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Un’analisi critica dei dati ISTAT mostra una crescita dell’occupazione in Italia fragile e precaria. L’incremento è modesto e a basso reddito, il PIL pro capite stagna e l’inflazione reale erode il potere d’acquisto, rendendo la retorica governativa un trionfo di carta.
L’occupazione che non si sente: un’Italia precaria dietro i numeri ‘da record’
Il Messaggero “Disoccupazione ai minimi”, Libero “I gufi restano disoccupati”, Il Secolo d’Italia “Record di occupati”, scritto in rosso a caratteri cubitali. Il Sole 24 ore, in prima ma in un trafiletto, “Disoccupazione ai minimi dal 2007, inattivi in crescita”. Come stanno davvero le cose?
Il Governo Meloni esulta per i dati ISTAT sull’occupazione di luglio 2025: “Tasso di occupazione al 62,8%, disoccupazione al 6%, il minimo dal 2007, con 218 mila occupati in più rispetto a un anno fa”, ha dichiarato la Premier su X, vantando l’efficacia delle politiche per il lavoro stabile. Ma è davvero un trionfo? O stiamo celebrando numeri che, nella vita reale, si scontrano con la realtà di chi fa la spesa e trova prezzi che volano ben oltre l’inflazione ufficiale dell’1,6%? A guardare meglio, il quadro è meno roseo di quanto sembri.
I numeri dell’occupazione: un progresso fragile
Secondo le stime provvisorie ISTAT per luglio 2025, gli occupati in Italia sono 24,2 milioni: +13 mila rispetto a giugno (+0,1%) e +218 mila rispetto a luglio 2024 (+0,9%). Il tasso di disoccupazione è sceso al 6% (-0,3 punti), quello giovanile al 18,7% (-1,4 punti). La crescita è trainata dai contratti a tempo indeterminato (+351 mila su anno) e dagli autonomi (+55 mila), mentre i contratti a termine calano (-188 mila). Un passo avanti, certo, ma con ombre.
Il criterio internazionale dell’ILO considera “occupato” chiunque abbia lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento. Un lavoretto occasionale, un contratto di poche ore, anche un’attività marginale: basta questo per entrare nelle statistiche. Definire occupato chi lavora un’ora a settimana si commenta da solo. Un occupato serio, veramente occupato, dovrebbe avere almeno un contratto a tempo indeterminato e full time.
Un incremento mensile di 13 mila occupati, su 60 milioni di abitanti, è poca cosa, influenzato da fattori stagionali come il turismo estivo. La crescita, poi, è sbilanciata. Per entrare nel dettaglio: negli over 50 l’aumento dell’occupazione è del 2,3% (tanto in pensione mica riesci ad andarci) mentre tra gli over 35 c’è un calo dello 0,7%. Il tasso di inattività, chi manco lo cerca il lavoro, al 33,2%, resta alto, specialmente per le donne con figli (circa 50%).
Il 33,2% di persone che non cercano lavoro è un dato terrificante, da nazione economicamente in coma. Questa persone in realtà lavorano, è difficile pensare che stiano tutto il giorno a guardare Uomini e Donne. E’ tutto lavoro in nero con le conseguenze che si possono facilmente immaginare.
PIL pro capite: la ricchezza che non cresce
Più occupati dovrebbero significare più benessere, no? Non proprio. Il PIL pro capite, che misura la ricchezza media per abitante, è fermo. Nel 2024 era a 35.800 euro (+0,7% sul 2023), con previsioni per il 2025 di 36.200-36.500 euro (DEF 2025). L’Italia resta sotto la media UE (39.000 euro) e lontana da paesi come la Germania (46.000 euro). Nel II trimestre 2025, il PIL totale è calato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, segno di una ripresa fragile.
Il problema è strutturale: la produttività italiana è bassa. Ogni ora lavorata genera meno ricchezza rispetto alla media UE (50 euro/ora vs. 70 in Germania). Invecchiamento demografico, emigrazione di giovani qualificati e scarsa innovazione frenano la crescita. Anche con 218 mila occupati in più, la torta economica non si allarga abbastanza per migliorare la vita degli italiani.
