L’Iraq al bivio: elezioni tra milizie, corruzione e disillusione

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L’Iraq vota tra corruzione, milizie e sfiducia popolare. Con un sistema bloccato da interessi settari e pressioni straniere, il paese tenta di ritrovare una direzione. Ma senza riforme, la democrazia rischia di restare una promessa incompiuta.

L’Iraq al voto tra corruzione e disillusione

Ventidue anni dopo la caduta di Saddam Hussein, l’Iraq torna alle urne per la settima volta, ma la democrazia resta una promessa fragile. Il paese, nato dalle macerie di due guerre americane e ancora segnato dalle ferite dell’occupazione, si prepara a un voto carico di sfiducia e disincanto.

L’invasione del 2003, giustificata da inesistenti “armi di distruzione di massa”, avrebbe dovuto aprire una nuova stagione di libertà. Invece, ha generato un sistema politico dominato da corruzione, divisioni settarie e influenze straniere. Oggi, mentre si elegge un nuovo parlamento, l’Iraq si trova stretto tra tre potenze che ne condizionano le scelte interne: Stati Uniti, Iran e Turchia.

Si tratta di un test cruciale non tanto per i risultati, quanto per la tenuta stessa del processo democratico. La partecipazione si preannuncia minima, segno della crescente distanza tra cittadini e istituzioni. Il precedente voto del 2021 portò a un anno di paralisi politica e violenze nelle strade di Baghdad: uno scenario che molti temono di rivivere.

Milizie, religione e potere: il triangolo instabile

Il principale blocco in campo è la coalizione sciita guidata dall’attuale primo ministro Mohammed Shia al-Sudani. Eppure, anche in caso di vittoria, il suo futuro è incerto. All’interno della coalizione, diversi partiti premono per sostituirlo, mentre gli Stati Uniti lo considerano troppo vicino alle milizie filo-iraniane.

Queste forze, nate nel 2014 per combattere l’ISIS e formalmente integrate nell’esercito nel 2016, continuano a godere di ampia autonomia. Molte rispondono più a Teheran che a Baghdad, mantenendo una rete economica e politica che sfugge al controllo statale. Gruppi come Kataib Hezbollah – classificato da Washington come organizzazione terroristica – partecipano ora direttamente alle elezioni, segno di un potere che si è fatto sistema.

Le milizie sono oggi più influenti dell’esercito regolare, e la loro capacità di condizionare la vita politica è vista con crescente preoccupazione da Washington e dalle monarchie del Golfo. Paradossalmente, mentre l’Iraq è riuscito a evitare un coinvolgimento diretto nei conflitti israelo-palestinesi, resta teatro di una guerra sotterranea tra le potenze regionali.

La promessa mancata di uno Stato civile

Sul piano interno, le priorità della popolazione sono ben lontane dai giochi di potere. Blackout quotidiani, servizi pubblici carenti e disoccupazione crescente fanno dell’Iraq uno dei paesi più ricchi di petrolio e più poveri di infrastrutture.

Durante il suo mandato, il governo ha assunto oltre un milione di nuovi dipendenti pubblici, alimentando una rete clientelare che pesa sulle finanze statali e rafforza il controllo politico.
La corruzione è endemica: appalti, concessioni e voti si comprano più facilmente di quanto si conquistino con programmi e idee.

A tutto questo si aggiunge l’assenza di un vero rinnovamento politico. Il sistema elettorale penalizza i candidati indipendenti e protegge le élite al potere. Dei 32 milioni di aventi diritto, solo 21 milioni si sono registrati, e si prevede un’affluenza inferiore al 40 per cento: il livello più basso della storia repubblicana.

A complicare il quadro c’è la scelta di Muqtada al-Sadr, leader del Movimento Sadrista, di boicottare il voto. Nel 2021 il suo partito ottenne il maggior numero di seggi, ma fu escluso dal governo; i suoi seguaci scesero in piazza, provocando decine di vittime. Oggi, la sua chiamata al non voto potrebbe tradursi in una forma di vittoria simbolica: un’ulteriore delegittimazione del sistema.

Le nuove vie del potere regionale

L’Iraq resta un campo di equilibrio precario fra Teheran e Washington. L’influenza iraniana appare in declino, ma non scomparsa, mentre gli Stati Uniti riducono la presenza militare privilegiando leve economiche e diplomatiche. In questo vuoto si inserisce la Turchia, interessata ai corridoi energetici e alla questione curda.

Infrastrutture come la ferrovia Shalamcheh-Bassora o la riapertura dell’oleodotto verso Ankara mostrano come l’Iraq sia diventato il perno di una nuova geografia del potere: non più solo militare, ma anche economico e logistico.

Le elezioni di oggi sono quindi molto più di un rito democratico. Misureranno la capacità dell’Iraq di costruire una propria agenda nazionale, di ridurre la dipendenza dagli equilibri regionali e, forse, di aprire lo spazio a una nuova generazione politica.

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