www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
L’Italia raddoppia i soldati in pronto intervento: da 2.867 a oltre 6.500. Tre nuove missioni in Iraq, Somalia e Tunisia. Costo totale: 1,8 miliardi. Si chiama cooperazione per la pace. Vale la pena spiegare di cosa si parla.
Missioni di pace con 6.500 soldati in pronto intervento
Il 14 maggio scorso il governo italiano ha approvato le delibere sulle missioni militari internazionali per il 2026, trasmesse al Parlamento il 19 maggio in un documento di oltre 800 pagine. I numeri meritano di essere letti con attenzione, perché raccontano qualcosa che il termine “missioni di pace” — usato con la stessa disinvoltura con cui si usa “ristrutturazione” per un licenziamento di massa — tende a nascondere.
L’Italia prevede di dispiegare all’estero 11.642 soldati, con una consistenza media di 7.459 unità operative. A questi si aggiungono 82 unità delle forze di polizia, 69 della Guardia di Finanza, un membro della magistratura e un numero non quantificato di agenti dell’AISE, i servizi segreti italiani all’estero. Il costo complessivo supera 1,8 miliardi di euro: 1,78 miliardi per prorogare le 41 missioni già attive nel 2025, più 21,7 milioni per tre nuove operazioni in Iraq, Somalia e Tunisia.
Il dato più significativo, però, non riguarda il numero totale di truppe dispiegate — leggermente diminuito rispetto all’anno precedente — ma la componente delle Forze ad alta e altissima prontezza, il contingente disponibile per dispiegamenti immediati senza ulteriore autorizzazione parlamentare. Nel 2025 questa componente contava 2.867 soldati, 359 mezzi terrestri, 4 navali e 15 aerei. Nel 2026 la cifra è più che raddoppiata: oltre 6.500 soldati, 1.024 mezzi terrestri, 5 navali e 29 aerei. In un momento in cui il dibattito pubblico sulla guerra e sul riarmo europeo è al centro dell’agenda politica, raddoppiare silenziosamente la forza di intervento rapido non è un dettaglio amministrativo: è una scelta strategica che meriterebbe un dibattito parlamentare molto più sostanzioso di quello che ha ricevuto.
Iraq, Somalia, Tunisia: tre missioni nuove di zecca
Le tre nuove missioni meritano ciascuna una lettura separata, perché i teatri scelti non sono casuali e i loro obiettivi dichiarati richiedono qualche traduzione dal diplomatico all’italiano corrente. In Iraq verranno dispiegati 196 militari e 5 mezzi aerei con lo scopo ufficiale di «garantire la continuità del supporto italiano alle forze di sicurezza irachene, consolidando la stabilità dell’area». L’Iraq è un paese in cui gli Stati Uniti hanno fatto esattamente questo per vent’anni, producendo una destabilizzazione permanente, una guerra civile, la nascita dell’ISIS e una classe dirigente corrotta e frammentata.
La continuità del supporto italiano si inserisce in questo contesto con la modestia di chi sa di non poter cambiare molto, ma preferisce esserci comunque — per ragioni che hanno più a che fare con i contratti di forniture militari e il posizionamento geopolitico che con la pace.
In Somalia vengono inviati 45 soldati con due mezzi terrestri per addestrare le forze armate locali e fornire supporto alla cybersicurezza. La Somalia è in guerra civile intermittente da trentacinque anni; le missioni internazionali di addestramento militare si sono succedute con la stessa efficacia delle diete che si abbandonano dopo tre giorni. Il fatto che ora si aggiunga la cybersicurezza suona come un aggiornamento tecnologico applicato a un problema strutturale che non ha mai trovato soluzione militare.
In Tunisia, infine, la Guardia di Finanza porterà 22 unità per addestrare la guardia marittima e fare manutenzione navale. La Tunisia è il paese con cui l’Italia ha stipulato accordi per il controllo dei flussi migratori, pagando generosamente un governo autoritario perché faccia il lavoro sporco di respingimento che l’Italia non può fare apertamente senza violare il diritto internazionale. Chiamare questa operazione “missione di pace” richiede una flessibilità semantica che farebbe invidia a un contorsionista.
Il quadro complessivo è quello di un paese che partecipa a 44 missioni militari in quattro continenti, raddoppia la propria forza di intervento rapido, spende 1,8 miliardi l’anno in operazioni estere e continua a chiamare tutto questo “cooperazione internazionale per la pace e la stabilità”. Non che le alternative siano semplici o che l’isolazionismo sia una risposta: la politica estera è sempre scelta tra opzioni imperfette. Ma la distanza abissale tra il linguaggio istituzionale — stabilizzazione, supporto, consolidamento — e la realtà geopolitica dei teatri in cui si opera dovrebbe almeno generare imbarazzo. Genera invece 800 pagine di relazione analitica che nessuno legge, approvate con la stessa attenzione con cui si vota il bilancio delle sagre comunali. Il Parlamento ha preso atto. Il paese non lo sa.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