Povertà lavorativa: lavorare non basta
Ancora più preoccupante è la povertà lavorativa. Nel 2023, il 10,2% degli occupati (2,3 milioni) viveva in famiglie a rischio povertà, con un reddito netto sotto il 60% della media nazionale (circa 11.000-12.000 euro pro capite). Le stime per il 2024 suggeriscono un lieve calo al 9,8-10%, ma il 2025 potrebbe vedere una stagnazione per via dell’inflazione e della fine di sussidi come il Reddito di Cittadinanza, che non c’è più da un paio d’anni. I più colpiti sono lavoratori precari, part-time, donne (12,5%) e giovani (14%), soprattutto al Sud (15% vs. 6% al Nord). Molti “nuovi occupati” hanno lavori a basso salario, spesso part-time involontari, con salari medi netti di 1.500 euro, in realtà il salario a 1500 è molto teorico, nella realtà a 1300 ti puoi ritenere fortunato (sotto gli 800 per i part-time).
Inflazione: l’1,6% è una favola per chi fa la spesa
Il Governo sbandiera un’inflazione “sotto controllo” all’1,6% (dato ISTAT preliminare per agosto 2025), ma chiunque entri in un supermercato sa che la realtà è ben diversa. Pasta, olio, frutta, verdura: i prezzi sono schizzati, e non di poco. I dati lo confermano: gli alimentari sono rincarati del 3,5% su base annua, con frutta e verdura fresche al +5,6%. Olio extravergine (+59-81% dal 2021), burro (+20%), riso (+20,9%), caffè (+25-83%): il carrello della spesa, secondo ISTAT, è su del 3,5%, ma analisi indipendenti (Altroconsumo, Federconsumatori) parlano di un +7,5% per una famiglia media nel 2025. Dal 2021, la spesa è salita del 27%, con picchi del 44% per alcuni prodotti.
Perché questa differenza? L’inflazione ufficiale è una media che include cali nei beni energetici (-4,4%) e comunicazioni (-0,2%), ma il cibo pesa di più per le famiglie (15-30% del budget). Chi fa la spesa “sente” un’inflazione reale tra il 4% e il 7%, aggravata da siccità, guerre (es. grano ucraino) e shrinkflation (confezioni più piccole a prezzi invariati). Il risultato? Anche con più occupati, il potere d’acquisto si erode, e la spesa settimanale diventa un salasso, soprattutto per chi guadagna poco.
Un entusiasmo fuori luogo?
Decisamente fuori luogo. Il Governo attribuisce i risultati a misure come la decontribuzione per i contratti stabili e il fantomatico “Piano Lavoro”, di cui però non si capisce bene la sostanza. Anche senza questo piano, camerieri e bagnini stagionali per l’estate si trovano comunque: il turismo tira, con o senza incentivi. Ma il quadro resta fragile: l’occupazione cresce, ma è modesta e stagionale.
Il PIL pro capite stagna, la povertà lavorativa resta alta, e al supermercato i prezzi raccontano una storia ben diversa dall’1,6% ufficiale. Non è “il nulla”, ma è lontano dal trionfo dipinto. Servono riforme vere: formazione, innovazione, un salario minimo legale e misure per calmierare i prezzi alimentari.
Altrimenti, i numeri dell’occupazione restano una vittoria di carta, sbandierata da testate compiacenti come Il Secolo d’Italia, che incassa 1-1,5 milioni di euro l’anno di contributi pubblici per tenere in piedi la sua propaganda, mentre i sussidi per i più vulnerabili vengono tagliati.
Quando ero ragazzo, in Liguria, attraversavo il centro storico per andare a scuola e su un muro leggevo: “Secolo d’Italia asino che raglia”. Era un’altra epoca, senza Bocchino o Rapisarda alla direzione, ma quella scritta sembra ancora attuale. Il Governo Meloni dovrebbe smettere di raccontare una nazione che esiste solo nelle redazioni di destra e affrontare la realtà vera: una lotta quotidiana per arrivare a fine mese, che i numeri trionfalistici non alleviano.

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