Nell’Argentina di Milei non servono più i generali ma il modello è lo stesso

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A 50 anni dal golpe, l’Argentina vive una trasformazione economica che richiama il passato: lavoro precario, salari bassi e centralità della finanza. Milei mantiene consenso, ma cresce la protesta sociale.

Argentina, mezzo secolo dopo: il ritorno del passato senza carri armati

Cinquanta anni dopo il golpe del 1976, l’Argentina si trova davanti a una scena che ha qualcosa di disturbante: non il ritorno dei militari, ma la riemersione di un impianto economico e sociale che ricorda fin troppo bene quello della dittatura. Solo che oggi non servono più i carri armati. Bastano decreti, riforme e una narrazione ben costruita.

Il governo di Javier Milei è il prodotto di un’elezione democratica. E proprio per questo, la questione è più insidiosa. Non c’è rottura istituzionale, ma continuità nelle logiche. Una trasformazione silenziosa, che agisce dentro il perimetro della legalità, ma ne svuota progressivamente il contenuto sociale.

I numeri, in questo senso, parlano chiaro. Secondo dati diffusi da fonti economiche argentine, oltre 22 mila imprese hanno chiuso negli ultimi due anni. Il saldo occupazionale è negativo per circa 300 mila posti di lavoro, con un ulteriore scivolamento di centinaia di migliaia di persone verso forme di lavoro informale. Non è una crisi improvvisa. È una ristrutturazione.

Economia disciplinare: salari bassi, diritti flessibili

La riforma del lavoro approvata nel 2026 rappresenta il cuore del progetto. Presentata come modernizzazione, introduce una flessibilizzazione estesa dei rapporti di lavoro: riduzione delle tutele, contratti più deboli, licenziamenti semplificati. Il tutto accompagnato da un indebolimento strutturale della contrattazione collettiva. Non è una novità storica. È una riproposizione aggiornata.

Durante la dittatura, uno degli obiettivi principali fu la compressione della quota salari sul reddito nazionale: dal 45% nel 1974 al 22% nei primi anni ’80. Oggi, quella quota si aggira intorno al 36%, dopo aver superato il 50% negli anni del kirchnerismo. La direzione è chiara.

A questo si aggiunge un meccanismo che ha un sapore quasi paradossale: il Fondo di Assistenza Lavorativa. Formalmente pensato per gestire i licenziamenti, di fatto trasferisce risorse dal lavoro al capitale, consentendo alle imprese di compensare contributi previdenziali. Una partita di giro che penalizza, ancora una volta, lavoratori e pensionati.

Nel frattempo, il potere d’acquisto si contrae. Il salario minimo si aggira intorno ai 239 dollari mensili, mentre una pensione minima sfiora i 300. Prezzi, invece, allineati a standard europei: alimentari, energia, sanità privata. Una combinazione che produce una formula semplice: salari bassi, costo della vita alto. Il risultato è una compressione sociale sistemica.

Il laboratorio finanziario e la memoria selettiva

Il modello economico in costruzione privilegia il capitale finanziario rispetto alla produzione. Liberalizzazione delle importazioni, indebitamento crescente, marginalizzazione dell’industria nazionale. Anche qui, nulla di inedito. È uno schema già visto, con esiti noti. Ma ciò che colpisce è la rimozione della memoria.

Nel discorso pubblico, queste politiche vengono presentate come necessarie, inevitabili, moderne. Raramente si ricorda che simili traiettorie hanno già prodotto, in passato, un indebolimento strutturale del tessuto economico e sociale argentino.

Eppure, il consenso elettorale resiste. Secondo sondaggi recenti, il governo mantiene un vantaggio significativo: oltre il 40% delle intenzioni di voto. Nonostante il 70% degli intervistati dichiari un peggioramento della propria condizione economica. Un paradosso solo apparente.

In assenza di alternative politiche credibili, l’elettorato tende a perseverare nella scelta iniziale. Anche quando i costi diventano evidenti. È il prezzo della crisi di rappresentanza, più che della crisi economica.

Resistenza diffusa, repressione selettiva

Ma il quadro non è statico. La società argentina continua a muoversi. Le mobilitazioni del 24 marzo, anniversario del golpe, non sono semplici commemorazioni. Sono momenti di riattivazione politica. Piazza, memoria, conflitto. A queste si aggiungono scioperi generali, proteste settoriali, mobilitazioni femministe sempre più partecipate. La manifestazione dell’8 marzo ha riempito Plaza de Mayo. Non è un dettaglio simbolico. È un segnale.

Allo stesso tempo, cresce la risposta repressiva. Secondo la Commissione Provinciale per la Memoria, gli interventi delle forze di sicurezza contro le proteste sono raddoppiati nell’ultimo anno, con un aumento significativo di arresti e feriti. Un doppio movimento: resistenza e contenimento.

Non siamo negli anni ’70. I livelli di violenza non sono comparabili. Ma le logiche di fondo – disciplinamento sociale, marginalizzazione del dissenso, centralità del capitale – mostrano somiglianze difficili da ignorare.

Democrazia formale, conflitto reale

La differenza principale rispetto al passato è evidente: oggi tutto avviene dentro una cornice democratica. Non ci sono golpe, ma elezioni. Non ci sono giunte, ma governi. Eppure, la domanda resta aperta: quanto può reggere una democrazia quando il suo contenuto sociale viene progressivamente eroso?

Il rischio non è il ritorno della dittatura in forma classica. È qualcosa di più sottile: una democrazia svuotata, dove le decisioni fondamentali vengono prese in funzione di equilibri economici e finanziari, più che di esigenze sociali. In questo senso, il parallelismo storico non è una forzatura. È un avvertimento, perché la storia non si ripete mai nello stesso modo ma spesso cambia forma mantenendo la sostanza.

 

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