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Quando Draghi afferma che “l’Europa è marginale” non fa una diagnosi, ma una confessione: la subordinazione all’imperialismo USA-NATO è stata costruita scientemente. Ucraina e Palestina ne mostrano il volto: non impotenza, ma complicità mascherata da moralismo.
Mario Draghi e la farsa della marginalità europea
Quando Mario Draghi, dal palco del Meeting di Rimini, ha dichiarato che “dall’Ucraina a Gaza l’Europa è marginale”, ha creduto forse di parlare con l’autorevolezza del grande statista, capace di pronunciare verità amare.
In realtà quelle parole sono la confessione implicita di una marginalità costruita scientificamente dalle classi dirigenti europee e da uomini come lui, che ne sono stati i commissari più disciplinati.
E non è irrilevante il luogo scelto. Il Meeting di Rimini non è un semplice raduno religioso, ma la storica piazza della borghesia cattolica italiana, cerniera tra capitale industriale e finanziario e le reti culturali del cattolicesimo politico.
Da decenni vi sfilano presidenti del Consiglio, ministri, banchieri, uomini d’apparato e prelati: è la tribuna attraverso cui la borghesia cattolica cerca di legittimare il proprio ruolo di ponte tra l’impresa e la dottrina sociale, tra il profitto e la morale.
Draghi non sceglie a caso quel palcoscenico: si rivolge a un pubblico che rappresenta una delle anime storiche del dominio di classe in Italia, quella che ha garantito continuità al capitalismo nazionale innestandolo nelle reti transnazionali del capitale finanziario e nella cornice culturale della Chiesa.
Dire, lì, che “l’Europa è marginale” significa consegnare a quella borghesia un messaggio chiaro: siete ancora necessari come cinghia di trasmissione, ma l’Europa che avete contribuito a costruire non conta più nulla sul piano internazionale.
La marginalità di cui parla Draghi non è la mancanza di forza, ma la rinuncia deliberata all’autonomia. L’Europa non è impotente: è complice. Non è assente: è subordinata. Non è muta: è disciplinata. Questo è il vero senso delle sue parole: un continente che avrebbe gli strumenti per esercitare un ruolo, ma che ha scelto, sotto la direzione dei suoi commissari, di non farlo, consegnando le proprie decisioni a Washington e alla NATO.
Basta guardare all’Ucraina. Dal 2014, con Maidan, l’Unione Europea ha seguito ciecamente la linea statunitense: ha sostenuto il governo fantoccio di Kiev, ha tollerato la penetrazione delle forze neonaziste nello Stato, ha imposto sanzioni che hanno devastato le economie europee più che quella russa. Nessun margine di autonomia diplomatica, nessun tentativo di mediazione: solo la scelta di essere retrovia.
I popoli hanno pagato con l’impoverimento, i salari divorati dall’inflazione, il ricatto energetico. Le oligarchie hanno guadagnato con i profitti delle multinazionali del gas liquefatto americano e dell’industria bellica. Draghi, da premier, fu il garante di questa linea: fu lui a sancire l’adesione totale e a presentare la sofferenza popolare come virtù civica, travestendo il sacrificio come “libertà”.
Ancora più scandalosa è la vicenda palestinese. Per Kiev, fiumi di miliardi e di armi, invocando la sacralità della sovranità. Per Gaza, oppressa da oltre settant’anni, solo silenzio complice, repressione e criminalizzazione delle voci solidali.
Non si tratta di semplice inerzia: fino a pochi mesi fa, l’Europa ha represso ferocemente i movimenti pro-palestinesi, vietato manifestazioni, etichettato come antisemita chi denunciava l’apartheid israeliano. Ha adottato la narrativa dell’occupante: equiparare Hamas all’intero popolo palestinese, cancellando la storia lunga della Nakba, dell’occupazione, delle colonie.
In nome di questa equiparazione, Israele ha potuto bombardare città, scuole, ospedali, campi profughi: e l’Europa ha taciuto, giustificato, legittimato. Ha firmato accordi commerciali e tecnologici con Tel Aviv, lo ha trattato come partner privilegiato, ha continuato a integrarlo nel mercato europeo.
Eppure oggi qualcosa si muove. Draghi, i governi europei, persino Bruxelles balbettano aperture: cessate il fuoco, aiuti umanitari, richiami al diritto internazionale. Non è risveglio etico, è calcolo politico.
