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La guerra ibrida contro la democrazia: il dissenso è diventato una colpa

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La “guerra ibrida” europea non colpisce il nemico esterno, ma reprime il dissenso interno: sanzioni arbitrarie, intimidazioni politiche, riabilitazioni improvvise e controllo dell’opinione pubblica stanno erodendo le fondamenta democratiche dell’Ue.

Il pavido, il reprobo e il cattivo

Fausto Anderlini*

Nella guerra ibrida domina la paranoia. Ogni stormir di foglie è dichiarato sintomo di un attacco, la cui prova è paradossalmente testimoniata dal fatto che le prove mancano o sono così carenti da giustificare il sospetto di una minaccia ben orchestrata.

Il nemico è proprio là dove non lo si vede o dove ha un’apparenza innocua. In queste condizioni cessano i giudizi di fatto e salgono di livello le fobie dietrologiche. Anzi, chi indugia sulle prove fattuali e resta ancorato al raziocinio viene inesorabilmente investito dal sospetto di una sostanziale slealtà, sino alla connivenza con il nemico. È il momento della caccia agli untori.

Il caso Limes–Caracciolo è una dimostrazione evidente di un dispositivo le cui conseguenze sono aberranti e ledono in profondità e irreparabilmente il tessuto democratico.

Ma se le conseguenze preannunciate per Caracciolo sono ancora in itinere, il caso Jacques Baud, colonnello svizzero sanzionato dall’Ue per opinioni puramente descrittive relative alla guerra, è semplicemente inaudito. Un libero cittadino, peraltro appartenente a uno Stato che non fa nemmeno parte dell’Unione, viene inibito nell’uso dei suoi beni e nella libertà di movimento, senza alcun processo a carico e per un reato non contemplato in alcun codice.

Il caso non è unico. Estesa è la fioritura di anomalie intimidatorie di ogni genere a danno di chi si distingue dal mainstream bellico. La “guerra ibrida proattiva” annunciata dall’ammiraglio Cavo Dragone è in realtà operativa da tempo. Atterrato a Bruxelles per il summit sugli asset russi, Robert Fico, primo ministro slovacco fieramente ostile al tentativo di malversazione, trova l’aereo di Stato danneggiato da un camion.

È difficile non pensare a un avvertimento tutt’altro che casuale. Già nel maggio 2024, peraltro, era stato ridotto in fin di vita da un attentatore. Nello stesso anno Olivér Várhelyi, membro della Commissione Ue, aveva avvertito Irakli Kobakhidze, primo ministro georgiano, circa la possibilità di fare la stessa fine di Fico qualora non avesse desistito dalla “legge sugli agenti stranieri”. Come noto, l’Ue non ha poi riconosciuto la sua rielezione, dando copertura ai disordini di piazza “modello Maidan” che ne sono seguiti. Sono noti anche i casi di Moldavia e Romania, dove le elezioni sono state manipolate con pesanti intrusioni da parte dell’Unione.

Riletto a ritroso, lo stesso caso Qatargate — attivato dai servizi segreti e implementato da un’iniziativa giudiziaria a dir poco sbrigativa — desta più di un sospetto. In un Parlamento europeo nel quale scorazzano le lobby, “casualmente” a finire nella rete sono proprio i parlamentari in dissenso rispetto alla linea dominante.

Minacce, lusinghe, intimidazioni, pericolose sbandate, improvvisi ravvedimenti e fortunate remissioni dei peccati sono momenti quasi ordinari nel cursus honorum del ceto politico, talvolta vera e propria via crucis. Ma nelle condizioni della guerra ibrida la successione diviene vorticosa e altamente rischiosa. Quando il gioco si fa duro, i timidi cominciano a temere. La guerra traccia una linea: guai a chi finisce dalla parte sbagliata. L’aleatorietà del rapporto di fedeltà (accountability) viene eretta a fondamento assiomatico della verità assoluta.

Il primo effetto della guerra ibrida “proattiva” non è danneggiare il nemico o neutralizzare presunte incursioni, bensì avviare retate in patria: catturare agenti in incognito, fare prigionieri, condannare i pervicaci e rieducare i pavidi. La guerra ibrida è il paravento per esercitare un controllo panottico sull’opinione pubblica e, soprattutto, sui politici e sui ceti dirigenti, consegnando all’isolamento, al vituperio se non alla persecuzione chi non si conforma al dettato.

Vi sono così, come in un esercizio alla trave, casi “misteriosi” di improvvise cadute in disgrazia e fulminanti riabilitazioni. Antonio Costa, a capo di un governo di sinistra in Portogallo, anomalo secondo gli standard del socialismo europeo, viene indotto alle dimissioni da una grottesca iniziativa giudiziaria. Sembra destinato all’irrilevanza politica, ma viene miracolosamente ripescato e posto a capo del Consiglio europeo, dove si distingue — potere dell’“intimidazione riabilitante” — come propagandista bellico persino più zelante del predecessore.

Anche il caso Zingaretti è emblematico nel contesto italico di una catena di ricollocazioni politiche vertiginosa. Durante la fase terminale del Conte II, non cogliendo il mutamento del clima politico, insiste sulla centralità di Conte nell’alleanza col Pd in formato giallo-rosa. Una sommossa interna lo conduce alle dimissioni da segretario. Dopo un breve interregno a Montecitorio, lascia anzitempo la Regione Lazio e approda al Parlamento europeo, dove si segnala per una zelante adesione alla linea euro-atlantica. Da interlocutore negletto del reprobo Conte a pasdaran pienamente riabilitato.

In questi passaggi la zona grigia è decisiva. Cosa è accaduto realmente nei periodi di transito? Quali argomenti hanno evitato l’esilio, lo scandalo, l’azione giudiziaria o peggio? Non si può escludere il libero arbitrio o una conversione sincera. Ma il sospetto resta, e si presta a una lettura romanzesca.

Romanzesco, in senso ancor più terreno, è il riassorbimento dell’intero gruppo dirigente di Articolo Uno nel Pd. Dal governo Draghi alle elezioni del 2022, il partito viene chiuso e i suoi dirigenti catapultati in testa di lista nel Pd lettiano. Un’elezione blindata, un terzo mandato in epoca di restrizioni. Un colpo magistrale in una competizione persa in partenza, con la consegna del governo a Meloni. L’affidabilità euro-atlantica ed euro-bellica degli ex Articolo Uno risulta così definitivamente certificata, a fronte di un silenzio tombale là dove la tradizione del Pci prevedeva un dibattito profondo e drammatico.

È questo trasformismo da intimidazione che sta avvelenando le democrazie europee. Più si serrano i ranghi della leva bellica irretita nella “democrazia ibrida”, più le società si disgregano. L’indirizzo delle cricche al potere è suicida e foriero di sconquassi civili. Del resto, anche questo è l’Europa: una lunga sequenza di guerre civili e interstatali, dalla guerra dei Trent’anni alla Seconda guerra mondiale, fino all’oggi.

Nel 1915 Lenin sostenne che l’unica parola d’ordine proletaria fosse la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Non è necessario che Lenin si ridesti dal mausoleo: alla guerra civile e al collasso dell’Europa stanno già provvedendo le élite al potere. Tutto il resto, compresi i nostri eroi domestici, diventa secondario.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini

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