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Le forze armate yemenite colpiscono Israele ma il vero rischio è altrove: controllano Bab el-Mandeb, snodo cruciale per petrolio e gas. Se chiudono il Mar Rosso, la crisi diventa globale. Più che una mossa militare, è una leva strategica che può cambiare la guerra.
Yemen, il fronte invisibile che può fermare il mondo
C’è un momento, in ogni guerra, in cui la geografia diventa più importante dei missili. È quello che sta accadendo ora, con l’ingresso dello Yemen nel conflitto mediorientale. Un evento che molti hanno liquidato come simbolico, quasi folkloristico. Un errore di valutazione piuttosto grave.
Oggi, per la prima volta dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, il movimento Ansarullah ha lanciato un missile balistico verso Israele, intercettato dalle difese israeliane.
Non è tanto il risultato militare a contare — nullo, se si guarda all’efficacia immediata — ma il segnale strategico. Gli Houthi sono entrati ufficialmente in partita e quando si muovono, il problema non è mai solo militare. È logistico, energetico, sistemico. In altre parole: globale.
Bab el-Mandeb: il vero detonatore
Chi continua a leggere questa guerra con le categorie tradizionali — carri armati, bombardamenti, territori conquistati — rischia di non capire nulla. Il punto non è dove cade il missile, ma da dove può essere chiuso il mondo.
Ansarullah controlla infatti una delle arterie più sensibili del commercio globale: lo stretto di Bab el-Mandeb, passaggio obbligato tra Mar Rosso e Oceano Indiano. Da lì transita circa il 9% del petrolio mondiale via mare e una quota significativa di gas naturale liquefatto. Un collo di bottiglia largo appena 29 chilometri. Tradotto: basta poco per bloccarlo.
E qui il quadro si fa interessante. Perché mentre l’Iran ha già dimostrato di poter condizionare lo Stretto di Hormuz — mettendo sotto pressione le esportazioni energetiche del Golfo — l’eventuale attivazione del fronte yemenita significherebbe chiudere anche la seconda via di fuga. Un doppio choke point. Una tenaglia energetica.
Non è un’ipotesi teorica. Gli Houthi hanno già dimostrato, tra il 2023 e il 2025, di saper colpire il traffico commerciale nel Mar Rosso, costringendo flotte intere a deviare e facendo impennare i costi assicurativi e logistici.
Se decidessero di farlo di nuovo — questa volta in un contesto di guerra aperta — l’impatto sarebbe immediato. Non su Israele. Sul mondo.
Una guerra che si allarga senza dichiararlo
Ed è qui che emerge la sottile ambiguità della mossa. Ansarullah, almeno per ora, ha scelto un ingresso “controllato”: colpire Israele, evitando di toccare direttamente le rotte commerciali. Una scelta tutt’altro che casuale.
Attaccare Israele è un gesto politico e militare, ma gestibile. Bloccare Bab el-Mandeb, invece, significherebbe entrare in collisione diretta con gli interessi globali: Stati Uniti, Europa, Cina, India. E soprattutto con gli stessi alleati indiretti, come la Russia, che utilizza quella rotta per esportare energia verso l’Asia. In altre parole: il missile è un messaggio, non ancora un’escalation totale.
Ma è un messaggio che dice una cosa molto semplice: il fronte può allargarsi quando vogliamo. E questo cambia completamente i rapporti di forza. Perché costringe Washington e Tel Aviv a ragionare non più su un conflitto regionale, ma su una possibile crisi sistemica.
La leva del caos (e il tempo della scelta)
Gli Houthi non sono una superpotenza. Non hanno aviazione strategica, né flotte oceaniche. Ma possiedono qualcosa di più prezioso: la posizione. E in geopolitica, la posizione vale più delle armi.
Il loro dilemma è evidente: intervenire davvero, rischiando di riaprire il fronte con l’Arabia Saudita e aggravare una situazione interna già devastata, oppure mantenere una pressione graduale, trasformandosi in una leva negoziale per Teheran. Per ora, hanno scelto la seconda opzione.
Ma il problema, per chi osserva, è che questa scelta non è definitiva. È reversibile. E soprattutto è modulabile. Il che significa che ogni giorno può essere quello in cui la guerra smette di essere “regionale” e diventa qualcosa di molto più difficile da contenere. Non serve un’invasione. Non serve nemmeno una vittoria. Basta chiudere un passaggio. E a quel punto, più che una guerra, sarà un’interruzione del mondo.

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