Le ragioni sono molteplici. Primo: l’evidenza del genocidio è insostenibile. Le immagini di Gaza non possono essere occultate: i social hanno infranto il monopolio dei media, la brutalità è troppo palese. Continuare a tacere significherebbe suicidarsi moralmente.
Secondo: l’opinione pubblica si è mossa.
Nei campus americani, nelle piazze europee, soprattutto tra i giovani, la solidarietà con la Palestina è esplosa come movimento di massa. Reprimere non basta più: rischia di delegittimare completamente le istituzioni, di spezzare il fragile consenso sociale. Le aperture servono a contenere la rivolta, a placare, a dividere.
Terzo: il mondo multipolare avanza. Russia, Cina, ma anche il Sud globale, hanno assunto la Palestina come simbolo della loro contrapposizione all’Occidente. Lasciare che questa bandiera sventoli solo nelle mani degli avversari significa consegnare loro l’intera legittimità morale. Per questo l’Europa balbetta: non per solidarietà, ma per paura di perdere definitivamente ogni ruolo.
Questo schema si ripete da decenni. Nel 1948, quando la Nakba cacciò centinaia di migliaia di palestinesi, l’Europa accettò la nuova colonizzazione in nome della “riparazione” post-olocausto. Negli anni ’90, con Oslo, finse di mediare, ma consolidò l’occupazione, normalizzando l’apartheid sotto la formula ipocrita dei “due Stati”.
Nel 2008, nel 2014, nel 2021, durante le offensive israeliane, l’UE condannò genericamente la “violenza”, equiparando vittima e carnefice, e intanto moltiplicava gli scambi con Tel Aviv. La Palestina è stata sempre la cartina di tornasole della menzogna europea: parlare di diritti mentre si legittimava l’oppressione.
E lo stesso si è visto altrove: nei Balcani, con la NATO che bombardava Belgrado in nome dell’umanitarismo; in Iraq, con basi e logistica fornite all’invasione americana; in Libia, con la partecipazione diretta alla distruzione di uno Stato; in Siria, con l’appoggio alle bande jihadiste travestite da “opposizione democratica”. Sempre la stessa funzione: maschera morale del dominio imperialista.
Per questo le parole di Draghi non sono diagnosi, ma confessione. La marginalità europea non è impotenza, ma funzione. Non è assenza di forza, ma rinuncia programmata all’autonomia. Non è debolezza, ma subordinazione strutturale. L’Europa è stata costruita per essere marginale, per essere gregaria, per servire.
E ciò che oggi “cova sotto” i timidi accenni alla Palestina è solo paura: paura che le piazze si ribellino, paura che la gioventù rompa con l’ipocrisia, paura che la bandiera della solidarietà venga interamente consegnata a Mosca e Pechino. Non è coscienza, è autoconservazione.
Gli scenari futuri lo confermano: l’Europa continuerà a sostenere Israele e la guerra in Ucraina, continuerà a imporre austerità ai suoi popoli, continuerà a reprimere i movimenti. Ma intensificherà la retorica umanitaria, moltiplicherà i richiami alla “pace”, offrirà gesti simbolici. Non per cambiare la sostanza, ma per salvare la faccia.
Ed è per questo che Draghi sceglie il Meeting di Rimini: la piazza della borghesia cattolica italiana, la storica cerniera tra capitale e morale, tra profitto e dottrina. Lì consegna la sua diagnosi, consapevole che quel pubblico comprende bene la funzione dell’Europa: restare subalterna, ma salvare sempre la facciata.
La verità è che l’Europa non è marginale perché debole, ma perché così voluta. È marginale perché il suo destino è stato consegnato a Washington. È marginale perché uomini come Draghi hanno fatto della subordinazione l’unico orizzonte. E finché a parlare saranno loro, ogni parola sarà ipocrisia, ogni apertura sarà calcolo, ogni concessione sarà artificio.
La sola possibilità di uscire da questa condizione verrà solo dai popoli: dalla rottura con la logica della guerra, con la finanza che governa, con l’imperialismo che colonizza. Fino ad allora, l’Europa resterà prigioniera della sua marginalità, maschera morale di un ordine che crolla, convulsa e impotente, ma sempre complice.

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