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Dimenticate le polemiche da talk show: il fallimento della missione americana di Giorgia Meloni non è politico, ma culturale. L’Europa non ha carte da giocare perché ha smesso di produrre idee, visione, solidarietà. E ha accettato la propria irrilevanza.
L’incontro con Trump e il mito del “mandato europeo”
Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni commentatori di Repubblica e da esponenti dell’opposizione parlamentare, non è affatto vero che Giorgia Meloni sia stata l’ultima tra i leader europei a incontrare Donald Trump. È avvenuto esattamente il contrario: è stata la prima, benché in un contesto informale — modalità, del resto, perfettamente aderente allo stile prediletto dal presidente statunitense.
Non regge nemmeno la tesi secondo cui la premier si sarebbe recata a Washington priva di un mandato esplicito. Un’affermazione ambigua: Meloni possiede, in tal senso, la stessa legittimità che aveva Emmanuel Macron quando tentò una mediazione diplomatica nel conflitto ucraino. La verità è che, a livello comunitario, non esiste alcun meccanismo giuridico che autorizzi formalmente un capo di governo nazionale a rappresentare l’Unione in simili contesti. Si tratta sempre di iniziative politiche, informali, al di fuori di protocolli vincolanti.
La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha scelto di appoggiarsi a Meloni nel tentativo di aprire un canale negoziale con Washington, in particolare sul delicato dossier dei dazi. Tuttavia, va ricordato che soltanto la Commissione è titolata a gestire ufficialmente le trattative commerciali, essendo il commercio internazionale una competenza esclusiva dell’Unione.
Resta il fatto che, oggi, l’unico vero motore ancora attivo dell’integrazione europea è il mercato unico. Ed è proprio su quel terreno che si sta consumando una partita decisiva — e forse già compromessa — per il futuro del continente.
Ridurre tutto a un attacco politico nei confronti di Meloni è un esercizio sterile. Il nodo non è la sua figura, ma il vuoto che la circonda. O, meglio, che la attraversa. L’assenza di contenuti, di visione, di proposte concrete. Ma il problema, più che personale, è sistemico: riguarda un’Europa che ha smesso di esercitare un ruolo, non perché sia priva di risorse, ma perché ha rinunciato a usarle.
Nei rapporti con Mosca e Pechino, nella definizione di un’autonomia energetica, nella politica industriale, nella difesa e nella ricerca tecnologica, il continente ha scelto la rinuncia. Ha fatto della subalternità la propria strategia, trasformandola in postura strutturale.
Il ricatto statunitense e l’Europa senza progetto
Gli Stati Uniti esercitano un vero e proprio ricatto energetico sull’Europa: propongono la riduzione dei dazi solo a fronte di un aumento nell’acquisto di gas naturale liquefatto d’origine americana. Una strategia che, sotto la maschera dell’alleanza transatlantica, impone una forma di dipendenza commerciale strutturata.
L’unica strategia davvero efficace per disinnescare questa pressione consisterebbe nel riallacciare i rapporti con alcuni fornitori strategici, come la Russia. Ma questa via resta sbarrata a causa di un altro tipo di ricatto: quello militare. Donald Trump ha più volte minacciato una drastica riduzione della presenza militare statunitense in Europa, con effetti immediati e destabilizzanti soprattutto per paesi come Italia e Germania.
A rendere ancora più critica la situazione è un elemento meno visibile, ma ancor più determinante: l’assenza di una visione. L’Europa non è solo vulnerabile sotto il profilo militare, economico e tecnologico; è anche priva di un immaginario politico, di un progetto condiviso, di una cultura civica capace di generare coesione. In mancanza di uno spirito collettivo, anche le difficoltà pratiche diventano insormontabili.
L’unico tema che negli ultimi anni ha conosciuto una certa centralità nel dibattito pubblico è quello ambientale. Tuttavia, anche questo è stato svuotato della sua forza trasformativa, piegato alle esigenze del mercato e riconvertito in opportunità di profitto. È stato sottratto alla dimensione sociale per essere trasformato in slogan e in vetrina.
Nel frattempo, si è completamente smarrita ogni riflessione sul benessere collettivo, sulla qualità della vita, sull’educazione come leva di emancipazione. La scuola è oggi concepita come un’officina per la produzione di competenze funzionali a un mercato del lavoro sempre più precario. Non forma cittadini consapevoli, ma individui alienati, addestrati alla competizione, non alla libertà.
A dominare è una forma esasperata di economicismo, saldata a un impianto ideologico neoliberale che identifica il benessere esclusivamente con l’affermazione personale, la prestazione, la visibilità sui social. La nozione di comunità è evaporata, la solidarietà è divenuta oggetto di scherno, e la cultura — intesa come costruzione storica e collettiva — è stata rimpiazzata da modelli vacui di successo individuale.
Il punto di non ritorno: Gaza e il doppio razzismo
La più evidente dimostrazione del declino europeo risiede nel suo modo di rapportarsi al mondo esterno.
L’Unione Europea appare incapace di sviluppare una postura autonoma e coerente, e ciò si riflette in maniera drammatica nella gestione del fenomeno migratorio. Anche in ambienti che si definiscono “progressisti”, l’immigrazione viene spesso giustificata in termini meramente utilitaristici: si parla di lavoratori “necessari” per sostenere il sistema pensionistico o per occupare mansioni rifiutate dai cittadini europei.
In questo modo, gli individui non vengono riconosciuti come persone portatrici di diritti e dignità, ma ridotti a strumenti funzionali all’equilibrio del sistema economico. È una forma sofisticata — ma non meno pericolosa — di razzismo sistemico, che si somma al razzismo esplicito delle retoriche di odio.
Ma è sul conflitto in Medio Oriente che l’Europa ha toccato il punto più basso della sua credibilità morale e politica.
Di fronte alla devastazione di Gaza, l’Unione ha scelto il silenzio o, peggio, la complicità. Israele, nel corso degli ultimi mesi, ha trasformato la Striscia in una prigione a cielo aperto: ha ostacolato l’accesso all’acqua potabile, bombardato strutture sanitarie, ucciso operatori umanitari, distrutto impianti di desalinizzazione e tagliato l’elettricità. L’effetto — e in molti casi l’intento — è quello di annientare la popolazione palestinese attraverso la fame, la sete e la malattia.
Eppure, l’Europa resta inerte. Non prende posizione, non alza la voce. Continua a intrattenere relazioni commerciali e diplomatiche con Tel Aviv, mentre invoca i valori europei in astratto, svuotandoli di qualsiasi contenuto etico. In questo scenario, l’“europeismo” si presenta nella sua forma più sterile: un tecnicismo senz’anima, privo di slancio culturale, distante dalla sofferenza umana.
In questo contesto, la visita di Giorgia Meloni negli Stati Uniti assume un valore simbolico: il problema non è la mancanza di un mandato formale, ma l’assenza di una visione sostanziale. Meloni non ha nulla da proporre. Ma ciò che è più grave è che l’Europa che la invia non ha nulla da pensare, né da immaginare.
Donald Trump lo ha compreso perfettamente. Sa che l’Europa è debole, che è disorientata, che è priva di contenuti. E proprio per questo, sa anche che può imporle condizioni senza incontrare resistenza. Si possono investire centinaia o migliaia di miliardi in armamenti, ma senza cultura politica, senza una bussola etica, senza solidarietà tra i popoli, non vi sarà mai alcuna vera sovranità. Solo una fragile illusione di potenza, destinata a frantumarsi.

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