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Meta Leaks svela la più grande censura digitale moderna: milioni di post pro-Palestina rimossi da Facebook e Instagram su richiesta israeliana, con la complicità di Meta. Algoritmi manipolati e IA “avvelenata” mettono in discussione la libertà d’informazione globale.
Meta Leaks: la censura invisibile dei post pro-Palestina
Negli ultimi mesi, la questione della censura digitale ha assunto contorni sempre più inquietanti. Secondo un gruppo di whistleblower interni a Meta – l’azienda che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp – la gran parte dei messaggi a sostegno della resistenza palestinese non giunge mai agli utenti.
Questi contenuti, invece di circolare liberamente nel dibattito pubblico, vengono rimossi sistematicamente attraverso un meccanismo che unisce algoritmi automatizzati e interventi diretti sollecitati dal governo israeliano.
I documenti trapelati, pubblicati dall’organizzazione International Corruption Watch (ICW), parlano chiaro: oltre 90.000 post pro-Palestina sarebbero stati eliminati su esplicita richiesta di Tel Aviv. Ma il dato più impressionante riguarda gli effetti a catena degli algoritmi: circa 38 milioni di contenuti a favore della causa palestinese sarebbero stati cancellati automaticamente, nel periodo successivo al 7 ottobre 2023. Un’operazione che gli informatori definiscono “la più grande censura di massa della storia moderna”.
Il meccanismo funziona in modo sottile. Israele dispone di un canale privilegiato, un’email riservata ai governi, per inoltrare richieste di rimozione direttamente a Meta. Queste non vengono valutate dagli algoritmi, ma da verificatori umani, con un tasso di accettazione che raggiunge il 94%.
Le decisioni di questi operatori vengono poi utilizzate per addestrare l’intelligenza artificiale, orientandola progressivamente verso una censura automatica di qualsiasi contenuto simile. In questo modo, la “Cyber Unit” israeliana riesce a condizionare non solo gli utenti locali, ma l’intera comunità globale.
L’illusione dell’imparzialità algoritmica
Meta, dal canto suo, sostiene che i meccanismi di rimozione siano neutrali e accessibili a tutti. Ogni utente, tramite il tasto «Segnala», può proporre la rimozione di un contenuto offensivo. Sarà poi l’algoritmo, in teoria imparziale, a decidere. Tuttavia, la versione ufficiale non regge di fronte ai numeri diffusi da ICW. Non è infatti credibile che 38 milioni di post siano scomparsi soltanto a causa di segnalazioni spontanee degli utenti.
Il vero punto critico sta proprio nell’apparente neutralità degli algoritmi. Secondo gli informatori, questi sistemi sono facilmente manipolabili: basta intervenire sull’addestramento iniziale per orientare i risultati futuri.
In questo modo, l’IA non è un arbitro imparziale, ma un “pappagallo stocastico” che ripete con coerenza matematica ciò che è stato programmato a interiorizzare. Chi controlla i dati di addestramento, di fatto, controlla il flusso informativo.
La denuncia dei whistleblower si estende ben oltre la questione palestinese. Se l’IA può essere manipolata per silenziare un popolo sotto assedio, allora può esserlo per influenzare ricerche su Google, suggerimenti su YouTube o risposte generate da assistenti virtuali. Un precedente studio di ICW aveva già mostrato come gli algoritmi di YouTube spingessero in modo sottile verso contenuti politicamente orientati a destra.
Un’operazione globale di controllo
Un altro dato significativo emerso dai documenti riguarda l’Egitto. Ben il 21% delle richieste israeliane di rimozione riguarda contenuti provenienti da utenti egiziani. Non è difficile intuire il motivo: nel 2011 Facebook fu lo strumento decisivo per la mobilitazione che portò milioni di cittadini in piazza Tahrir e, infine, alla caduta del regime di Hosni Mubarak. Oggi, in un contesto segnato dall’assedio a Gaza e dal blocco degli aiuti umanitari al valico di Rafah, un’ondata di mobilitazioni popolari potrebbe diventare destabilizzante. Prevenire la diffusione di contenuti critici in Egitto significa, per Israele, neutralizzare sul nascere la possibilità di nuove rivolte.
Le accuse contro Meta non sono del tutto nuove. Già nel 2023, Human Rights Watch aveva denunciato una censura sistematica dei contenuti pro-palestinesi. All’epoca, l’azienda attribuì il problema a «bug» tecnici, promettendo correzioni mai realmente verificate.
Ora, con i documenti di Meta Leaks Part 1 e Part 2, pubblicati tra l’11 e il 15 agosto 2025, emerge un quadro molto più chiaro e inquietante: non si tratta di errori tecnici, ma di una collaborazione strutturale tra una Big Tech e un governo nazionale.
La vicenda Meta Leaks non riguarda soltanto la Palestina, ma la tenuta stessa della democrazia digitale. Se il futuro della comunicazione è affidato a un pugno di colossi privati legati a governi e lobby, allora la capacità dei cittadini di informarsi liberamente rischia di essere compromessa in modo irreversibile.

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