La presa in giro: Meloni sospende per finta e a Bruxelles salva Israele

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Meloni aveva annunciato la sospensione del memorandum con Israele ma va a Bruxelles e fa il contrario: blocca lo stop all’accordo commerciale. Una doppia linea plateale: nessuna vera rottura, solo propaganda per assecondare gli umori pubblici.

Meloni e il bluff su Israele

Al Consiglio Affari Esteri dell’Unione, a Lussemburgo, l’Italia ha scelto: niente sospensione dell’accordo di associazione tra Unione Europea e Israele. Tradotto: la cooperazione economica, commerciale e politica resta intatta. Tradotto ancora meglio: la tanto sbandierata “presa di distanza” era, appunto, una messinscena.

Perché mentre a Roma si annunciano sospensioni simboliche — il memorandum bilaterale militare congelato con elegante nonchalance — a Bruxelles si difende il cuore vero della relazione: quello economico e strategico. E non è un dettaglio tecnico. È la sostanza.

Il punto è che il famoso accordo di associazione UE-Israele, in vigore dal 2000, contiene una clausola — l’articolo 2 — che lega esplicitamente la cooperazione al rispetto dei diritti umani. Una di quelle formule che in teoria dovrebbero contare qualcosa. In teoria. In pratica, invece, diventano carta da convegno.

La doppia linea: sospendere a parole, proteggere nei fatti

La posizione italiana non è isolata. Insieme a Germania, Roma contribuisce a costruire quella minoranza di blocco che impedisce qualsiasi passo concreto. Senza due grandi Paesi, certe decisioni non passano. E infatti non passano.

Nel frattempo, altri governi — dalla Spagna all’Irlanda, fino alla Slovenia — chiedono apertamente di rivedere o sospendere l’accordo, denunciando violazioni del diritto internazionale. Il premier spagnolo Pedro Sánchez lo ha detto senza giri di parole: non si può mantenere una partnership piena con un governo accusato di violazioni sistematiche. Ma la politica europea funziona così: si ascolta, si annuisce, poi si rinvia.

E qui entra in scena la performance italiana. Da un lato, si sospende un memorandum bilaterale — che ha un impatto limitato e facilmente reversibile — dall’altro si difende il quadro generale che garantisce scambi, cooperazione e stabilità dei rapporti.

Il messaggio è limpido: bisogna dare l’impressione di fare qualcosa, senza fare nulla che abbia conseguenze.

Nel frattempo, l’Alto rappresentante Kaja Kallas tiene aperto il ventaglio delle opzioni — sanzioni mirate, restrizioni commerciali parziali — ma senza mai arrivare al punto di rottura. Un equilibrio perfetto tra pressione dichiarata e immobilismo operativo. Giorgia Meloni, con zelo, si posiziona nel campo dell’inerzia attiva.

Sanzioni simboliche e realpolitik senza pudore

C’è poi il capitolo delle sanzioni. Roma si dice disponibile a colpire alcuni coloni violenti in Cisgiordania e figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Misure che, guarda caso, richiedono l’unanimità e quindi difficilmente vedranno la luce, per al veto dell’ ngheria. Un classico: proporre ciò che non passerà mai, per poter dire di averci provato.

Le opposizioni italiane — da Giuseppe Conte a esponenti del Partito Democratico — chiedono una posizione più netta. Ma il governo preferisce la via più sofisticata: quella della simulazione. Così la sospensione del memorandum diventa un gesto “forte”, mentre il voto europeo lo svuota completamente. Una politica estera che funziona come un comunicato stampa: efficace nel titolo, irrilevante nel contenuto.

 

 

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