L’illusione della potenza americana e il ruolo del “Deep State”

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Gli USA non possono cambiare rotta a ogni elezione: dietro le mosse di Washington agisce il deep power. Ma l’asservimento dell’Europa e la crisi interna mostrano un impero in declino, mentre Cina e nuove potenze accelerano il sorpasso globale.

Il declino americano e l’avanzata inarrestabile delle nuove potenze

Al di là delle uscite teatrali di Donald Trump – alimentate dal suo temperamento istrionico, dall’ego smisurato, dall’approccio rozzo da uomo d’affari e da una certa dose di ignoranza – è evidente che le decisioni di politica estera degli Stati Uniti non dipendono soltanto dal presidente in carica.

Dietro le mosse di Washington agisce infatti un sistema più complesso, composto dalla squadra presidenziale e da quell’insieme di poteri stabili, visibili e occulti, che garantiscono continuità strategica alla superpotenza americana. Parliamo del cosiddetto “Deep State“.

Una nazione di tale portata non può permettersi che i suoi orientamenti oscillino bruscamente a ogni cambio elettorale, e per questo mantiene strutture formali e informali capaci di mantenere una linea di lungo periodo.

Questa regia occulta, però, non elimina le contraddizioni. Molte scelte di Washington appaiono sconsiderate, anche agli osservatori più indulgenti. L’unico vero successo riconosciuto all’amministrazione statunitense negli ultimi anni è stato l’asservimento dell’Europa: l’economia del Vecchio Continente è stata colpita duramente, le sue leadership sono diventate pedine docili, le risorse depredate.

Ma questo risultato, se letto oltre il brevissimo periodo, si rivela fallace: un’Europa indebolita non potrà dare un contributo significativo in uno scontro globale.

In altre parole, l’America ha preferito “un uovo oggi” piuttosto che “una gallina domani”. E questa scelta tradisce la fame, la difficoltà crescente di una superpotenza che, dietro la facciata trionfalistica, mostra crepe profonde.

L’avanzata irreversibile delle nuove potenze

Il quadro appare ancora più cupo se confrontato con ciò che accade dall’altra parte del mondo. La Cina, un tempo considerata fabbrica a basso costo per l’Occidente, si presenta oggi come colosso economico, tecnologico e militare in grado di unire a sé altre potenze emergenti. Non si tratta più di ipotesi o scenari futuribili: la saldatura tra Pechino, Mosca e una costellazione di paesi medie e piccole dimensioni è già realtà. È un’aggregazione in marcia, motivata dalla volontà di sfuggire al controllo occidentale e alimentata da un dinamismo che appare inarrestabile.

Washington arranca alla ricerca disperata di fondi, mentre in Estremo Oriente si consolidano legami destinati a cambiare l’ordine globale. È una trasformazione che non necessita di sofisticate analisi geopolitiche per essere percepita: persino un contadino angolano, un operaio malese o la “casalinga di Voghera” possono coglierne i segnali. Il messaggio che il mondo riceve è limpido: l’era del dominio esclusivo occidentale sta tramontando.

Non è un caso che, già quasi un secolo fa, Antonio Gramsci scrivesse: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Oggi quel “nuovo” non solo è nato, ma gode di ottima salute e si presenta ufficialmente sulla scena mondiale. L’Occidente, invece, appare intrappolato in una lunga fase di declino, incapace di pensiero strategico, con classi dirigenti miopi e un popolo disabituato a guardare oltre l’immediato.

La potenza americana sopravvive ancora, ma il suo slancio è eroso dall’interno e sfidato dall’esterno. Dietro le quinte, i campanelli d’allarme risuonano forte nelle stanze del potere di Washington. La vera domanda non è più se gli Stati Uniti manterranno la loro egemonia, ma per quanto tempo riusciranno a mascherarne l’inevitabile dissoluzione.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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