Celebrato come un deus ex machina al momento della chiamata mattarelliana, Mario Draghi se ne va salendo in cielo fra turiboli d’incenso, dopo che nella pratica governante era venuto perdendo ogni smalto.
Mario draghi e il giudizio preventivo
Di Fausto Anderlini*
La nostalgia per Mario Draghi assomiglia tanto a quella che Berlusconi provò per sè stesso dopo il capitombolo del ’95. Un ritorno, un lascito ereditario, forse un arrivederci, evocato nella mitica proiezione di quanto ‘avrebbe potuto fare’ se solo glielo avessero lasciato fare. Sono le personalità ante litteram che godono della grazia di essere giudicate perennemente a ‘preventivo’.
Celebrato come un deus ex machina al momento della chiamata mattarelliana se ne va salendo in cielo fra turiboli d’incenso, dopo che nella pratica governante era venuto perdendo ogni smalto. Preferendo traccheggiare in guisa indolente, come nel flemmatico carattere, salvo il non previsto furore bellicista atlantico insorto sconsideratamente in inizio d’anno.
Poche e scarne realizzazioni potendo peraltro godere del lascito, esso si a paragone veramente imponente, dei governi Conte, specie del secondo. In tema, Ferrara docet, di sicurezza sociale e redistribuzione del reddito, emergenza pandemica, riforma della giustizia, sostegno allo sviluppo e relazioni internazionali, con l’acquisizione del Pnrr.
L’avocazione a sé di ogni merito da parte di Draghi come avesse ereditato un paese distrutto da redimere con la sua bacchetta magica è la conferma di quanto sia egli stessi suggestionato dal ruolo salvifico precostituito dai corifei. Una manifestazione psichicamente preoccupante.
La stessa divisione manichea fra sovranismo e internazionalismo come criterio di giudizio della grandezza del Paese celebrata dagli estimatori come grande ‘visione’, alla stregua di quanto accadde a proposito del ‘debito buono e debito cattivo’ lascia vedere un disarmante semplificazionismo storico, se non il tempo che trova.
La grande crescita economica dell’Italia pure nella sua natura export oriented, è avvenuta nell’ambito di una ‘economia mista’ dove lo Stato ha avuto un ruolo fondamentale nel precostituire le basi della crescita. Specie in campo energetico. Nel puntare il ditino contro i lacci della dipendenza dal gas russo avrebbe potuto ricordare Mattei e la sua Eni, osteggiato fino all’omicidio, non dall’Urss, ma dalle sorelle euro-atlantiche.
L’Eni di Mattei fu sovranismo nazionale o internazionalismo atlantico? E si potrebbero citare le nazionalizzazioni operate dal primo centro-sinistra nenniano-moroteo totalmente smantellate col ritorno dei monopoli privati nell’epoca del neo-liberismo. Con le conseguenze sotto gli occhi di tutti nella base economico-manifatturiera del paese.
La stessa Iri, frutto della crisi bancaria ma anche del genio di Beneduce, fu una realizzazione di grande prospettiva maturata nell’ambito dell’autarchia fascista.
E c’è da credere che questo sarà il tema più importante nell’opera di rieducazione della pulzella littoria. Sia mai non faccia breccia qualcosa di buono nel suo cattivo pensiero. I veri interessi nazionali, se ci sono, non stanno alla latitudine della Azzorre.

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