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La vittoria di José Antonio Kast segna il ritorno esplicito del pinochettismo a La Moneda. Un plebiscito conservatore nato dal fallimento del progressismo cileno e destinato a inquietare tutta l’America Latina.
Il Cile sceglie Kast: il pinochettismo rilegittimato alle urne
Il voto cileno del 14 dicembre non è stato soltanto un cambio di governo. È stato un segnale politico netto, persino brutale, che attraversa l’intero continente latinoamericano. Con oltre il 58% dei consensi, José Antonio Kast ha conquistato La Moneda imponendosi come il presidente di destra più votato dalla fine della dittatura. Un risultato che non può essere liquidato come incidente elettorale né come semplice “alternanza”: è la legittimazione democratica di un progetto apertamente reazionario.
Un plebiscito conservatore mascherato da sicurezza
La vittoria di Kast assume un peso specifico ancora maggiore se si considera il contesto. Il voto era obbligatorio, la partecipazione elevata, e il candidato dell’ultradestra si è imposto in tutte le regioni del Paese. Non una vittoria di misura, ma un consenso largo, costruito intercettando paure diffuse e frustrazioni accumulate.
Al primo turno la sinistra aveva illuso sé stessa con il primato di Jeannette Jara; al ballottaggio è emerso il dato strutturale: il campo conservatore era largamente maggioritario già in partenza.
Il messaggio politico è chiaro. Una parte consistente della società cilena ha scelto l’“ordine” contro il cambiamento incompiuto, la promessa autoritaria contro la riforma timida. Il governo di Gabriel Boric, nato sull’onda delle mobilitazioni del 2019, non è riuscito a tradurre quell’energia in un progetto riconoscibile e coerente.
La destra ha riempito il vuoto, proponendo una ricetta elementare quanto efficace: sicurezza, disciplina, confini. Il resto è stato presentato come dettaglio ideologico.
Ma Kast non è un conservatore qualsiasi. È un dirigente che rivendica senza ambiguità il proprio pinochettismo, che ha sostenuto il “Sí” alla dittatura nel plebiscito del 1988 e che oggi diventa il primo presidente cileno a non prendere nemmeno le distanze simboliche da quel passato. A differenza della destra liberale post-transizione, qui non c’è imbarazzo: c’è rivendicazione. Ed è questo che inquieta il progressismo latinoamericano più della sconfitta elettorale in sé.
Pinochet senza vergogna, neoliberismo senza freni
Il programma di Kast combina autoritarismo politico e ortodossia economica. Sul piano securitario, la campagna elettorale è stata una lunga escalation: ultimatum ai migranti irregolari, minacce di arresti ed espulsioni di massa, criminalizzazione della solidarietà. Una retorica che ha già prodotto effetti concreti, come la chiusura preventiva delle frontiere da parte del Perù, e che rischia di innescare una crisi umanitaria regionale.
Ancora più grave è il segnale lanciato sul terreno della memoria e della giustizia. L’ipotesi di graziare o scarcerare i responsabili di crimini della dittatura, in nome dell’età avanzata, equivale a una riscrittura politica della storia. Non è clemenza: è negazionismo istituzionale. Colpirebbe al cuore uno dei pochi pilastri condivisi del Cile post-dittatoriale, quello della verità sui desaparecidos e sulle torture.
Sul fronte economico, l’annunciato “aggiustamento” fiscale da miliardi di dollari lascia intravedere il copione classico: tagli alla spesa pubblica, riduzione dei diritti sociali, ritorno all’idea che il mercato possa supplire allo Stato. Un’impostazione coerente con il percorso parlamentare di Kast, costantemente ostile a riforme su lavoro, istruzione e diritti civili. L’efficienza, in questo lessico, è un eufemismo.
Le reazioni internazionali colgono il punto. Gustavo Petro ha parlato di un ritorno dei “venti di morte”, Claudia Sheinbaum ha invitato a una riflessione autocritica sul fallimento dei governi progressisti quando si allontanano dalle proprie basi popolari. Al di là dei toni, il nodo è politico: quando la sinistra governa senza trasformare, prepara il terreno alla restaurazione.
Il Cile diventa così uno specchio scomodo. Non solo per ciò che Kast rappresenta, ma per ciò che il progressismo non è riuscito a essere. La sfida ora è evitare che il pinochettismo, tornato per via elettorale, si traduca in un nuovo ciclo di repressione sociale e regressione democratica. Perché questa volta, l’alibi della sorpresa non regge.

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