www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
L’Ue sceglie 90 miliardi di debito comune per sostenere Kiev, evitando i fondi russi ma rinunciando a ogni discorso di pace. L’Italia invia armi secretate e avvia la riconversione bellica dell’economia, mentre il riarmo diventa dogma politico.
L’Europa si indebita per Kiev, l’Italia si riarma
L’Unione europea ha finalmente trovato il modo di sostenere l’Ucraina senza violare apertamente il diritto internazionale: fare debito. Novanta miliardi di euro per il biennio 2026-2027, raccolti sui mercati con garanzia del bilancio comunitario, evitando la scorciatoia — giuridicamente tossica — della confisca degli asset russi congelati nelle banche europee. Una scelta presentata come equilibrio e responsabilità, ma che in realtà segnala soprattutto un dato politico: l’Europa è disposta a indebitarsi in massa pur di non mettere in discussione la propria architettura legale, salvo poi aggirarla sul piano democratico.
La linea sostenuta con insistenza da Ursula von der Leyen e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, favorevole all’utilizzo diretto dei fondi russi, è stata accantonata. A Mosca parlano di “vittoria della legge”, e difficilmente hanno torto sul piano formale. Ma il problema non è la legalità del mezzo scelto: è l’assenza di qualsiasi riflessione sul fine.
Novanta miliardi vengono stanziati senza che a Bruxelles si pronunci una sola parola credibile su negoziati, cessate il fuoco o architetture di pace. Il sostegno a Kiev diventa così un automatismo contabile, non una strategia politica.
Il debito come surrogato della politica
Il nuovo debito comune viene salutato come un successo unitario dei Ventisette, una sorta di unanimità natalizia che rinvia però a conflitti futuri. Perché quel debito dovrà essere ripagato, e non in un’Europa prospera e pacificata, ma in un contesto di stagnazione economica e crescente conflittualità sociale. Zelensky incassa, ringrazia e rilancia sulla “resilienza”, mentre dall’Europa non arriva neppure un accenno a una possibile via d’uscita diplomatica dal conflitto.
In questo quadro a dir poco ‘sghembo’ si inserisce la voce del Quirinale. Sergio Mattarella ribadisce che le spese per la difesa, pur impopolari, sono oggi “più necessarie che mai”. Un’affermazione che non si limita a registrare il contesto internazionale, ma lo legittima. Il messaggio è chiaro: il riarmo non è una scelta contingente, bensì un orizzonte che trascende le legislature e vincola il futuro politico del Paese. La sicurezza viene presentata come valore assoluto, sottratto al conflitto democratico.
A rompere questo consenso armato interviene Papa Leone, che definisce il disarmo una posizione ormai considerata bizzarra o colpevole. Parla di “psicosi bellica”, di un’Europa che ristruttura la propria identità come comunità armata, sostenuta da media che amplificano minacce e riducono la sicurezza a una questione di arsenali. Una voce isolata, trattata con rispetto rituale e immediata irrilevanza politica.
L’Italia, le armi e il segreto permanente
Se a Bruxelles il debito diventa la forma elegante del sostegno militare, in Italia la cifra distintiva è il segreto. Dal febbraio 2022 a oggi, quattro governi e altrettanti decreti legge hanno autorizzato l’invio di dodici pacchetti di aiuti militari all’Ucraina. Il loro contenuto resta classificato. Il Parlamento viene informato solo formalmente, mentre il dettaglio passa esclusivamente dal Copasir.
Qualche elemento emerge per via indiretta: il sistema di difesa aerea Samp-T con missili Aster, blindati Lince, vecchi M113, missili spalleggiabili, mortai, mitragliatrici, munizioni, equipaggiamenti. Secondo il Kiel Institute, il contributo militare italiano ha raggiunto 1,7 miliardi di euro. Dai 12 milioni iniziali del governo Draghi ai circa 1,68 miliardi stimati sotto il governo Meloni. Una crescita esponenziale, accompagnata da un’opacità altrettanto rigorosa.
La continuità politica è totale. Proroga dopo proroga, l’autorizzazione all’invio di armi viene rinnovata fino al 31 dicembre, con l’aria di un adempimento tecnico. Ma qualcosa cambia nel lessico. Accanto al sostegno a Kiev compaiono riferimenti allo sviluppo delle capacità industriali della difesa. Non più solo armi da cedere, ma fabbriche da riconvertire, filiere da potenziare, un’economia da adattare.
La polemica esplode con un emendamento alla manovra che richiama esplicitamente la necessità di rafforzare la produzione e il commercio di armamenti. Le opposizioni parlano di economia di guerra, di una scelta che sacrifica welfare, scuola e sanità sull’altare della spesa militare. Il governo minimizza, ma la direzione è evidente.
L’Europa si indebita per armarsi, l’Italia si riarma nel segreto, e la politica abdica al proprio ruolo. In assenza di una prospettiva di pace, il conflitto diventa sistema. E il riarmo, da eccezione, si trasforma in normalità amministrativa.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Quale pace giusta? La falsa coscienza europea tra Ucraina e Palestina
- Da Putin e Trump a un’Europa in rovina: la degradazione della specie politica
- Gaza, il bilancio occultato: non 60.000 ma mezzo milione di vittime?
- Cipro contesa: Israele e Turchia accendono il Mediterraneo
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













