismo assente nel caso della coppia Lepore-Di Stasi, ma è anche vero che l’incumbent figlio è tutt’altro che sprovveduto.

Se c’è una differenza che corre fra Lepore e De Luca è questa: che De Luca, dall’alto della sua storia politica e culturale, ultimo membro onorabile della decaduta aristocrazia comunista, è stato capace di virile autonomia (con parole e qualche fatto) a proposito della questione ucraina e palestinese, laddove Lepore (pure schleiniano di ferro) si è tenuto a un registro addirittura picerniano. Basterebbe questo, se mi trovassi nella situazione di scegliere fra l’uno e l’altro, per farmi optare per De Luca.

Senza più partiti in grado di selezionare, validare e controllare con proprie procedure partecipate la classe amministrante, quest’ultima, a vario grado di cacicchismo, ha preso il posto dei partiti. Di fatto, l’unica vera infrastruttura vitale dei partiti, assieme ai divulgatori mediatici al soldo dei monopoli che hanno sostituito i bolsi funzionari di un tempo. Privandosi della quale, il Pd scomparirebbe del tutto. E saggiamente i grandi mallevadori occulti della Schlein non per questo azzardo l’avevano scelta, ma per infiorare di buoni propositi l’irredimibile status quo. Se la Schlein non va alla pugna nei congressi, mettendosi davvero alla prova come leader, è perché, oggi come oggi, li perderebbe tutti. Meglio stare sotto la tettoia con stoica imperturbabilità e immaginarsi sia il “campo largo”.

Il povero De Caro non ha tutti i torti a temere che i due predecessori siedano in Consiglio, tanto più che per entrambi ha lavorato come ragazzo di bottega. È evidente che questi potranno irriderlo ogni volta che tenterà qualcosa di proprio. Il vecchio Pci queste cose le sapeva bene: inopportuno candidare in consiglio sindaci decaduti. E comunque altri tempi. Ma nella presa di cappello del De Caro si rivela un’imbarazzante fragilità infantile.

Il campo del cacicchismo è delimitato e non c’è posto per tutti. Chi vuole subentrare come cacicco deve dimostrare di poter far fuori gli altri, come il figlio freudiano che uccide il padre dal quale ha imparato il mestiere. Ma deve farlo con la lotta e l’astuzia, non chiedendo d’avere il tavolo apparecchiato. Il difetto di physique du rôle del pugliese è evidente.

E poi, last but not least, c’è una questione fonetica. Fateci caso: quasi sempre, e comunque provatamente nei casi di Ricci, De Caro, ma anche Giani e De Pascale, per non parlare di molte femmine gracchianti (non escluso Fico, pur se appartenente ad altra famiglia), i rappresentanti apicali del Pd sono individui caratterizzati da un basso profilo estetico, ma soprattutto da una voce flebile, sgraziata, in falsetto, messa a servizio di un eloquio approssimativo, se non scolastico, per formule, spesso incerto, comunque senza profondità di pensiero né autorevolezza.

Non è questione di gravità baritonale, comunque assente, ma di volatilità del pensiero. Ci sono persone, anche nel Pd, seppure rare, come Gianni Cuperlo e Goffredo Bettini, che hanno voci leggere e garbate, per nulla cavernose, però armoniose per via di un raffinato sapere narrativo. Questi invece, come li senti, fanno scendere il latte alle ginocchia.

E non è neanche questione di estetica. I vecchi dirigenti potevano essere tutt’altro che canonicamente attrezzati, però erano in grado di esprimere anche morfologicamente esperienze di vita. Corpo e voce emanavano fascino, identità, immedesimazione. Il partito era in grado di selezionare e trarre dal proprio seno, spesso dal popolo, rappresentanti dotati di fascino, intellettuale e/o vernacolare. E dove il carisma individuale difettava, ci pensava il partito a surrogare la lacuna.

Ma guardando a questi, alla loro balbuzie provinciale, pallido e sgraziato residuo delle gloriose parlate vernacolari, o al loro gracchiante e scolastico tecnicismo con le sue vuote formulette da condominio, vien veramente da chiedersi da dove siano sortiti. Veramente scappati di casa, loro sì. Come si può rappresentare una collettività senza una lingua, senza gesti, posture, stili capaci di conferire senso alla funzione? Dopo decenni di dittatura tecno-meritocratica, sino alle vette deliranti di una supposta epistocrazia, un’ordinaria e comune anodinocrazia è tutto quel che passa il convento.

A paragone di costoro i due vituperati cacicchi – Emiliano, con la sua imponenza fisica, e De Luca con la sua sarcastica affabulazione, la sua indipendenza di giudizio e l’attitudine combattente – stanno su vette a distanza siderale.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini

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