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Il fenomeno delle morti sul lavoro non colpisce la fantasia dell’attivismo post-moderno proprio perché affronterebbe contraddizioni reali e non narrative del nostro mondo e dello sfruttamento capitalista.
Lo sfruttamento non è di genere ma di classe
Nei primi quattro mesi del 2024 i morti sul lavoro si contano in 350 circa. Negli ultimi giorni almeno una quindicina di operai sono stati assassinati da mansioni rischiose e prive di qualsiasi messa in sicurezza.
Inutile specificare che le ultime mattanze sono tutte declinate al maschile. Nonostante quella che è una vera e propria strage, non si vedono oceaniche manifestazioni sindacali e della sinistra alternativa, non si scorge l’indignazione accigliata dell’attivismo cinematografico, non si leggono sermoni pedagogici sulla civiltà.
Tutto tace e non riesce a uscire dal trafiletto, se non nell’attimo impaurito del giorno dopo, ma solo per i casi più eclatanti.
Si potrebbe pensare che la premessa anticipi un panegirico per il genere maschile, ma così non è. Si può dire però che il fenomeno delle morti sul lavoro non colpisce la fantasia dell’attivismo post-moderno proprio perché affronterebbe contraddizioni reali e non narrative del nostro mondo e dello sfruttamento capitalista.
Difatti tutta la letteratura sul tema lavoro, quella su cui si concentrano i liberalini di sinistra, è incentrata su un intreccio al femminile. Salary gap, ricatti sulla maternità, patriarcato globale che esclude le donne dai minimi diritti. È un’epica ingannevole, dolosamente fuorviante.
Prendiamo ad esempio il precariato. Ultimamente si vorrebbe far credere che le vittime del sistema di flessibilità senza garanzie a lungo termine operi in senso ricattatorio soprattutto per le donne, le quali sono sottoposte a pressioni sulla maternità.
La qual cosa è sicuramente vera, peccato però che il sopruso non dipenda dal genere. Gli uomini, al contempo, sono sottoposti ad altre pressioni, di differente natura, ma pur sempre inaccettabili. Quella dei lavori a rischio è una di queste.
Affrontare un ponteggio senza alcuna garanzia di sicurezza perché tanto la maestranza è sostituibile dall’oggi al domani facilita la comprensione della dinamica. E sui ponteggi si muore, come tra le correnti delle dighe o nelle miniere.
Quindi l’oggetto della lotta dovrebbe essere il contratto o l’assenza di contratti o di controlli, non la definizione fantasiosa di un patriarcato globale che impedisce alle donne di emergere in quanto non incluse nel sistema, ripeto: non contro ma incluse nel sistema. Perché chi sfrutta a proprio vantaggio legislazioni a proprio uso e consumo sono i capitalisti e le capitaliste.
Oggetto di sfruttamento sono i proletari e le proletarie. Sì esattamente come accadeva nell’800. Ragionare diversamente da così potrebbe comportare, e già comporta, una divisione dei lavoratori, distratti dall’oggetto reale delle rivendicazioni e del conflitto.
Con buona pace di Serena Dandini, Paola Cortellesi e dei circoli di attivismo borghese e dadaista concepiti dalle seguaci di Michela Murgia. Anche qui serve uno scatto di coscienza collettiva, ma la strada è ancora lunga e particolarmente impervia.

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